La Nave Costa Concordia. Benedetto Minuto, l’intervista all’uomo che sfidò la ’Ndrangheta e sopravvisse al naufragio

L’odissea di un uomo alla ricerca della salvezza. In questa esclusiva, l’intervista al Capo Commissario Benedetto Minuto. Dal no alla ’Ndrangheta al trauma del naufragio della Costa Concordia, dove salvò decine di vite. Un cammino doloroso per raggiungere la terra ferma e ricominciare a scrivere il proprio futuro.

Il destino di un uomo si misura spesso tra due coordinate fondamentali. Il coraggio di restare e la forza di ritornare. Per Benedetto Minuto, Commissario di bordo della Nave Costa Concordia, naufragata la notte del 13 gennaio 2012 nelle acque dell’Isola del Giglio, queste coordinate hanno preso il nome di Coscienza e di Riva. La prima lo ha guidato a terra e poi di nuovo in mare, la seconda è stata una metafora di salvezza inseguita per tredici lunghi anni. Quella che emerge dalle sue parole è la cronaca di una notte apocalittica e la parabola di un uomo che ha saputo sfidare i giganti oscuri della sua terra – rifiutando fermamente il ricatto della ’Ndrangheta – per poi sopravvivere al più clamoroso naufragio dell’era moderna, ritrovando infine la propria vita e la propria voce attraverso la scrittura. Alcune tragedie sono destinate a rimanere prigioniere del sensazionalismo tant’è che per tredici anni, il naufragio della Costa Concordia è stato ridotto dai mass media a un binomio inscindibile. Le colpe di Francesco Schettino e il gossip sulla ballerina moldava. Ma dietro il circo mediatico esiste un’altra Concordia, fatta di ferite invisibili, di dignità professionale e di un equipaggio che ha pagato un prezzo altissimo per salvare migliaia di vite.

A dare voce a questa verità sommersa è Benedetto Minuto, nato e cresciuto sullo Stretto di Messina, a pochi chilometri da Scilla. Minuto ha da poco pubblicato il suo toccante libro La Concordia. Tredici anni per raggiungere la riva (Pace Edizioni, con la prefazione di Antonio Salvati). Un’opera di straordinario valore umano e civile, capace di scuotere gli animi e di tracciare una rotta di verità e speranza attraverso la forza della parola scritta.

Lo abbiamo incontrato per fare luce su quel viaggio interiore durato tredici anni, sospeso tra il trauma del passato e la faticosa conquista di una nuova serenità.

Nel titolo del tuo libro parli di tredici anni per raggiungere la riva. Questa “riva” è un luogo fisico o è uno stato dell’anima?

No, in questo caso è proprio uno stato dell’anima. È una metafora che si riferisce allo stato psicologico in cui si trova una persona dopo un trauma così devastante. Per tredici anni ho visto quella riva davanti a me. A volte nuotavo per raggiungerla, ma era come se si allontanasse. Eppure, proprio la visione della riva mi ha salvato. Volerla raggiungere a tutti i costi era il mio obiettivo. Io sono un abile nuotatore, sono nato e cresciuto sullo Stretto di Messina, a sette chilometri da Scilla, e conosco bene il mare. Quando nuoti e sei stremato, cos’è che ti dà la forza di continuare? È vedere la terra ferma che si avvicina. Ti dà una spinta di energia fisica e mentale. La riva rappresenta la salvezza e raggiungerla significa riappropriarsi della propria vita.

Quella notte del 13 gennaio 2012 sei riuscito a salvarti nuotando in mare aperto. C’è stato un momento in cui hai pensato di non farcela?

Sì, l’ho pensato. Poco prima di gettarmi in mare ho vissuto un’esperienza extrasensoriale che racconto a pagina 109 del libro; ho percepito una presenza insolita, una figura scura con due punti luminosi, come due occhi. Un’ombra apparsa all’improvviso e svanita in modo repentino. Non c’è stato un dialogo, ma quella visione mi ha trasmesso una calma e una certezza assoluta. Che non sarei morto. È stata una sensazione incredibile, come se il tempo si fosse fermato in senso astrofisico e l’universo intero si fosse bloccato a guardarci.

Subito dopo, però, è iniziata la lotta. Mi sono staccato dalla nave e ho iniziato a nuotare al buio; vedevo questo colosso che piano piano si abbatteva – per fortuna lentamente – sopra di me e su altre persone poco distanti. C’era il terrore che la nave ci finisse addosso di colpo. In più, a causa dell’inclinazione del relitto, dalla zona della piscina situata in alto hanno iniziato a piovere in mare tavoli e sedie. Pensavo: «Se adesso mi becca un tavolino in testa, è finita». L’acqua era ghiacciata, il rischio di andare in ipotermia era concreto e reale. In quel momento ero lucido, sapevo che, razionalmente, le mie percentuali di sopravvivenza erano drasticamente inferiori rispetto a quelle di morire. Ma quell’ombra iniziale mi aveva dato la forza interiore per non cedere al panico.

