Un percorso attraverso il significato della luce nella filosofia e nell’arte, dalle radici antiche fino al pensiero moderno e surrealista, con uno sguardo alle opere enigmatiche di René Magritte, dove la luce diventa simbolo di conoscenza e mistero.
La luce, eterna metafora del pensiero che libera dalle tenebre dell’ignoranza e apre le porte alla conoscenza. È un rapporto essenziale e intimistico quello che lega, in modo mirabile, pensiero, filosofia, conoscenza e arte.
La luce si configura come metafora privilegiata del pensiero che illumina il cammino esistenziale dell’uomo, sin dai primordi religiosi degli antichi miti indoiranici, fino al pensiero orientale culminante nel culto di Mitra, e a quello greco-latino. Si pensi al mito di Amore e Psiche, in cui la lampada consente di svelare il vero volto dell’amato, assumendo poi una potente valenza simbolica nelle filosofie e nelle arti successive.
Emblematica è la figura di Diogene di Sinope, esponente della scuola cinica, raffigurato con una lanterna mentre dichiarava di voler “cercare l’uomo”, non l’individuo sociale, ma l’uomo nella sua autenticità, al di là delle convenzioni.
Una vera e propria metafisica della luce attraversa dottrine speculative e religiose di ogni tempo, dal Logos eracliteo, concepito come fuoco, principio eterno e razionale che governa il mondo, fino a Parmenide, in cui la luce si lega alla sua ontologia dell’essere, unico, immobile e immutabile.
Nel poema Sulla natura, Parmenide distingue tra la via della verità (alétheia) e quella dell’opinione (dóxa); la luce rappresenta l’essere e la verità, mentre l’oscurità è il dominio dell’apparenza.
Nel pensiero di Platone, il sole — identificato con l’Idea del Bene — diventa fonte di luce e intelligibilità del mondo visibile. Le successive filosofie neoplatoniche, attraverso il processo emanativo dall’Uno, svilupperanno ulteriormente questa metafora, fino a renderla centrale anche nel pensiero cristiano, in particolare in Agostino.
La metafora della luce “illuminante”, che libera dalle tenebre dell’ignoranza, trova spazio anche nell’Illuminismo, dove il “lume” diventa simbolo della ragione. Come afferma Kant nella risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?, essa consente all’uomo di uscire dallo stato di minorità e di assumere pienamente la propria autonomia.
Nel Novecento, tuttavia, questa chiarezza si incrina. Nelle correnti simboliste e surrealiste, la realtà si fa più complessa, l’immagine non riflette più semplicemente il reale, ma diventa veicolo di simboli enigmatici, aperti a molteplici interpretazioni.
Come scrive André Breton nel Manifesto del surrealismo (1924), si tratta di “automatismo psichico puro”, attraverso cui si esprime il funzionamento reale del pensiero, al di là del controllo della ragione e di ogni finalità estetica o morale.
L’inconscio, portato alla luce dalla psicoanalisi freudiana, diventa così il motore della creazione artistica, segnando una rottura con il razionalismo occidentale e introducendo nuove chiavi di lettura, anche di tipo esoterico e simbolico.
È in questo contesto che si inserisce la pittura di René Magritte, con opere come L’Impero della luce e La lampada filosofica, in cui la riflessione sulla luce assume una dimensione profondamente filosofica.
L’originalità dell’artista belga consiste anche nell’accompagnare le immagini con riflessioni verbali, offrendo all’osservatore strumenti per accedere ai complessi meccanismi mentali che le generano — cosa rara nel panorama surrealista.
La pittura di Magritte, intrisa di valenze filosofiche, raffigura oggetti quotidiani collocati in contesti inattesi, generando uno scarto che stimola la riflessione. I significati non sono mai immediati, ma richiedono un percorso interpretativo, coerente con l’idea platonica della conoscenza come conquista faticosa.
Magritte stesso affermava: “I miei dipinti sono immagini visibili che non nascondono nulla… evocano mistero, e quando qualcuno si chiede ‘che cosa significa?’, la risposta è che non significano nulla: il mistero stesso non è conoscibile”.
Nell’enigmatica Lampada filosofica, emergono chiaramente le metafore del pensiero e della conoscenza: la pipa, con la sua forma sinuosa, richiama il movimento riflessivo del pensiero che si ripiega su se stesso; la fiamma della candela diventa simbolo della conoscenza, luce essenziale del sapere.
Si tratta di un universo introspettivo e misterioso, che l’artista indaga senza mai rivelarne pienamente il segreto. Senza la luce, infatti, il pensiero resterebbe imprigionato nei propri schemi, incapace di dissolvere le ombre che avvolgono l’esistenza.
Diverso è il caso de L’Impero della luce, dove domina un evidente ossimoro, un paesaggio notturno sovrastato da un cielo diurno. Giorno e notte convivono, secondo una logica onirica che sovverte l’ordine naturale.
La luce, qui, non illumina ma inquieta. La luminosità del cielo contrasta con l’oscurità sottostante, generando una tensione visiva e simbolica. La realtà si dissolve e lascia spazio a una dimensione ambigua, sospesa tra chiarezza e mistero.
In questa dualità, la luce perde la sua funzione rassicurante e diventa custode dell’enigma, non più strumento di conoscenza, ma soglia di un altrove che sfugge alla razionalità.
“E forse, ancora oggi, la luce non illumina tanto ciò che vediamo, quanto ciò che non riusciamo del tutto a comprendere”.
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