Nasce dalla ricerca di Stefania Camilleri, ExoHumanArt, un progetto che intreccia arte, scienza e tecnologia per ripensare l’esperienza umana negli habitat spaziali. Le esigenze sensoriali ed emotive diventano così parte della progettazione, fino a tradursi in requisiti tecnici e prototipi reali. Ce ne parla in questa intervista.
Come nasce ExoHumanArt? Da quale domanda è partito il progetto?
ExoHumanArt nasce da una domanda molto semplice: quando l’essere umano comincerà a vivere nello spazio per periodi sempre più lunghi, sarà sufficiente costruire ambienti nei quali possa sopravvivere?
Per decenni l’esplorazione spaziale ha necessariamente concentrato la ricerca sulla sicurezza, sulla salute dell’astronauta, sull’efficienza delle tecnologie e sull’utilizzo delle risorse. Ma oggi stiamo entrando in una fase diversa. Si progettano permanenze più lunghe, nuovi habitat, stazioni commerciali, il ritorno sulla Luna e, in prospettiva, una presenza umana sempre più distante dalla Terra.
A quel punto cambia anche la domanda.
Non basta più chiederci come mantenere in vita un essere umano. Dobbiamo cominciare a chiederci come farlo vivere bene, come preservarne l’equilibrio psicologico, la percezione del tempo, le relazioni, la memoria, l’identità, il bisogno di bellezza e quel complesso insieme di esperienze che sulla Terra diamo quasi per scontate.
È da qui che nasce EHA. Potrei riassumerlo così: dalla sopravvivenza al benessere, dal benessere all’abitare.
Viverci o abitarlo? Che cosa cambia quando portiamo la nostra dimensione umana nello spazio?
Vivere in un luogo significa poterci restare. Abitarlo è qualcosa di molto più complesso.
Abitare significa riconoscere uno spazio come proprio, orientarsi, avere ritmi, relazioni, momenti di intimità e di condivisione. Significa percepire il trascorrere del tempo, poter modificare almeno in parte l’ambiente che ci circonda, conservare una continuità con ciò che siamo.
Sulla Terra tutto questo avviene quasi senza che ce ne accorgiamo. Cambia la luce durante il giorno, vediamo un orizzonte, incontriamo colori, odori, vegetazione, stagioni, rumori, materiali differenti. Possiamo aprire una finestra, cambiare stanza, uscire, scegliere di stare soli o incontrare qualcuno.
In un habitat spaziale gran parte di questa ricchezza spontanea scompare. L’ambiente è chiuso, tecnologico, necessariamente controllato. Proprio per questo ciò che sulla Terra è naturale, nello spazio dovrà essere in larga parte progettato.
Luce, colore, suono, forma, tattilità, possibilità di trasformare un ambiente, presenza della natura, memoria dei luoghi terrestri non sono più semplicemente elementi estetici. Possono diventare componenti dell’esperienza quotidiana e contribuire al benessere, all’orientamento, alla relazione con gli altri e alla percezione di sé.
Per EHA, quindi, abitare lo spazio significa progettare non soltanto il luogo in cui si trova il corpo, ma l’esperienza della persona che quel luogo dovrà chiamare, almeno per un certo tempo, casa.
Ed è proprio in questo passaggio che entra l’arte?
Sì, ma è importante chiarire come entra. Non immagino l’arte come qualcosa da aggiungere alla fine, quando l’habitat è già stato progettato, per abbellire una parete. Quella può essere una possibilità, ma non è il cuore di EHA.
L’arte lavora da sempre sulla percezione umana: sulla luce, sul colore, sulla materia, sullo spazio, sul ritmo, sul suono, sulla memoria, sul simbolo, sull’emozione. Sono elementi difficili da ridurre a una formula, ma determinanti nel modo in cui percepiamo un ambiente e nel rapporto che costruiamo con esso.
