Dirigente Scolastico e Ufficiale della Repubblica, Angela Procaccini racconta il dolore per la perdita della figlia Simonetta e il cammino verso la dignità e la rinascita. Dai giovani fragili ai dodici racconti di Cristalli grezzi, una testimonianza intensa sull’amore, la compassione e la responsabilità civile.
C’è un punto nella vita in cui il destino si spezza senza avvisare. Per Angela Procaccini quel punto ha un nome che si pronuncia con rispetto, Simonetta, la figlia uccisa per errore molti anni fa. Da quella frattura non è nato il silenzio ma una scelta perché Angela, Dirigente Scolastico, Ufficiale della Repubblica, scrittrice e tanto altro, ha trasformato il dolore in responsabilità civile, in presenza, in ascolto. Soprattutto verso i giovani più fragili, quelli che nessuno vuole guardare negli occhi.
Il suo ultimo libro, Cristalli grezzi (Graus Edizioni), raccoglie dodici racconti, dodici tagli di un unico cristallo. Sono storie che parlano di vite imperfette, di padri scheggiati, madri granitiche, figli dalla lucida tenerezza, amori in frantumi. Case del Sannio che resistono, treni diretti al Nord, corsie d’ospedale, uffici stretti, campi d’estate. Alla fine di ogni racconto, un inserto lirico ruota ogni esistenza attorno al più universale dei sentimenti. Il dolore.
Napoli continua ad accogliere le presentazioni del volume; dopo il 4 febbraio alla Feltrinelli di piazza dei Martiri e il 12 febbraio presso Luce, Libreria Emotiva, nuovo appuntamento domani 18 febbraio alle ore 18 alla libreria The Spark.
Il 4 febbraio 2026, al termine della presentazione, ha ricevuto dall’International Propeller Club, Port of Naples, un riconoscimento con la dedica “Angelo del Cluster Marittimo”, consegnatole dal Presidente del Propeller Umberto Masucci.
Chi sono le donne che abitano le pagine di Stralci di vita, il libro che ha preceduto Cristalli grezzi?
Sono tutte donne coraggiose. La cosa più importante, alla base, è il coraggio. C’è la presa di coscienza, c’è lo spirito di abnegazione verso chi si ama, ma c’è anche la volontà di emergere quando si viene calpestate. Alla base c’è la dignità. E forse anche il dolore, perché il dolore sostanzia un pò la nostra vita. E proprio sulla base del dolore si può recuperare il senso di dignità. E quindi di rinascita.
Quali sono le tappe fondamentali per rinascere?
Dolore, dignità, rinascita. Le donne, nel passato, ne hanno subite tante. Penso alle donne di un tempo, spesso in silenzio. Mentre gli uomini andavano a caccia o in guerra, le donne restavano nell’ombra. Ma quel loro silenzio, in un certo senso, era vincente. È stata una caratteristica di tutte le donne, di tutti i tempi. Oggi forse le donne si esprimono più apertamente, sono più determinate, e questo a volte crea scompensi, e talvolta anche situazioni tragiche. In questi casi è necessaria la presa di coscienza per capire che una situazione non va. E allora bisogna cambiarla, oppure lasciarla, oppure superarla. Io continuo a dire che la donna dovrebbe acquistare maggiore capacità di mediazione per evitare che si arrivi a situazioni estreme. Mediazione ed equilibrio sono importantissimi.
E poi determinazione e dignità. La dignità del singolo individuo va rispettata, e la difesa della propria dignità è fondamentale.
Parliamo di amore e determinazione. In amore la donna è più generosa, comprensiva, affidabile dell’uomo?
Quando la donna ama, ama sul serio; dicevano i latini toto corde, con tutto il cuore, con tutta sé stessa, con tutta l’anima.
Il problema è quando la donna non è più convinta di quell’amore, allora diventa determinata e non accetta compromessi. È difficile che si adegui a una situazione in cui non si trova bene… a meno che non ci siano i figli o una condizione familiare particolare.
Io sono convinta che la donna, se ama davvero, sia profondamente determinata. E se non ama più, è capace di cambiare. Perché ha coraggio.
