Chiese in Legno in Romania. Viaggio Fotografico nel Maramureș

Un viaggio fotografico tra le storiche chiese in legno del Maramureș, in Romania, si trasforma in un incontro toccante con un padre sulla tomba della figlia. Una storia di memoria, rispetto e fotografia.

Sto facendo il giro delle chiese in legno in Romania, nella regione del Maramureș.

Sono chiese prive di qualsiasi metallo, persino i chiodi sono in legno. Questo perché nel Medioevo la Transilvania, di cui il Maramureș fa parte, era dominata dalla corona ungherese; i sovrani, di fede cattolica, per frenare l’espansione della chiesa ortodossa, impedirono ai fedeli di erigere chiese in pietra. È grazie a questo divieto che oggi possiamo ammirare queste straordinarie chiese in legno in Romania, alcune delle quali patrimonio UNESCO.

Sono cimiteriali: oltre alle normali funzioni religiose, ospitano nel parco intorno le tombe dei fedeli defunti. Sono belle da commuovere, hanno gli interni completamente affrescati.

Fuori, seduto su una tomba sormontata dalle caratteristiche lapidi a croce in legno, con un arco a corona per proteggerle dalla pioggia, un vecchietto – neanche troppo vecchietto – sta pulendo della verdura. Ha una grande busta bianca colma di lato alle gambe, un ombrello e un bastone. Indossa un cappello verde scuro di velluto a coste con una piccola falda.

“Posso farle una foto?”

Non parla italiano né inglese, ma capisce e annuisce. Io volevo fotografarlo mentre puliva la verdura seduto su quella tomba, in mezzo a tante altre tutte simili, ma lui si mette in posa.

OK, faccio il primo scatto. Ha il volto sereno. Guardo la foto e vado per scattare ancora, ma il suo volto si è rattristato. Scatto lo stesso, in verticale come la prima, poi giro la macchinetta e ne scatto una terza includendo anche la croce. “Sicuramente la moglie”, penso tra me.

Mi guarda e mi dice qualcosa in rumeno, incomprensibile per me tranne una parola che somiglia ad “adres”. Forse indirizzo, penso, forse vuole le foto.

“OK” gli dico sorridendo. Fa per dettarmelo, ma non è cosa. Chiama il custode, che arriva con carta e penna e me lo scrive: Cava Vasile si chiama. Cava anche sulla croce.

Poi mi guarda e mi indica la tomba. Non è sua moglie, ma sua figlia. 20 anni. Cazzo, come sono pochi 20 anni.

A gesti mi fa capire che quando ha qualcosa da fare – come pulire la verdura, rammendare i calzini o altre cose che può portare fuori casa – le viene a fare sulla tomba della figlia, per farle compagnia.

Sollevo il biglietto con l’indirizzo per rassicurarlo che le avrà, poi mi giro per andarmene. Ma faccio un passo in direzione opposta e lo abbraccio.

L’ho riabbracciato 5 mesi dopo, quando gli ho portato le foto.

Un viaggio tra parole e immagini. Testo e fotografie di Piero Leonardi.

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