Nello spazio questa competenza può assumere una funzione nuova. Se ogni elemento dell’habitat deve essere progettato, allora anche la sua dimensione percettiva deve esserlo. L’artista può contribuire fin dall’inizio a immaginare ambienti capaci di modificarsi, creare differenze, evocare esperienze terrestri, rompere la monotonia sensoriale o costruire luoghi nei quali una persona possa riconoscersi.
Per questo preferisco parlare di arte come strumento di progettazione dell’esperienza, non di arte come decorazione.
È un cambio di posizione: l’artista non arriva dopo il progetto. Entra nel processo.
In un team composto da ingegneri, medici, psicologi e architetti, cosa apporta lo sguardo di un artista?
Non credo che la questione sia stabilire chi sappia vedere meglio. Il punto interessante è che ognuno vede qualcosa di diverso.
L’ingegnere guarda un habitat e ne considera sicurezza, prestazioni, energia, materiali, affidabilità. Il medico osserva gli effetti sul corpo.
Lo psicologo studia adattamento, isolamento, stress, relazioni. L’architetto affronta spazio, funzione, ergonomia e organizzazione dell’ambiente.
L’artista può interrogarsi sulla qualità percettiva di quello spazio, sulle emozioni che genera, sui simboli che contiene, su ciò che manca, sulla relazione tra ambiente e memoria.
Nessuno di questi sguardi, da solo, è sufficiente. La vera svolta avviene quando si concentrano simultaneamente sullo stesso problema.
È precisamente questo uno dei principi di ExoHumanArt: non una sequenza nella quale ciascuno interviene sul lavoro già compiuto dall’altro, ma un processo nel quale discipline differenti cominciano a progettare insieme.
In sostanza, ExoHumanArt non è una nuova disciplina specialistica?
Esattamente il contrario. ExoHumanArt parte da una certezza. Le sfide di domani saranno così complesse da non poter più essere confinate dentro un unico campo del sapere.
L’esperienza umana nello spazio riguarda contemporaneamente corpo, mente, ambiente, tecnologia, relazioni, cultura e organizzazione sociale. Separare questi aspetti può essere necessario per studiarli, ma non significa che possano essere progettati separatamente.
Per questo immagino EHA come una piattaforma interdisciplinare e cross-industry, un luogo nel quale competenze normalmente collocate in settori differenti possano incontrarsi intorno a problemi concreti.
Medicina e fisiologia spaziale, psicologia e neuroscienze, ingegneria, architettura, design, robotica, intelligenza artificiale, biologia, agricoltura, nuovi materiali, tessili, comunicazione, diritto, economia, filosofia, antropologia e arti possono contribuire da prospettive diverse.
Non occorre coinvolgerle tutte in ogni progetto. Occorre capire, ogni volta, quali saperi devono incontrarsi per rispondere a quella specifica domanda.
EHA non vuole quindi costruire un contenitore nel quale mettere molte discipline. Vuole creare connessioni operative tra discipline che raramente progettano insieme.
Ma come funziona in concreto questa sinergia? Come fanno professionisti con linguaggi e metodi così distanti a lavorare sullo stesso obiettivo?
Il segreto è mettere al centro il problema, non la disciplina.
Immaginiamo, per esempio, di voler studiare la monotonia percettiva durante una permanenza prolungata in un habitat chiuso.
Non chiederei prima all’artista di immaginare qualcosa, poi allo psicologo di valutarlo e infine all’ingegnere di capire se sia realizzabile. Metterei le competenze intorno allo stesso tavolo fin dall’inizio.
Lo psicologo potrebbe indicare quali effetti osservare. Il medico individuare eventuali parametri fisiologici. L’artista e il designer proporre variazioni di luce, colore, suono o configurazione dello spazio. L’architetto integrarle nell’habitat. L’ingegnere verificarne fattibilità, consumo energetico e sicurezza. Un’azienda tecnologica trasformare alcune soluzioni in prototipi.
A quel punto ciò che era partito da una percezione o da un bisogno apparentemente immateriale comincia a diventare qualcosa di verificabile.