Cristalli grezzi, il tuo ultimo libro, è un libro di racconti. Perché per te il racconto supera il romanzo? Hai scritto molti libri, eppure dici che questo ti tocca di più.
Perché il racconto arriva diretto all’obiettivo. È più incisivo. Isabella Allende diceva che il racconto è come una freccia, quando scagli la freccia, arriva nel bersaglio. Il romanzo può diventare talvolta più “pesante” nella lettura, richiede un’attenzione diversa. Il racconto è immediato. È il genere che, insieme alla poesia, io amo di più.
Sì, ho scritto molti libri, ma questo… non so perché… mi tocca di più. Penso anche a scrittrici che hanno attraversato una grande sofferenza. Isabel Allende, per esempio, ha perso la figlia Paula. Però c’è una differenza, quando una madre assiste la malattia del figlio o della figlia, quel dolore è graduale, terribile, ma ti porta, in qualche modo, anche ad accettare. Essere privati di una creatura amata brutalmente, da un momento all’altro, è un dolore quasi insopportabile.
Un dolore del genere può annullare anche la dignità? Può portare alla disperazione totale?
Certo. Un dolore del genere annulla. Io parlo del dolore di un genitore che perde il proprio figlio drammaticamente. E guarda, perfino la lingua italiana rifiuta una situazione così. Esiste “orfano”, il figlio privato del genitore, ma non esiste una parola che indichi un genitore privato del figlio. Perché è contro natura.
Che tipo di donna è oggi Angela Procaccini, dopo la tragedia che ha vissuto con l’uccisione della figlia Simonetta?
Io oggi… non dico serena, perché la serenità non si può mai raggiungere. Ma sono contenta di quello che ho fatto. Dopo il buio più totale dei primi mesi, ho capito che quella non era la strada giusta perché non sarei stata degna di mia figlia. Ho cominciato a guardarmi intorno, a pensare ai giovanissimi, a pensare all’altro mio figlio che era rimasto solo. Poi ho pensato agli altri figli che sono venuti.
E soprattutto ho cercato di andare incontro ai ragazzi difficili, ai ragazzi reclusi nell’Istituto Penale Minorile di Nisida, e anche nel carcere femminile di massima sicurezza di Benevento. Ho parlato col cuore in mano. E parlando con queste persone, che spesso sono infelici, molto infelici, ho provato a dare una piccola luce di speranza. Spero che almeno in qualcuno si sia accesa una fiammella, necessaria per continuare a vivere. Io ho molta compassione. Non pietà, compassione, che significa cum patior, soffrire insieme. Quando vedo persone sofferenti, soffro con loro. E questo mi rende sorella delle creature sofferenti. E sono felice di questo, mi aiuta.
Qual è il tuo messaggio a una madre che ha perso un figlio?
Me lo chiedono spesso. E il consiglio è sempre lo stesso. Amate. Perché l’amore supera qualsiasi cosa. L’amore nel senso nobile del termine ossia dare senza sperare di ricevere molto in cambio. E poi parlare alle persone sofferenti, fare opere di aiuto, se si ha la forza. Oppure cominciare a scrivere. La scrittura aiuta molto, è liberatoria, è catartica. E ancora, perdonate chi vi ha fatto del male. Il perdono sana tutto. Io dico sempre che tre sono le parole, fede, speranza e carità. Aver fede in sé stessi, aver fede in Dio, aver fede nel prossimo. La fede porta alla speranza. E soprattutto la carità, l’amore con la maiuscola, in cui dai senza sperare di ricevere chissà cosa, perché dando aiuti te stesso prima degli altri.
Tu dici che leggi molto negli occhi delle persone. Che cosa ti dicono gli occhi?