Molti sopravvissuti alle grandi tragedie convivono con la “sindrome del sopravvissuto”, schiacciati da domande dolorose. Quale interrogativo ti ha tormentato di più in questi anni? “Perché è capitato a me?” oppure “Perché io mi sono salvato e gli altri no?”

Mi ha accompagnato soprattutto la seconda. Perché io mi sono salvato e altri no? Ero a un passo dalla morte, eppure ce l’ho fatta. Per tanto tempo questa domanda è tornata a bussare nella mia mente. Ma a certe domande non puoi dare una spiegazione razionale. Dipende dal destino, dalle circostanze, da fattori che sfuggono completamente al nostro controllo. Di fronte a tutto questo, trovo un’unica spiegazione, non era ancora giunto il mio momento. In questo percorso mi hanno aiutato la resilienza, la famiglia e la fede. Sono cattolico praticante fin da ragazzo, e la concezione cristiana mi ha offerto un supporto fondamentale per accettare l’imperscrutabilità di certi eventi.

Nel libro emerge una forza d’animo fuori dal comune. Nel momento del caos più totale, tu sei rimasto lucido. Dove hai trovato questo coraggio?

Non sono mai stato un tipo pauroso. Anche nella mia vita precedente alla navigazione ho dovuto affrontare situazioni molto difficili. Prima di imbarcarmi nel 2008, avevo aperto e gestito per quasi dieci anni un ristorante in Calabria. A un certo punto, vedendo il successo del locale, si presentarono delle persone a chiedermi il pizzo. Parliamo di cifre importanti, quasi 3.000 euro al mese. Io ho rifiutato fermamente, sempre. E ho subito minacce pesanti, arrivarono persino a bruciarmi l’automobile. Il coraggio lo avevo già sperimentato sulla mia pelle in quella trincea civile. Certo, non lo avevo mai testato in una circostanza apocalittica come quella della Concordia, con una nave che si ribalta e migliaia di persone nel panico. Ma quel passato mi ha aiutato a non farmi fagocitare dal terrore e a portare a termine il mio dovere.

Una volta raggiunta la banchina del Giglio, ti sei rituffato in quell’acqua gelida per salvare altre persone. Che cosa spinge un uomo già salvo a tornare verso il pericolo? Incoscienza o coscienza?

La coscienza. Senza dubbio. Per incoscienza si fanno le cose sbagliate, per coscienza si fanno quelle giuste. Nel trauma si può perdere la lucidità, ma io in quel momento ho preso pienamente coscienza del fatto che c’erano delle persone in acqua che stavano per morire. Un ragazzo filippino che lavorava in macchina, un addetto ai motori, era poco distante da me e ha visto due anziane signore tedesche che non riuscivano a raggiungere la riva. Da solo non poteva trascinarle entrambe, così mi ha chiamato. Ci siamo tuffati insieme e le abbiamo tirate fuori. Ero consapevole del rischio, ma la mia coscienza non mi ha lasciato scelta.

….i soccorsi ufficiali non c’erano, c’era il caos più totale. In quel momento la differenza tra la vita e la morte per centinaia di anime indifese l’ha fatta l’unione fraterna tra un ufficiale italiano e un motorista filippino.

L’opinione pubblica ricorda la Concordia attraverso i titoli dei giornali. Il comandante, la ballerina, il gossip. Qual è la verità umana che il pubblico non ha mai compreso?

La verità è stata totalmente distorta dai mass media perché si è preferito puntare alla pancia dell’audience. Fa più presa parlare di un comandante che ha una presunta storia con una ballerina rispetto al dramma profondo che ha coinvolto migliaia di persone. Quella notte la vita non è cambiata solo per chi era a bordo. Se calcoliamo le famiglie di ogni passeggero e di ogni membro dell’equipaggio, parliamo di decine di migliaia di esistenze stravolte. Ma i giornali preferiscono il pettegolezzo frivolo, spesso senza verificare le notizie, alimentando una curiosità morbosa che oscura il dolore reale.

Nel tuo sito scrivi che dopo il naufragio restano tre cose. La fragilità, la fatica di tornare a riva e il tradimento. Quando parli di “tradimento”, a chi ti riferisci? A Schettino o alla vita stessa?