È un passaggio che considero centrale: dall’esperienza al bisogno, dal bisogno al requisito, dal requisito al progetto, dal progetto al prototipo, dal prototipo a un possibile prodotto o servizio.
Ed è proprio qui che EHA smette di essere soltanto una riflessione culturale sull’uomo nello spazio e comincia a incontrare concretamente la Space Economy.
È proprio in questo passaggio che arte e Space Economy, apparentemente così lontane, possono incontrarsi?
Credo di sì. E forse il punto è proprio smettere di considerare la Space Economy soltanto come l’economia delle tecnologie che permettono di raggiungere e utilizzare lo spazio.
Se la presenza umana diventerà più lunga e articolata, nasceranno bisogni nuovi. Non soltanto trasporto, energia, telecomunicazioni, sistemi di supporto vitale e infrastrutture, ma anche ambienti, servizi e strumenti destinati alla qualità della vita delle persone che quegli spazi dovranno abitare.
È qui che l’esperienza umana può diventare anche un campo di innovazione.
Sulla Terra, intorno al bisogno di abitare bene, sono nate intere filiere: design, illuminazione, acustica, ergonomia, hospitality, wearable, wellness, interfacce digitali, materiali intelligenti, ambienti immersivi. Nessuno considera questi settori estranei all’economia soltanto perché lavorano anche sulla percezione o sul benessere.
Nello spazio potrebbe accadere qualcosa di analogo, naturalmente con vincoli molto più severi.
L’arte può contribuire a individuare bisogni che non nascono necessariamente da una carenza tecnica, ma dalla relazione fra l’essere umano e l’ambiente: monotonia, perdita di riferimenti, necessità di personalizzazione, rapporto con la memoria, bisogno di natura, di bellezza, di identità.
Se da questi bisogni nascono ricerche, prototipi, tecnologie, servizi e nuovi modi di progettare gli habitat, allora non siamo più ai margini della Space Economy. Siamo dentro una delle sue possibili evoluzioni.
Ma quale settore della Space Economy dovrebbe occuparsi di tutto questo?
Probabilmente nessuno, da solo. Ed è proprio questa una delle ragioni per cui ho immaginato EHA.
Un progetto sulla qualità dell’esperienza può partire dalla medicina e incontrare l’illuminazione; partire dalla psicologia e arrivare ai materiali; cominciare da un problema di isolamento e coinvolgere robotica, intelligenza artificiale, architettura e comunicazione.
Una serra, per esempio, appartiene certamente alla biologia e all’agricoltura spaziale. Ma una pianta non produce soltanto cibo o ossigeno. Introduce colore, odore, crescita, cura, cambiamento. Può scandire il tempo e ricostruire una relazione con il vivente.
Un tessuto può essere studiato per proteggere il corpo, ma anche per la sua qualità tattile, per il colore, per la capacità di modificarsi o produrre luce.
Un robot può svolgere una funzione operativa, ma se diventa una presenza quotidiana durante una missione di anni entra inevitabilmente anche nella sfera della relazione uomo-macchina.
Il cibo è nutrizione, ma è anche rituale, cultura, memoria e socialità.
Un ambiente immersivo è tecnologia, ma ciò che scegliamo di mostrarvi appartiene alla psicologia, alla cultura, all’arte, alla memoria personale.
Per questo EHA non dovrebbe collocarsi dentro una singola verticale. La sua funzione potrebbe essere precisamente quella di attraversarle.
Quindi il valore del progetto nasce dall’intersezione tra stakeholder diversi?
Esattamente. Ma non dall’intersezione in astratto. Mettere molte professionalità nella stessa stanza non produce automaticamente innovazione. Occorre dare loro una domanda comune.
Immaginiamo un problema concreto: come ridurre gli effetti di mesi trascorsi in un ambiente visivamente e sensorialmente ripetitivo?