Io guardo sempre gli occhi delle persone. Se uno sguardo è limpido, se guarda direttamente negli occhi, capisco che c’è un buon sentimento alla base. Questa cosa mi ha aiutato moltissimo anche con ragazzi difficili. Ho diretto istituti importanti, come il Nautico, con tanti giovani che avrebbero dovuto affrontare il mare, persone particolari. Ricordo che un ragazzo aveva fatto qualcosa che non doveva. Qualcuno diceva: “Bisogna cacciarlo via da tutti i nautici d’Italia”. Ma io non l’ho mai fatto, perché la scuola deve essere un aiuto, non una chiusura. Lo guardai negli occhi e vidi, oltre la rabbia, la disperazione. Gli dissi: “Non ti preoccupare, vediamo come risolvere la situazione”. Anni dopo mi ha scritto e mi ha detto che se oggi si trova su una petroliera, lo deve a me, perché sono stata l’unica a capirlo. E l’avevo capito semplicemente guardandolo negli occhi. Perciò io dico, guardate negli occhi i giovanissimi, i bambini, i ragazzi. Sono lo specchio dell’anima.
Oggi nella scuola vediamo episodi di violenza. Da cosa nasce?
Guardiamoci intorno, che cosa diamo noi a questi ragazzi? Televisioni, spettacoli osceni o violenti. Famiglie spesso disgregate. Genitori che lavorano per sbarcare il lunario. Ragazzi soli. Crescono nella violenza, non solo quella dei film, ma anche quella delle guerre e delle situazioni che abbiamo intorno.
Anche con i giochi di guerra, le pistole per regali…
Si è sempre giocato così, è vero. Forse oggi andrebbe evitato. Però se non lo fanno con le pistole giocattolo, poi lo fanno con i videogiochi e siamo lì. Così si accresce in loro lo stimolo alla violenza. Sono creature fragili, delicate, basta poco per turbarli e portarli verso qualcosa di negativo. Ci vuole molta attenzione. E poi c’è un’altra cosa, oggi i ragazzi non si guardano negli occhi. Hanno il cellulare, lo sguardo fisso. Perdono la relazione umana, affettiva, sentimentale, che è fondamentale. Questa generazione ha bisogno di essere compresa e aiutata.
E come si aiutano?
Anche quando compiono un’azione scorretta, bisogna far comprendere il male commesso. Perché chi sbaglia, anzi, soprattutto chi sbaglia, è spesso una creatura fragile, esasperata, che scarica rabbia. Il ragazzo violento è un ragazzo fragile. È complicato, non è facile. Ma bisogna farlo, aiutiamo i giovani, io lo grido sempre. Non ho mai preso decisioni drastiche, ho sempre cercato di parlare e aiutare. Anche con i ragazzi degli istituti penali minorili si parla di sentimenti. Io leggo racconti che parlano di dolore, di nostalgia, di sofferenza.
Sono ragazzi privati della casa, della madre, della famiglia, se tu parli di queste sensazioni, loro ti capiscono. Ti sentono sorella nella sofferenza. Non c’è niente che ci unisca di più della sofferenza.
Perché il titolo Cristalli grezzi?
Li ho chiamati così perché sono dodici, come dodici sfaccettature. “Grezzi” perché non c’è niente di opulento, di straordinario, sono racconti che riguardano situazioni e persone umili. Per esempio, storie di sacrifici, c’è chi ha lasciato la terra d’origine, chi ha lasciato il Sannio per cercare un futuro altrove. Il popolo italiano è stato migrante, nel passato. Tutto questo mi porta a una grande comprensione, è l’humanitas che mi interessa.
E il filo conduttore è sempre il dolore. Il dolore vissuto nella mia vita. Da tanti “cristalli grezzi” si forma un unico cristallo, con tante facce diverse, e a tenerle insieme è il dolore, che però può diventare anche una strada verso il senso della vita, verso la dignità.
Chi è Simonetta Lamberti?
Simonetta Lamberti è la figlia di Angela Procaccini. E’ un nome da non dimenticare.
Aveva solo 11 anni Simonetta quando è stata uccisa. Aveva appena trascorso un pomeriggio insieme al suo papà. Non poteva che essere felice. Come quando poteva trascorre il tempo a raccogliere i fiori e sentire il loro profumo. Simonetta Lamberti nasce a Napoli, il 21 novembre del 1970. Vive a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, con mamma Angela e papà Alfonso. E la più piccolina di casa, ha un fratello più grande, Francesco. Sono una famiglia normale, serena e felice; papà Alfonso è un uomo magro, dai folti capelli neri e con degli occhiali dal vetro spesso che lo rendono simpatico, quasi buffo. Di mestiere fa il giudice, è il procuratore di Sala Consilina; dalla fine degli anni Settanta, si occupa di casi di criminalità organizzata ed è soprannominato “Fonzo ‘a manetta”, per la celerità con cui fa arrestare i sodali della camorra. Il lavoro lo tiene molto impegnato, ma cerca di trascorrere più tempo possibile assieme alla sua famiglia.