A entrambi. Sono due binari paralleli. C’è stato il tradimento da parte di chi ci doveva guidare e assistere in quanto comandante, e che invece ha abbandonato la nave e l’equipaggio. E poi c’è stato il tradimento della vita stessa. Quella notte i sogni di tantissimi ragazzi si sono spezzati; molti membri dell’equipaggio non sono più tornati a navigare, la loro esistenza è stata deviata per sempre da quel trauma. Io, per reazione e per non farmi risucchiare dalla paura, ho fatto una scelta terapeutica d’urto e sono tornato a navigare appena due mesi dopo il naufragio. Dovevo affrontare subito il mostro per non uscirne sconfitto.

Tu hai conosciuto Francesco Schettino personalmente e molto da vicino per motivi di lavoro. Che uomo era a bordo?

Aveva una personalità particolare e a volte complessa, un atteggiamento comprensibile per un comandante gravato da responsabilità enormi. Tendeva a crearsi una propria sfera personale e riservata all’interno della quale gestire la sua quotidianità a bordo. Però devo dire la verità, dal punto di vista lavorativo era una persona tranquilla e un ottimo marinaio. Gli ho visto fare delle manovre veramente difficili e magistrali. Il punto drammatico è proprio questo, quando capita qualcosa di impensabile, di catastrofico, ognuno reagisce in modo imprevedibile.

Tutti siamo umani e tutti possiamo sbagliare. L’errore può dipendere anche da una stanchezza disumana, a bordo si lavora 11 o 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, per contratti di 6 mesi consecutivi. L’errore si può comprendere; quello che non si può accettare è il comportamento successivo. Non si deve perseverare, bisognava gestire l’emergenza...

Hai vissuto una vita sul mare e dentro le dinamiche dell’animo umano. Quale di questi due misteri ti appare oggi più profondo e insondabile?

L’uomo. Senza dubbio l’uomo. Mi viene in mente una parabola filosofica sulla creazione della Terra. I saggi dovevano decidere dove nascondere il segreto del grande “potere” affinché l’uomo non lo usasse male. Uno disse: «Nascondiamolo sulla Luna, l’uomo non ci arriverà mai». Ma il più saggio rispose: «No, prima o poi l’uomo arriverà sulla Luna». Un altro propose: «Nascondiamolo nel fondo degli abissi marini». E il saggio: «No, l’uomo esplorerà anche gli abissi». Il terzo allora propose: «Nascondiamolo nel profondo del cuore umano». Il saggio sorrise e disse: «Questo è il posto perfetto. È l’unico luogo in cui l’uomo farà davvero fatica ad arrivare». È proprio così. Il cuore dell’uomo è il mistero più grande.

Se oggi potessi incontrare quel Benedetto Minuto che nel gennaio del 2012 nuotava stremato in quell’acqua gelida, cosa gli diresti?

Non lo so se gli direi qualcosa. Di sicuro gli stringerei forte la mano e gli darei una pacca sulla spalla, in silenzio. In certe circostanze un gesto vale più di mille parole, specialmente se sono parole superflue.

Oggi, dopo tredici anni, dopo due libri (il primo, Sulla Concordia c’ero anch’io, edito da La Ruffa nell’anno 2013) senti di averla finalmente raggiunta quella riva?

Sì. Finalmente posso dire di sì. Mi sento di aver raggiunto questa riva e di essermi riappropriato della mia vita. Qualcosa si era bruscamente interrotto quella notte di gennaio, ma oggi, attraverso l’affetto della mia famiglia, la stima dei colleghi e la forza della scrittura, quel viaggio è terminato. Ho toccato la riva.

Un’ultima curiosità. Una storia così cinematografica, tesa tra il dramma civile in Calabria e l’epopea della Concordia, sembra scritta per lo schermo. C’è la possibilità che questo percorso diventi un film?

(Sorride) C’è qualcosa che si sta muovendo dietro le quinte. L’interesse da parte del mondo del cinema e della televisione c’è, perché come dicevamo, finora è stata raccontata solo una parte della storia. Portare sullo schermo non solo il disastro visivo, ma il viaggio interiore, il riscatto morale e la verità dell’equipaggio sarebbe il modo definitivo per rendere giustizia a chi quella notte non è fuggito. Diciamo che il soggetto è pronto, vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Il Capo Commissario Benedetto Minuto in divisa ufficiale.

«C’è uno spettacolo più grande del mare, ed è il cielo; c’è uno spettacolo più grande del cielo, ed è l’interno dell’anima». — Victor Hugo

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