A quel tavolo potrebbero sedersi un medico, uno psicologo, un neuroscienziato, un architetto, un artista, un lighting designer, un produttore di materiali, un esperto di realtà immersiva e un ingegnere responsabile dei consumi energetici. Ognuno porterebbe vincoli e possibilità differenti.
Da quell’incontro potrebbe nascere un sistema di superfici riconfigurabili, una nuova illuminazione adattiva, un ambiente digitale, un materiale, un protocollo di utilizzo oppure qualcosa che nessuno dei partecipanti avrebbe immaginato lavorando separatamente.
I diversi stakeholder – cioè tutte le realtà e le figure professionali che hanno un interesse primario nella riuscita del progetto – possono cambiare ogni volta. Agenzie spaziali e astronauti portano l’esperienza e i requisiti operativi.
Università e centri di ricerca possono costruire protocolli di verifica. Le imprese possono trasformare intuizioni e prototipi in soluzioni utilizzabili.
Medici e psicologi possono valutarne gli effetti. Architetti e ingegneri possono integrarli nell’habitat. Artisti e designer possono lavorare sulla dimensione percettiva e simbolica.
E possono entrare anche soggetti apparentemente più lontani: aziende tessili, food, agritech, musei, istituzioni culturali, sviluppatori di AI, XR e sistemi audiovisivi.
Non si tratta di far collaborare tutti con tutti. Si tratta di costruire, di volta in volta, la costellazione di competenze necessaria a quel problema.
Può farci un esempio pratico? Da quale esigenza specifica nasce una soluzione tecnologica concreta?
Ce n’è uno particolarmente affascinante, basato su un limite tipico dello spazio: l’impossibilità di portare tutto con sé.
Ogni chilogrammo trasportato ha un costo. Ogni oggetto occupa spazio, richiede risorse, deve avere una funzione. Ma molte delle cose che potrebbero mancarci di più non hanno necessariamente bisogno di essere trasportate nella loro forma materiale.
Da qui nasce un concetto che chiamo “portare senza peso”. Portare un bosco senza portare un bosco. Il mare senza portare il mare.
Una piazza, una stanza della propria casa, un museo, un’opera, un paesaggio, una voce. Tecnologie immersive, realtà aumentata, luce, suono e superfici trasformabili possono permetterci di ricostruire alcuni aspetti percettivi ed emotivi dell’esperienza terrestre senza trasferirne fisicamente la materia.
Naturalmente non si tratta di sostenere che una simulazione possa sostituire la Terra. Il punto è capire quali elementi della nostra esperienza siano importanti per l’equilibrio della persona e verificare se alcuni di essi possano essere ricreati, modulati o personalizzati all’interno dell’habitat.
“Portare senza peso” mette così in relazione almeno tre esigenze che normalmente vengono considerate separate: benessere umano, innovazione tecnologica e sostenibilità delle risorse.
Da questa idea nasce anche la “Capsula della Vita”?
Sì. La Capsula della Vita è uno dei primi concept attraverso i quali provare a rendere concreto il metodo ExoHumanArt.
L’idea nasce da una constatazione: in una permanenza molto lunga lontano dalla Terra, probabilmente non ci mancherebbero soltanto persone e luoghi. Potrebbero mancarci sensazioni che oggi neppure percepiamo come importanti perché sono continuamente intorno a noi.
La luce che cambia durante il giorno. Il movimento delle foglie. Il rumore dell’acqua. Un orizzonte. Una voce familiare. Il colore di un tramonto. Una strada conosciuta.
Persino quella particolare combinazione di immagini, suoni e gesti che per ciascuno di noi significa semplicemente casa.
La Capsula della Vita potrebbe essere un ambiente fisico-digitale riconfigurabile, non necessariamente uno spazio aggiuntivo dell’habitat, capace di trasformarsi attraverso immagini immersive, suoni, luce, superfici, realtà aumentata e contenuti personali.
Per qualcuno potrebbe diventare un bosco. Per un altro il mare. Per un altro ancora una stanza, una città, un’opera d’arte o un luogo della propria memoria.