Mamma Angela invece fa l’insegnante e poi, negli anni diventerà dirigente scolastico. E’ una donna sempre attiva, impegnata con progetti educativi coi minori a rischio e in carcere. È dolce, dai modi sempre gentili, bella e curata, ed è una mamma amorevole e presente.
Simonetta ha capelli biondi come quelli di mamma, che tiene sempre raccolti ai lati con due forcine oppure in due treccine, e una lunga frangia che le cade sul viso, appena sopra i suoi occhioni castani, vispi e profondi. Ha un sorriso furbetto che si incaglia in dolci fossette, l’espressione sempre felice. Ama i fiori, soprattutto quelli di campo, e gli animali; le piace tanto giocare all’aria aperta o, ancor meglio, in mezzo alla natura. È una bimba gentile e attenta agli altri, generosa e buona.
Qualche anno più tardi la famiglia si allarga per l’arrivo di un nuovo fratellino, Stefano, e Simonetta ne è entusiasta e felice.
La vita di Simonetta scorre normalmente, tra gli impegni lavorativi di mamma e papà, la scuola, i giochi con gli amichetti, le liti con i fratelli. Simonetta ha sempre la meglio perché in casa è la più coccolata. Una vita serena e felice, circondata dall’amore della sua famiglia.
Il 29 maggio del 1982
Il 29 maggio Alfonso decide di trascorrere una giornata di meritato riposo e di dedicarsi alla sua famiglia. È una giornata calda, il sole alto di fine maggio gli fa venire in mente una cosa bella: il mare. Decide così di portare Simonetta in spiaggia, a Vietri sul Mare, piccolo gioiello dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Avranno del tempo per giocare insieme, rincorrersi finendo per rotolarsi e abbracciarsi sulla spiaggia tiepida. E infatti, quelle ore insieme passano spensierate e felici tra risa, giochi e coccole fino a quando arriva il momento di tornare a casa. Si rimettono in macchina e, come tutti i bambini di ritorno dal mare, dopo tanti bagni e sole, Simonetta si addormenta con la testa appoggiata al vetro, sul sedile accanto a papà Alfonso, mentre l’auto percorre la strada che li riporta a Cava dei Tirreni. Papà Alfonso la guarda sorridente, le fa una dolce carezza e assapora gli ultimi momenti di quella giornata felice, prima di tornare alla frenesia della quotidianità e del suo lavoro. Non sa e non può immaginare che nel giro di pochi minuti le loro vite saranno irrimediabilmente stravolte.
All’improvviso, infatti, una macchina affianca quella di Alfonso e inizia a piovere una raffica di colpi d’arma da fuoco senza neanche avere il tempo di rendersi conto di ciò che sta succedendo per provare a scappare. I vetri dell’auto vanno in frantumi, Alfonso viene ferito alla testa e anche Simonetta. Per lei non ci sarà scampo, morirà sul colpo, su quel sedile affianco al suo adorato papà, con negli occhi ancora le immagini felici di quella mattinata trascorsa insieme.
Alfonso ferito gravemente ma ancora vivo la tiene tra le braccia per proteggerla, sperando che sopravviva. Nel giro di pochi minuti una folla si raduna attorno alla macchina del giudice, ferma per caso proprio a pochi metri di distanza dal locale ospedale. Ma la disperata corsa per raggiungerlo non servirà, per Simonetta non ci sarà nulla da fare, morirà in quel caldo giorno di fine maggio, a soli 11 anni.
Dalla morte della piccola Simonetta la vita della sua famiglia non sarà mai più la stessa; Angela si chiude in un doloroso silenzio, raramente interrotto per lunghi anni. Papà Alfonso invece dovrà affrontare gravi problemi di salute dovuti ai danni provocati dall’attentato e vivrà vicende personali controverse.
