Il maxiprocesso Cosa Nostra che “del futuro mi squarciò ’l velame”

Il Maxiprocesso “Cosa Nostra”. La storia dell’evento giudiziario che smascherò la mafia e cambiò la storia della giustizia italiana. Per la prima volta venne riconosciuta l’esistenza di un’organizzazione mafiosa unitaria. Dalle indagini del pool antimafia alle condanne definitive, fino al sacrificio di Falcone e Borsellino.

Sono trascorsi ben quarant’anni dal 10 febbraio 1986, quando a Palermo ebbe inizio il Maxiprocesso, durante il quale il diritto rivelò e schiantò l’organizzazione criminale di Cosa Nostra, presentando il volto di oltre 400 imputati, affiancati da un altrettanto elevato numero di avvocati e giudici che condussero il procedimento giudiziario. Secondo le parole dello scrittore Roberto Saviano, “il Maxiprocesso cambiò per sempre il metodo con cui si contrasta il crimine organizzato nel mondo.”[2]

Il maxiprocesso “Cosa Nostra” nella storia della giustizia italiana

Il Maxiprocesso del 1986 fu conseguente alla certosina strategia investigativa del pool antimafia, istituito dal giudice istruttore Rocco Chinnici, che fu affiancato dai colleghi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Quando nel 1983, Chinnici fu vittima di un attentato, il gruppo fu poi guidato dal magistrato Antonino Caponnetto, che gradualmente incentivò il percorso intrapreso e supportò ulteriormente la coraggiosa azione contro Cosa Nostra. A motivo dell’imponente numero di imputati e dell’elevata esigenza di sicurezza, questo epocale evento giudiziario fu svolto in una struttura gigantesca, soprannominata dai giornalisti “astronave verde”, che rapidamente fu edificata accanto al carcere dell’Ucciardone di Palermo. In tal modo “per la prima volta nella storia, il solo fatto di appartenere alla mafia, anche senza altre imputazioni, è considerato un reato.”[3]

La Corte fu presieduta dal magistrato Alfonso Giordano, un giudice di area civile, che ammansì energicamente le tattiche difensive più aggressive degli accusati, come Turi Ercolano, che si cucì la bocca, o Vincenzo Sinagra, che ingoiò dei chiodi. Anche gli avvocati difensori interruppero ripetutamente il processo, chiedendo addirittura la lettura dei numerosi atti processuali, che solo una repentina legge del Parlamento evitò che tale richiesta fosse accettata. Tra i principali imputati del Maxi comparvero Luciano Liggio, storico capo dei corleonesi e mentore del boss Totò Riina, Pippò Calò, il cassiere di Cosa Nostra, e Michele Greco, soprannominato “il Papa”, formalmente a capo della commissione provinciale.

Eppure, il Maxi Processo ottenne una svolta decisiva il 3 aprile 1986, quando entrò in aula Tommaso Buscetta, uno dei vertici di Cosa Nostra, che in sede di istruttoria aveva rivelato al giudice Falcone la natura dell’intero sistema mafioso. Arrestato nel 1983 in Brasile, Buscetta aveva scelto di collaborare con la giustizia, poiché riteneva infangata l’organizzazione criminale a cui apparteneva fin da ragazzo. Le sue parole smascherarono il volto di Cosa Nostra, mostrando un sistema unitario, contraddistinto da una cultura rigorosa e una gerarchia efficiente, componendo su una unica scacchiera gli innumerevoli reati e delitti degli anni ’70 e ’80 in Sicilia, che erano sembrati solo episodi sparsi e confusi di una esagerata cronaca nera. Come precisa ancora Saviano, “e questo è il suo vero volto. Da oggi, chiunque ne abbia il coraggio può guardarla negli occhi.”[4]

Dopo più di un anno, il rigoroso processo giunse alla data del 16 dicembre 1987, quando fu emanata la sentenza di I grado, che decretò definitivamente la condanna di Cosa Nostra, dichiarando colpevoli 346 imputati e infliggendo in totale ben 2665 anni di carcere e 19 ergastoli. Nel 1992, infine, la Cassazione confermò le condanne in appello, ribadendo e confermando le accuse sgorgate dalle parole di Buscetta ed elaborate dal pool antimafia, che sancirono la fisionomia della mafia.

Solo pochi mesi dopo, il 23 maggio dello stesso anno, il giudice Giovanni Falcone cadde nel drammatico e violento attentato di Capaci, lungo l’autostrada verso Palermo dall’aeroporto di Punta Raisi, insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta. Soli 57 giorni dopo anche il collega Borsellino fu assassinato similmente in Via D’Amelio, a Palermo, insieme alla sua scorta. La loro fulgida testimonianza resta tuttora nella strenua lotta alla criminalità organizzata e nella infaticabile diffusione della legalità in un Paese, che spesso sotterra la sua memoria storica e sociale.


[1]Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXXIII, v. 27

[2] É possibile ascoltare queste parole dal seguente link: https://youtu.be/yot2r7TJBJ4?si=gomdZCOkUvmZmvrt

[3] Roberto Saviano, “Solo è il coraggio. Giovanni Falcone, il romanzo”, pag. 241

[4] Roberto Saviano, “Solo è il coraggio. Giovanni Falcone, il romanzo”, pag. 231

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