La nottola di Minerva, simbolo del pensiero filosofico, rappresenta il volo della ragione al crepuscolo dell’esperienza. Tra mythos e logos, arte e poesia, il pensiero umano cerca il senso del reale e una via di redenzione. Attraverso il Fregio di Beethoven di Klimt e le grandi tradizioni filosofiche, questo articolo esplora il ruolo della cultura come strumento per risvegliare le coscienze e ritrovare l’armonia perduta.
La nottola – la civetta – simbolo per antonomasia di Minerva, dea della sapienza, è il titolo che abbiamo voluto dare a questa rubrica con l’intento di offrire al lettore spunti di riflessione e di ricerca su tematiche di natura filosofica, storica, letteraria e artistica.
La nottola raffigura il volo del pensiero nell’ora del crepuscolo, quando i fatti sono accaduti e diventa possibile affidarsi alla comprensione razionale. L’aforisma hegeliano a cui si fa riferimento compendia in sé il significato stesso della Filosofia, intesa come logos, pensiero e parola, ma richiama anche l’attributo di una figura femminile che racchiude in sé l’amore per la sapienza, la bellezza, l’armonia e l’ethos.
Il termine logos, nei primi filosofi dell’antica Grecia – come Parmenide – veniva spesso affiancato a nous, il corretto pensare, l’intelligenza, l’intelletto. Logos (comprensione e dimostrazione razionale) e nous (conoscenza intuitiva) costituirono nel tempo l’asse portante della Filosofia quale scrittura razionale e profonda del mondo, in contrapposizione a una visione laterale o meramente superficiale della realtà.
La Filosofia è incanto, apertura al mistero, stupore e meraviglia dell’uomo di fronte alla vita. La ricerca oscilla fra due poli, il soggettivo e l’oggettivo, con un’aspirazione comune: la sophía, la sapienza. In quanto tale, essa si propone come scienza suprema – quella che sarà poi la metafisica – ovvero, per Aristotele, lo “studio dell’essere in quanto essere”, che indaga l’essenza, la struttura e le cause ultime del reale, procedendo oltre le apparenze sensoriali e oltre le scienze particolari, limitate a porzioni di realtà e non al loro fondamento comune.
La Filosofia è anche poesia, non solo perché talvolta trova espressione in opere in versi – come nel poema di Parmenide – ma perché affonda le sue radici nel mythos, la spiegazione originaria del mondo in termini fantastici e sacrali.
La coppia concettuale mythos–logos ha da sempre sollecitato l’intelligenza umana. Il mito ha espresso “l’incontrovertibile bisogno dell’uomo di far sintesi, di elaborare momenti temporanei, seppur precari, di significato, di episteme debole, in attesa e accanto all’epistemologia forte dei saperi” (Idee. Rivista di filosofia, n. 48, 2001, Lecce). La Filosofia spiccò il suo volo proprio a partire dal mythos, quando il pensiero avvertì l’esigenza di superare il sapere mitico trasmesso da Omero ed Esiodo e compì il primo passo nell’esperienza del meditare e del dimostrare, imbattendosi subito in enigmi, come osserva Gadamer.
Il logos non abbandonò mai del tutto il mito, che continuò a essere utilizzato per finalità etiche o quando il pensiero si trovava dinanzi a problemi troppo complessi, ai limiti del pensabile, o di fronte a “sentieri interrotti”, per dirla con Heidegger.
Nel Fregio di Beethoven di Gustav Klimt (1902) ci troviamo dinanzi alla contrapposizione atemporale fra Bene e Male, da cui scaturisce la domanda se possa esistere una via di riscatto attraverso la Filosofia, l’Arte, l’Amore e la Poesia.
Nelle società secolarizzate del nostro tempo, il Male – inteso come contrapposizione ideologica al Bene ed espressione della dualità dell’essere – sembra aver imposto il proprio regno incontrastato. La frammentazione del sapere umano, lo svuotamento della ricerca del bene e del bello, la progressiva scomparsa della visione sacrale del mondo e l’evanescenza dei paradigmi assiologici rendono difficile collocare il divenire storico entro una prospettiva di speranza, progresso e riscatto.