Non la immagino come un rifugio nostalgico nel quale fuggire dalla realtà della missione. Sarebbe piuttosto un luogo nel quale studiare e preservare continuità percettiva e identitaria.
Ed è proprio qui che la Capsula diventa interessante come progetto di ricerca. Per realizzarla non basterebbe un artista. Servirebbero psicologi e neuroscienziati per comprendere quali stimoli abbiano realmente valore; medici per valutarne gli effetti; architetti e ingegneri per integrarla negli habitat; esperti di realtà immersiva, AI, illuminazione e suono per renderla adattiva; imprese per trasformare le soluzioni più efficaci in tecnologie utilizzabili.
La Capsula, quindi, non è “l’opera” di EHA. È un possibile laboratorio nel laboratorio.
Ma come si stabilisce se un’esperienza di questo tipo funziona davvero e non è soltanto suggestiva?
Attraverso la sperimentazione. Questo per me è un punto essenziale, perché EHA perderebbe gran parte del suo significato se rimanesse soltanto sul piano dell’intuizione artistica.
L’artista può formulare una domanda, immaginare una possibilità, costruire uno scenario. Ma poi occorre verificare.
Si possono confrontare differenti configurazioni di luce, colore, suono, immagini o materiali e osservarne gli effetti attraverso strumenti appartenenti alle discipline coinvolte: valutazioni psicologiche, parametri fisiologici, risposta cognitiva, percezione del tempo, qualità del sonno, stress, capacità di concentrazione, interazione sociale.
Alcune soluzioni potrebbero funzionare. Altre no. Altre ancora potrebbero avere effetti diversi sulle diverse persone.
E proprio questo sarebbe interessante. Non credo infatti che l’habitat del futuro debba necessariamente offrire a tutti la stessa esperienza. Una delle direzioni più affascinanti potrebbe essere quella di ambienti capaci di adattarsi alle persone e alle diverse fasi della missione.
In questo senso anche l’intelligenza artificiale potrebbe avere un ruolo importante: non per decidere che cosa una persona debba provare, ma per contribuire a modulare un ambiente sulla base di preferenze, necessità e condizioni definite insieme all’equipaggio e agli specialisti.
La ricerca artistica produce ipotesi. La ricerca scientifica le mette alla prova. La tecnologia permette di implementarle. È dall’incontro fra questi passaggi che può nascere innovazione.
Tutto questo ha valore solo per chi va in orbita o queste ricerche possono portare benefici anche qui sulla Terra?
No. Ed è forse uno degli aspetti che considero più interessanti. Lo spazio è una condizione estrema e proprio per questo può diventare un laboratorio straordinario per comprendere bisogni che esistono anche sulla Terra.
Pensiamo a una persona costretta per mesi in una stanza d’ospedale. A una lunga degenza. A una RSA. A una base scientifica polare. A un sommergibile. A chi lavora per periodi prolungati in ambienti chiusi o isolati.
Sono situazioni molto diverse da una missione spaziale e non devono essere confuse con essa, ma condividono alcuni problemi: riduzione degli stimoli, monotonia dell’ambiente, separazione dagli affetti, alterazione della percezione del tempo, necessità di mantenere orientamento, identità e relazione.
Una tecnologia sviluppata per modificare percettivamente un piccolo habitat spaziale potrebbe avere applicazioni in una stanza d’ospedale. Un sistema di illuminazione adattiva pensato per una missione potrebbe contribuire a migliorare ambienti terrestri privi di luce naturale. Una ricerca sulle esperienze immersive potrebbe essere utilizzata nella riabilitazione o nella lunga degenza. Un materiale nato per un habitat estremo potrebbe trovare applicazioni nell’architettura.
Lo spazio può diventare così un laboratorio per generare soluzioni che tornano sulla Terra.
EHA potrebbe aggiungere una dimensione ulteriore: non soltanto trasferimento tecnologico, ma anche trasferimento dell’esperienza progettata. Lo spazio come laboratorio per capire meglio anche come abitiamo la Terra.
