L’accessibilità museale va ben oltre il semplice abbattimento delle barriere architettoniche. La campagna “Aperti per tutti” del Ministero della Cultura mette in luce il vero significato di inclusione nei musei italiani, prendendo come esempio il Museo Venanzo Crocetti di Roma. Garantire l’ingresso fisico è solo il primo passo. La vera sfida riguarda il superamento delle barriere cognitive, sensoriali ed emotive. L’esperienza dell’arte deve trasformarsi da una fruizione passiva a una partecipazione multisensoriale e inclusiva per ogni visitatore.
L’arte è davvero per tutti? Il Museo Venanzo Crocetti rientra nella campagna del MiC “Aperti per tutti” dedicata all’accessibilità museale. Perché consentire a ciascuno di entrare non significa ancora permettere a tutti di partecipare.
Entriamo in un museo e ci sentiamo rassicurati. C’è una rampa per le carrozzine, un ascensore, un bagno accessibile. Le porte sono abbastanza larghe e i gradini, quando ci sono, possono essere aggirati. Pensiamo allora che il problema sia stato risolto e che l’inclusione sia un obiettivo ormai raggiunto.
E invece è appena cominciata.
Lo ricorda “Aperti per tutti”, la nuova campagna della Direzione generale Musei del Ministero della Cultura dedicata all’accessibilità. Realizzata nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la prima serie comprende trenta video e racconta gli interventi effettuati in circa ottocento musei, biblioteche e archivi italiani per rimuovere non soltanto le barriere fisiche, ma anche quelle cognitive e sensoriali.
Tra i luoghi scelti c’è il Museo Venanzo Crocetti di Roma. È una scelta significativa. Non soltanto perché il museo custodisce l’opera di uno dei grandi scultori italiani del Novecento, ancora troppo poco conosciuto dal grande pubblico, ma perché questa istituzione, raccolta lungo la via Cassia nella casa-studio dell’artista, aveva intrapreso da tempo un cammino verso una fruizione più aperta e partecipe dell’arte.
Prima ancora che l’inclusività diventasse una parola ricorrente, il Museo Crocetti aveva cominciato a interrogarsi sul proprio pubblico, a proporre laboratori, esperienze formative e modalità differenti di avvicinamento alle opere. Oggi quel percorso prosegue attraverso strumenti e interventi capaci di rendere la visita accessibile a un numero sempre maggiore di persone.
Ma che cosa significa davvero rendere accessibile un museo?
Per molto tempo la risposta è sembrata semplice: eliminare le barriere architettoniche. È stata una conquista fondamentale, arrivata dopo anni nei quali persino gli edifici pubblici venivano progettati senza considerare le esigenze di chi aveva difficoltà motorie. Rampe, ascensori, percorsi agevoli e servizi adeguati hanno cambiato il volto dell’architettura e, insieme, il nostro modo di pensare lo spazio comune.
Ma quella conquista rischia oggi di essere considerata un punto di arrivo, mentre dovrebbe essere soltanto il punto di partenza.
Oggi il tema dell’accessibilità museale non riguarda più soltanto l’eliminazione dei gradini. Esistono infatti barriere più sottili: non hanno la forma di un ostacolo fisico e non si possono misurare con un metro. Sono cognitive, sensoriali, culturali, emotive. Spesso non si vedono, e proprio per questo sono le più difficili da riconoscere e abbattere.
Immaginiamo una persona con un principio di demenza. Può entrare in un museo perfettamente accessibile, camminare senza ostacoli e raggiungere ogni sala. Ma se non comprende il percorso, se la comunicazione è troppo complessa o manca un orientamento intuitivo, dopo pochi minuti può sentirsi smarrita e desiderare soltanto di uscire.
Pensiamo a un bambino nello spettro autistico. Le luci, i rumori, l’affollamento e la quantità di informazioni possono trasformare un’esperienza culturale in una fonte di stress.
E una persona non vedente quante opere può davvero conoscere? Che cosa rimane escluso per un ipovedente? Quale parte del racconto perde chi non sente? E chi non possiede gli strumenti culturali necessari per interpretare un’opera contemporanea deve forse rassegnarsi a guardarla come si guarda una porta chiusa?
Tutte queste persone sono entrate nel museo. Ma quante ne hanno fatto davvero esperienza?