In un percorso di de-umanizzazione, in cui si va smarrendo il senso profondo della dignità umana, l’intelligenza – non più impiegata come strumento flessibile e irrinunciabile di conoscenza – viene ridotta a mero procedimento tecnico, con il rischio di atrofizzare la ragione stessa. Ci si chiede allora se esista ancora una via di salvezza: sarà possibile recuperare l’autentica essenza del nostro essere-nel-mondo, risollevarci dall’abisso del non-senso e del nulla, rifondare un mondo autenticamente umano e riacquistare l’“armonia perduta”?
Fin dall’antichità, il logos filosofico, l’arte, il mito, l’amore e la poesia hanno indicato una via possibile, non solo come evasione o consolazione dal dolore, ma come strumenti capaci di restituire orizzonti autentici di senso. Filosofi, artisti e poeti sono stati le coscienze più vigili, capaci di recuperare, attraverso la riflessione, la potenza dell’amore e lo spirito della bellezza, la strada della redenzione.
Il Fregio di Beethoven fu realizzato in occasione della XIV Mostra secessionista viennese, ideata dall’architetto e direttore artistico Joseph Franz Maria Hoffmann, e dedicata alla celebrazione del grande compositore. Durante il cerimoniale di apertura fu eseguita la Nona Sinfonia, esaltazione del genio libero e creatore e della potenza universale dell’amore.
L’opera di Klimt si impone come allegoria figurativa della Nona, rielaborata attraverso accenti nietzscheani e suggestioni wagneriane, in cui il Genio diventa prototipo inattuale di una nuova umanità.
Nella prima parete, Il desiderio della felicità, alle sofferenze del fragile genere umano si affiancano la compassione e l’ambizione, forze interiori che spingono l’uomo forte a lottare per la felicità. Qui risuonano chiaramente i temi schopenhaueriani del dolore, della sofferenza e della compassione.
Nella seconda parete compaiono le figure mostruose di Tifeo e delle sue tre figlie, le Gorgoni, simboli della Malattia, della Follia e della Morte. Accanto, appaiono la Lussuria, l’Impudicizia e l’Incontinenza, mentre isolata emerge la figura dell’Angoscia. In alto, i desideri umani si dissolvono. Tifeo, legato al mito del vulcanesimo etneo e alle origini di Ischia (Pithekoussai), rappresenta l’ottusità materiale e le forze del Male, avverse alla bellezza delle divinità olimpiche.
L’ultima parete, Inno alla gioia, celebra il trionfo delle Arti, attraverso le quali è possibile placare il desiderio di felicità e raggiungere la pace e l’amore assoluto.
L’intera scenografia riproduce il lungo viaggio dell’individuo, personificato dal Cavaliere armato alla ricerca della felicità, invitato dall’umanità sofferente a intraprendere la lotta per pietà e orgoglio. Il percorso si conclude nell’abbraccio finale con la donna, metafora della Poesia, sotto l’albero della vita e alla luce del Sole e della Luna, simboli dell’inizio e della fine.
Arte, Filosofia e Poesia si rivelano così essenziali per la redenzione dell’Umanità: una via non riservata a pochi eletti, ma accessibile a quanti si dispongano all’amore per la conoscenza e la bellezza.
In questa atmosfera sospesa fra mito e realtà, simbologia e verità storica, la Filosofia – simboleggiata dalla nottola che appare al crepuscolo – è capace di risvegliare le coscienze. Essa “agisce terapeuticamente come un medicinale per il cui impiego sono necessari dispensatori e medici”, scrive Kant, e solo i filosofi sono legittimati a prescriverne l’uso.
La speranza del futuro si concentra in questo messaggio: un invito luminoso alla Cultura e al risveglio delle coscienze. Occorre far rinascere, come fenici dalle ceneri, i grandi interrogativi esistenziali e riportare alla luce, con rinnovata forza, l’eros filosofico, che appartiene alla struttura più profonda dell’essere umano.
Quando la filosofia dipinge a chiaroscuro, allora un aspetto della vita è invecchiato,
e dal chiaroscuro esso non si lascia ringiovanire, ma soltanto riconoscere:
la nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.
(G. W. F. Hegel)
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