A 66 anni dallo storico oro olimpico dei 200 metri a Roma 1960, un ritratto intimo di Livio Berruti. L’uomo che scelse l’eleganza delle scarpe bianche, il valore del gesto e la gioia pura della corsa rispetto al solo mito del risultato.
Le cose più importanti nella vita son quelle che meritano di essere fatte di per sé stesse (Mark Rowlands).
Oggi 3 settembre ricorre il 66° anniversario dello storico trionfo di Livio Berruti nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960. Un’impresa indimenticabile su cui si è tornati a riflettere a lungo, specialmente dopo la sua scomparsa, per comprendere quanto quel successo abbia segnato non solo la carriera del velocista azzurro, ma l’intera storia dello sport italiano.
Innanzitutto, sul piano sportivo.
Nella finale dei 200 metri, Livio trionfò con il tempo di 20″5, eguagliando per la seconda volta in poche ore il primato mondiale dell’epoca, che aveva già fermato sul cronometro manuale durante la semifinale. Alle sue spalle finirono proprio i favoritissimi statunitensi Johnson e Norton, detentori del record, che si piazzarono rispettivamente al quinto e sesto posto con 20″8 e 20″9. Un tempo, quel 20″5, straordinariamente competitivo ancora oggi; un crono che gli avrebbe garantito l’ottavo posto nella finale olimpica di Parigi 2024.
In quell’edizione dei Giochi, l’Italia conquistò un ricco medagliere composto da 13 ori, 10 argenti e 13 bronzi. Tuttavia, la vittoria di Berruti è unanimemente considerata il vero simbolo dell’impresa azzurra a Roma 1960.
Perché?
Fino ad allora, a partire dalla edizione di Parigi 1900, la vittoria su questa distanza era stata appannaggio quasi esclusivo degli atleti statunitensi (con due sole “incursioni” di atleti canadesi, nel 1908 e nel 1928). Livio era pertanto il primo atleta a mettere in fila i rappresentanti del continente americano e a superare il loro dominio sino ad allora incontrastato.
Quella vittoria, dunque, travalicò immediatamente il piano puramente sportivo, sia pur importante, per assurgere a valore simbolico di rinascita nazionale post-guerra: “Non c’è stato un oro che abbia avuto lo stesso significato sociale, era la nostra rivincita, per la prima volta l’Italia non era più un Paese sconfitto” (Maurizio Damilano, Gazzetta dello Sport, 11.8.2026). Qualcosa di analogo si verificò pure con la vittoria del tedesco Armin Hary nei 100 metri.
Al di là del valore sportivo e del significato sociale, questo tributo intende celebrare la dimensione più autentica e profonda di Livio Berruti. L’uomo dietro il campione.
I suoi detrattori gli hanno spesso contestato la mancanza di continuità, accusandolo di aver “ballato per una sola estate”. Sebbene sia innegabile che Berruti non abbia più ripetuto un exploit di quel livello, chi muoveva queste obiezioni dimostrava di non aver compreso fino in fondo l’essenza della sua figura.
Livio cambiò le proprie scarpe tra la semifinale (con record mondiale: 20″5) e la finale; passò da calzature moderne e leggere a scarpe più pesanti, ma completamente bianche come le calze: “Fu una scelta esclusivamente estetica, narcisistica. Mi piaceva che le scarpe della finale fossero bianchissime, come quelle di Jesse Owens, quando vinse 4 ori a Berlino 1936. Con quelle più tecniche e leggere avrei fatto ancora meglio? E chi lo sa?” (dall’ultima intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, 2.9.2025). Così quell’immagine di Livio che taglia il traguardo col petto proteso in avanti, sulla terra battuta, calze e scarpe bianche, occhiali da sole è diventata iconica!
È risaputo inoltre che Livio si allenava poco, al massimo due o tre volte alla settimana (più o meno come un podista amatoriale dei giorni nostri), senza sgobbare troppo ed improvvisando abbastanza. L’allenamento non doveva diventare … un dispiacere.
“La curva dei 200 metri ben fatta era un’esperienza erotica” ha detto, più di una volta, nelle sue interviste.
Per comprendere quella frase, va ricordato che i 200 metri sono la distanza più classica dell’atletica leggera; la gara dello “stadion” nell’antica Olimpia — il cui vincitore veniva considerato il vincitore degli interi Giochi — si correva infatti sulla distanza di 192,28 metri.
Con una differenza, notevole, i greci la correvano su un rettilineo (un po’ come gli attuali 100 metri), noi nei giochi olimpici dell’era moderna la corriamo in curva (su una delle due curve della pista olimpica pari a 400 metri). Questo significa che per aggiudicarsi questa gara non basta essere velocisti puri e sprigionare tutta la propria potenza sul rettilineo, come ad Olympia, ma bisogna anche avere la capacità di “disegnare” la curva che si sta percorrendo con la propria traiettoria; insomma, ci vuole stile, classe ed eleganza.
Siamo così arrivati alla fine del viaggio, o della corsa. Scarpe bianche per puro senso estetico e per il gusto di indossarle, persino a costo di compromettere la prestazione; allenamenti ridotti allo stretto necessario; la curva, il cuore dei 200 metri, vissuta come un’esperienza di pura estasi sensoriale. Qual è dunque il filo che lega tutto questo?
Il piacere di correre in sé e per sé, la corsa come fine e non come mezzo; il culto del bello, ricercato anche nella grazia del gesto atletico; la gioia della creazione, il diventare tutt’uno con il movimento attraverso la magia del ritmo!
Oggi, in un mondo in cui ogni azione viene compiuta e misurata unicamente “in funzione di” uno scopo e mai “in sé e per sé”, la figura di Livio Berruti appare quasi come quella di un marziano. Proprio per questo dovremmo raccogliere il suo testimone e rilanciare la staffetta, facendo nostro il lascito della sua vita per riscoprirne e rivendicarne il valore intrinseco.
«Per me l’atletica era gioia e piacere» (Livio Berruti).
Chi era Livio Berruti
Nato a Torino il 19 maggio 1939, Livio Berruti scopre l’atletica quasi per caso nel 1955 tra i banchi del liceo Cavour. Inizialmente desideroso di dedicarsi al tennis, viene presto travolto dai risultati cronometrici della pista, che lo consacrano velocista puro. Solo cinque anni dopo, il 3 settembre 1960, diventa il primo europeo a vincere l’oro olimpico nei 200 metri a Roma, eguagliando due volte il record del mondo (20″5).
Oltre all’impresa sportiva, l’Olimpiade romana regala alla memoria collettiva l’iconica storia d’amore tra Berruti e Wilma Rudolph, la “gazzella nera” vincitrice di tre ori, fotografati mano nella mano al Foro Italico in un’immagine simbolo di grazia e rinascita.
Dopo il quinto posto ai Giochi di Tokyo 1964 e la fine della carriera agonistica, Berruti lavora con successo nel mondo della comunicazione. Nel 2006 è portatore della bandiera olimpica ai Giochi Invernali di Torino e il suo nome viene inserito nella Walk of Fame dello sport italiano.
Scomparso il 9 agosto all’età di 87 anni in una clinica torinese dopo un periodo di malattia, lascia la moglie Silvia. La sua figura è stata ricordata dalle più alte istituzioni e dagli atleti di oggi; il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha definito «una figura altamente rappresentativa dello sport italiano», mentre Marcell Jacobs ha richiamato la celebre “leggerezza” della sua corsa come un modello per le generazioni di velocisti a venire.
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