Un progetto simile può aprire la strada anche a nuove figure professionali?
Credo sia molto probabile. Ogni grande trasformazione tecnologica modifica non soltanto gli strumenti che utilizziamo, ma anche le competenze di cui abbiamo bisogno. Se l’abitare lo spazio diventerà progressivamente un campo progettuale, serviranno persone capaci di muoversi fra discipline che oggi rimangono spesso separate.
Potremmo immaginare figure come in ExoHumanArt, capaci di coordinare aspetti percettivi, ambientali e relazionali dell’habitat; uno Space Culture Designer, che lavori su identità, rituali, memoria e convivenza; specialisti di ambienti sensoriali adattivi; artisti capaci di operare stabilmente all’interno di gruppi scientifici e tecnologici.
I nomi naturalmente potranno cambiare. Non mi interessa creare oggi nuove etichette professionali. Mi interessa osservare che nuovi problemi generano inevitabilmente nuovi punti di incontro tra competenze.
E questo riguarda anche la formazione. Forse dovremo abituare le nuove generazioni non soltanto a diventare sempre più specializzate, ma anche a imparare a dialogare con chi possiede un sapere profondamente diverso dal proprio.
Uno dei principi di EHA potrebbe essere proprio questo: diventare molto competenti nel proprio campo senza perdere la capacità di attraversarne i confini.
È anche per questo che BEX può essere un luogo particolarmente adatto per presentare EHA?
Sì, perché BEX nasce intorno a un’idea di Space Economy che non è chiusa dentro un’unica filiera.
Nello stesso ecosistema si incontrano esplorazione umana e autonoma, medicina e wellness, materiali, tessili, agricoltura e food, comunicazione, nuove professioni, sostenibilità, diritto, economia e tecnologie provenienti anche da industrie tradizionalmente lontane dal settore spaziale.
Ed è esattamente il terreno nel quale EHA può avere senso. Non perché il progetto debba appartenere contemporaneamente a tutte queste aree, ma perché può creare connessioni fra alcune di esse partendo da problemi concreti legati all’esperienza umana.
Mi interessa soprattutto questa possibilità: non presentare a BEX una risposta già confezionata, ma una domanda sufficientemente forte da mettere in relazione persone che forse, pur trovandosi nella stessa manifestazione, non avrebbero pensato di avere qualcosa da progettare insieme.
Perché credo che una parte dell’innovazione futura nascerà proprio lì: negli spazi fra una disciplina e l’altra. ExoHumanArt vorrebbe abitare quello spazio.
Cosa dovremo mettere in valigia per non smettere di sentirci figli della Terra?
La memoria del “da dove veniamo”. L’origine del viaggio e, soprattutto, il suo perché.
Dovremo portare con noi la memoria della bellezza del nostro pianeta blu: la Grotta Azzurra di Capri e un fondale marino, le cime innevate e un tramonto sul mare; le piramidi, la Sagrada Família, gli affreschi della Camera degli Sposi e le pitture rupestri di Lascaux. La memoria di un cucciolo appena nato, dell’odore del pane e di quello della terra bagnata dalla pioggia.
Ma anche ciò che appartiene al nostro immaginario: un film di Walt Disney visto da bambini, una musica riconosciuta dopo poche note, una storia ascoltata cento volte e mai davvero dimenticata.
Perché non dovremo portare con noi soltanto le grandi meraviglie della Terra. Dovremo conservare anche le piccole meraviglie di ciascuno, quelle che nessuno potrebbe scegliere al posto nostro.
E poi qualcosa che non si può fotografare, digitalizzare o riprodurre perfettamente in un ambiente immersivo: il senso di avere avuto un nonno, di appartenere a una storia cominciata prima di noi; il ricordo di una voce, di una mano, di qualcuno che ci ha insegnato una parola, un gesto, un modo di guardare il mondo.
