Esce Do It!, il nuovo album di Antonio Faraò e Stéphane Belmondo. In questa intervista il pianista e compositore jazz Antonio Faraò, protagonista da anni della scena internazionale, racconta la nascita del disco e la sua visione della musica tra memoria, improvvisazione e libertà espressiva.
Do It! (Notes Around) è firmato Antonio Faraò & Stéphane Belmondo. Che cosa ha significato per te questo progetto?
È un progetto nato da una lunga conoscenza artistica e umana. Con Stéphane ci conosciamo da più di trent’anni, ma questo è il primo vero lavoro realizzato insieme. Ognuno ha proposto i propri brani originali; io le mie composizioni e lui le sue. Non abbiamo lavorato a quattro mani sulla scrittura, perché di solito compongo da solo, ma tra noi esiste una forte affinità musicale perché parliamo la stessa lingua. Quando succede questo non c’è bisogno di spiegare molto, il dialogo nasce in modo naturale. Sono due percorsi diversi che si incontrano ma non lontani e ascoltando il disco si percepisce chiaramente questa unità, che nasce proprio dal tempo e dall’esperienza condivisa.
Do It! è un titolo diretto, quasi imperativo. È un’esortazione rivolta al pubblico o prima di tutto a te stesso?
Il progetto è nato poco prima di entrare in studio. Non c’è stata una lunga pianificazione, né un’idea costruita a tavolino. A un certo punto ho sentito che era il momento di farlo, Do It! È stato un gesto spontaneo, ma non casuale. Quando parlo di spontaneità intendo un allineamento tra istinto e necessità artistica. Do It! nasce da un’urgenza interiore che non aveva bisogno di troppe spiegazioni.
Come sono nati i brani? C’è un filo emotivo che li unisce?
Ogni brano nasce da qualcosa che ho vissuto. Parlo soprattutto delle mie composizioni, anche se nel disco ci sono anche brani di altri musicisti. Con loro c’è un’affinità artistica profonda perché parliamo la stessa lingua musicale ed è stato naturale costruire la scaletta e trovare un equilibrio tra i diversi contributi. Il filo emotivo è molto forte. Io sono più ispirato dal passato che dal futuro. Quando scrivo, attingo ai ricordi, alle esperienze che mi hanno segnato. La memoria per me non è nostalgia ma materia viva. Un brano come Remembering Duke ad esempio, nasce dalla perdita del mio cane. Era parte della famiglia. Anche lì non c’è solo malinconia ma gratitudine e affetto. La musica mi permette di trasformare tutto questo in suono.
Cosa rappresentava Duke per te?
Era un membro della famiglia. Gli animali che vivono con noi diventano figli, fratelli, presenze quotidiane che riempiono la casa e la vita. La loro perdita lascia un vuoto vero. Con gli animali il rapporto è puro. Non c’è calcolo, non c’è filtro. Sono presenza, istinto e autenticità. Quando vengono a mancare, quella mancanza è concreta.
La conversazione, quasi inevitabilmente, si apre a una riflessione più ampia sul dolore e sulla sua trasformazione in musica. Quanto il dolore personale entra nella tua musica?
Tantissimo. La perdita di un genitore, di una sorella, di una persona cara… sono cose che non passano mai del tutto. All’inizio magari non te ne rendi conto, poi il dolore arriva davvero. La musica è il mio modo di attraversarlo e trasformarlo. Non esiste una corrispondenza meccanica tra dolore e oscurità. Può nascere un brano luminoso anche da un’emozione dolorosa perché per me non c’è una regola. La musica non è una traduzione letterale del sentimento, è una trasformazione.
Il dolore per un animale appartiene a una dimensione diversa rispetto al lutto umano, oppure tocca le stesse corde interiori?
Dipende da come vivi quel rapporto. Per me è stato un dolore profondo. Gli animali sono sinceri e non hanno filtri. Ti danno tutto senza calcolo, e quando vengono a mancare senti davvero il vuoto.
Quanto la disciplina incide sulla tua libertà espressiva?
Per me studiare è come pregare. È una missione. La musica non è far vedere quanto si è bravi o impressionare con la tecnica. È un lavoro quotidiano su se stessi. Se non studio, sto male davvero. La disciplina non limita la libertà, la rende possibile.

Il jazz è più improvvisazione o interpretazione?
L’improvvisazione è centrale, direi all’80%. Ma non è solo questione di libertà; è questione di rischio. Se non ti concedi il rischio, la musica diventa un esercizio e non più un’esperienza. Devi metterti in gioco ogni volta, sorprenderti mentre suoni. Quando scrivo, però, il criterio è diverso. Mi guida l’orecchio. Ho buttato via tanti brani perché se non hanno un senso melodico e logico per me, non li tengo. L’imprevedibilità è importante, ma deve avere una coerenza interiore.
Quando parli di suonare “out”, fuori dalla battuta, è una scelta estetica o una filosofia di vita?
Direi entrambe. Non amo sentirmi chiuso o vincolato. Mi piace la libertà, nella musica come nella vita. Suonare “fuori” non è solo una scelta tecnica ma è un modo di respirare, di non restare imprigionato dentro uno schema.
Sei cresciuto ascoltando Bud Powell, Oscar Peterson, McCoy Tyner, Miles Davis. Cosa hai dovuto lasciare andare per trovare la tua voce?
È importante assimilare, non copiare. Gli idoli ti formano, ti danno una direzione, ma la personalità viene prima di tutto. Devi trasformare ciò che ami in qualcosa di tuo. Ho avuto la fortuna di suonare con Wayne Shorter all’International Jazz Day; è stata un’esperienza enorme. McCoy Tyner resta uno dei miei riferimenti più profondi. Miles Davis, poi, è stato fondamentale per la sua capacità di reinventarsi continuamente, di attraversare epoche e linguaggi diversi senza perdere identità. Da loro ho imparato che evolversi è necessario, ma restando sempre fedeli a se stessi. E poi Herbie Hancock resta un altro riferimento fondamentale nel mio percorso.
Alcuni tuoi progetti sono rimasti nel cassetto prima di vedere la luce. Da cosa dipende?
Non sempre i progetti trovano subito la loro strada. A volte è una questione di dinamiche produttive, a volte semplicemente manca qualcuno che creda davvero nel valore artistico di ciò che proponi. Succede. Ma quando arriva il momento giusto, le cose emergono. Do It! è nato così, senza attese, senza calcoli. Era il momento di farlo, e basta.
Il jazz oggi è ancora spirituale?
Per me sì. Assolutamente sì. È una missione. La musica, e il jazz in particolare, hanno una dimensione spirituale che per me è rimasta intatta. Non so se sia così per tutti, ma nel mio modo di viverla è ancora qualcosa che va oltre la tecnica e oltre il mestiere.
Foto di Fabrizio Sodani
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