È qui che la domanda cambia prospettiva.
Forse un museo non è inclusivo soltanto quando permette a tutti di entrare. Lo diventa quando consente a ciascuno di partecipare secondo le proprie possibilità, con i propri sensi, i propri tempi e il proprio modo di costruire la realtà. L’arte, del resto, non passa soltanto attraverso gli occhi. Passa dalla memoria, dal tatto, dall’ascolto, dall’immaginazione, dalle emozioni e dal corpo.
Perché allora continuiamo spesso a progettare esperienze destinate a un visitatore ideale: giovane, in salute, preparato culturalmente, capace di orientarsi con facilità e di utilizzare tutti i sensi nello stesso modo?
Quel visitatore esiste. Ma non rappresenta l’umanità.
Promuovere una concreta accessibilità museale significa prendere atto di ciò che le neuroscienze, la psicologia cognitiva e la pedagogia ci mostrano da tempo: ogni cervello seleziona, organizza e interpreta la realtà in maniera differente. Non esiste un unico modo di percepire e, probabilmente, non dovrebbe esistere neppure un unico modo di incontrare un’opera d’arte.
Non servono musei “speciali” destinati a categorie speciali. Serve un museo migliore per tutti.
Un museo nel quale alcune opere possano essere ascoltate, altre esplorate attraverso il tatto, i materiali, le vibrazioni, i profumi, le parole o le tecnologie immersive. Un museo capace di offrire più chiavi di accesso alla medesima esperienza. Non per semplificare l’arte, né per ridurne la complessità, ma per permetterle di parlare linguaggi diversi.
Ogni possibilità progettata per chi incontra una difficoltà finisce, quasi sempre, per migliorare anche l’esperienza di chi quella difficoltà non ce l’ha. È accaduto con gli scivoli dei marciapiedi: nati per le sedie a rotelle, oggi vengono utilizzati anche da chi spinge un passeggino, trascina una valigia, accompagna un bambino o semplicemente cammina con maggiore fatica. L’inclusione non restringe. Amplia.
Per questo il museo del futuro non potrà essere pensato soltanto da storici dell’arte e architetti. Avrà bisogno anche di neuroscienziati, psicologi, pedagogisti, esperti di accessibilità, designer, tecnologi e artisti capaci di dialogare tra loro. E soprattutto dovrà imparare ad ascoltare i visitatori, non come destinatari passivi, ma come persone che possono indicare ciò che ancora non è stato visto.
Non si tratta di una moda: è un cambiamento di paradigma.
Il Museo Venanzo Crocetti sembra averlo compreso da tempo. Nel luogo in cui lo scultore visse e lavorò per quasi mezzo secolo, la materia conserva ancora il segno delle mani che l’hanno modellata. Corpi, cavalli, danzatrici, figure umane e animali non chiedono soltanto di essere osservati: invitano ad avvicinarsi, a percepire il movimento, il peso, l’equilibrio, la tensione di una forma. Forse proprio un museo nato intorno alla scultura possiede una vocazione particolare verso una conoscenza che non sia soltanto visiva.
La partecipazione del Museo Crocetti alla campagna “Aperti per tutti” riconosce e rafforza questa direzione. Ma offre anche l’occasione per riportare l’attenzione su un luogo straordinario e ancora ingiustamente poco conosciuto: un museo vivo, aperto gratuitamente al pubblico, capace di custodire la memoria di un grande maestro e, nello stesso tempo, di interrogarsi sul modo in cui quella memoria può essere trasmessa.
Perché conservare un’opera non significa soltanto proteggerla dal tempo. Significa permetterle di continuare a incontrare gli esseri umani. Tutti gli esseri umani.
Ridefinire l’accessibilità museale significa accorgersi, finalmente, delle barriere che ancora non riusciamo a vedere. E quando impariamo a vedere l’invisibile, difficilmente possiamo tornare a ignorarlo.
Guarda il video dedicato al Museo Venanzo Crocetti. Fa parte di “Aperti per tutti”, la campagna della Direzione generale Musei del Ministero della Cultura che racconta come musei, biblioteche e archivi italiani stiano diventando luoghi più accessibili e capaci di accogliere differenti modi di percepire e conoscere.
https://youtube.com/shorts/Dd3wbHQEFwc
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