Ma a un anno dalla morte di Simonetta, una nuova vita irromperà nella storia di questa famiglia: Angela dà alla luce una bella bambina, che si chiamerà Serena Simonetta, come la sorella che mai potrà conoscere.
Ho una sorella con cui non ho mai giocato, non ne conosco la voce, non ho nessun ricordo di me e lei. Solo la sua ombra. Che cerco inutilmente di afferrare ogni giorno.
Ricordo le sere di agosto, le rare sere in cui papà non lavorava ed era con noi in vacanza, in cui ero nel piccolo giardino all’ingresso della casa, dove c’era un tavolo bianco con due sedie e dove io e papà guardavamo il cielo cercando delle stelle cadenti. Chiedevo sempre a papà di farmi una grattatina sulla schiena, perché mi piaceva tantissimo. Appena smetteva, gli chiedevo di ricominciare ogni volta. E lui non poteva far altro che accontentarmi. È uno dei pochi ricordi dolci della mia infanzia difficile. All’epoca ancora non immaginavo né sapevo di aver perso una sorella a causa della camorra. Serena Simonetta Lamberti, sorella di Simonetta.
Vicenda giudiziaria
Le indagini, per via dell’attività lavorativa di papà Alfonso, si concentrano da subito sulla pista camorristica.
La procura indica Salvatore Di Maio come mandante dell’omicidio e Carmine Di Girolamo come esecutore materiale, entrambi esponenti della Nuova Camorra Organizzata del boss Raffele Cutolo.
Eppure, nel 1987, la Corte d’Assise di Salerno emetterà una sentenza di assoluzione per insufficienza di prove nei confronti di Di Maio e Di Girolamo, mentre, grazie alla testimonianza oculare di un cittadino che lo vide al volante della macchina dove sedevano i sicari, verrà pronunciata una sentenza di condanna all’ergastolo per Francesco Apicella. Ma con la sentenza di secondo grado, la Corte d’Appello lo proscioglierà, adducendo la non credibilità della testimonianza oculare portata in primo grado.
L’ultimo capitolo di questa lunga e travagliata vicenda giudiziaria si aprirà nel 2011 grazie alle dichiarazioni del camorrista Antonio Pignataro, che si autoaccusa dell’omicidio e indica come mandante Francesco Apicella, ormai deceduto, e come sicari Gerardo Della Mura, Claudio Masturzo e Gaetano De Cesare, anch’essi già morti. Chiamerà anche in causa Salvatore Di Maio che la Cassazione però aveva assolto per l’omicidio nel 1987 e che non sarà, perciò, più processabile per la stessa accusa. Nel 2015 Antonio Pignataro verrà condannato definitivamente a 30 anni di carcere dando così una risposta alla famiglia di Simonetta. Alfonso morirà poco tempo dopo.
Memoria viva
Per tenere viva la memoria di Simonetta sono stati a lei intitolati lo stadio di Cava dei Tirreni e la Biblioteca “Museo del Mare” di Bagnoli.
Simonetta Lamberti che cosa le è stato intitolato finora
Stadio di Cava de’ Tirreni. Intitolato il 2 aprile 1983, per commemorare la vita e il sacrificio di Simonetta Lamberti.
Biblioteca del Museo del Mare di Napoli. Dedicata a Simonetta Lamberti nel 2018, per celebrare la sua memoria e quella della sua famiglia.
Piazza di Cautano. Una piazza dedicata a Simonetta Lamberti nel comune di Cautano, in provincia di Benevento.
Largo Simonetta Lamberti. Un largo inaugurato a Napoli nel 2018, per trasformare la morte in vita.
Presidio di Libera di Mercato San Severino. Intitolato alla sua memoria, per ricordare la sua vita e il suo impegno.
«Io sono una donna fortunata. Difatti non penso mai alle persone che hanno ucciso mia figlia. Lei è morta, è vero, ma per me è come se fosse successo senza la premeditazione di qualcuno, come se non fosse stata uccisa. Vede, non odiare chi ci ha fatto tanto male è la salvezza».
— Angela Procaccini
Testo e citazione tratti dal sito ufficiale “Vivi libera. Simonetta Lamberti”.

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