Perché essere terrestri non significa soltanto essere nati sulla Terra. Significa portarne dentro di noi i paesaggi e gli odori, l’arte e le storie, la natura e la cultura, gli affetti e l’eredità delle generazioni che ci hanno preceduto, per poter tramandare tutto questo a quelle che verranno dopo di noi. Significa sapere che siamo parte di una storia molto più antica della nostra singola esistenza.
Forse, quando partiremo davvero per abitare altri mondi, la cosa più importante non sarà soltanto sapere dove stiamo andando. Sarà ricordare da dove siamo partiti e perché siamo partiti.
Ed è forse anche per questo che nasce ExoHumanArt: perché, mentre progettiamo il futuro dell’uomo nello spazio, non dimentichiamo di progettare anche un modo per custodire ciò che ci rende umani. Ciò che non pesa e che, proprio per questo, pesa di più.
Che cos’è BEX – Beyond Exploration Expo
Per comprendere meglio il contesto dell’evento e i suoi obiettivi, riportiamo di seguito il comunicato stampa integrale diffuso da Italian Exhibition Group.
Space Economy, Italian Exhibition Group lancia BEX – Beyond Exploration Expo
Dal 23 al 25 settembre 2026 al Rimini Expo Centre, la prima edizione della nuova expo-conferenza promossa dall’IEG in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna.
Un evento internazionale e multidisciplinare concepito come catalizzatore per idee e business, rivolto ad aziende dei settori spaziale e terrestre, università, start-up e istituzioni.
Un formato B2B combinato con sessioni scientifiche e di coinvolgimento pubblico, progettato per ispirare la prossima generazione di studenti e professionisti del settore.
Un Distretto di Innovazione Aperta dedicato all’intero ecosistema dell’innovazione, e un progetto rivoluzionario – The Astronaut’s Home – che porta le sfide quotidiane della vita nello spazio come laboratorio di soluzioni per le industrie terrestri.
Dati satellitari che ottimizzano le rese agricole, materiali progettati per resistere alle condizioni estreme dello spazio che ora isolano gli edifici e riducono il consumo energetico, sistemi di geolocalizzazione che dirigono la logistica di metà pianeta, tecnologie di monitoraggio remoto nate per gli astronauti che ora accelerano la telemedicina: lo spazio non è mai stato così presente nell’economia reale. E la necessità di costruire un luogo dove questi due mondi possano incontrarsi non è mai stata così urgente.
Dal 23 al 25 settembre 2026, il Centro Espositivo di Rimini ospiterà la prima edizione di BEX – Beyond Exploration Expo, la conferenza internazionale dedicata all’Economia Spaziale e alla convergenza tra l’industria spaziale e quella terrestre, promossa da IEG – Italian Exhibition Group. Il BEX nasce per posizionare l’Italia al centro del dibattito internazionale sullo spazio, con l’ambizione di diventare il punto di riferimento europeo dove industria, ricerca, istituzioni e nuovi settori tracciano insieme le traiettorie della prossima economia. Perché il valore non si crea solo dallo spazio alla Terra, né esclusivamente dalla Terra allo spazio: viene creato nel punto d’incontro. L’evento combina il business B2B con sessioni di sensibilizzazione e formazione, aprendo le sue porte a università, ricercatori e futuri professionisti. Il suo obiettivo è stimolare il dialogo tra la tradizionale catena di approvvigionamento spaziale, i settori industriali emergenti e l’intero ecosistema dell’innovazione – favorendo la contaminazione incrociata tra settori apparentemente lontani, dal cibo alla moda, dalla salute alla logistica, dall’automotive all’energia.
“BEX – spiega il Professor Giuseppe Sala, Professore presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Aerospaziali del Politecnico di Milano e Presidente del Comitato Scientifico e Tecnico dell’evento – è destinato a rappresentare una vera svolta nel panorama degli eventi dedicati all’esplorazione spaziale e all’economia dello spazio. Il progetto, sviluppato da un team di esperti provenienti da discipline complementari, mira a superare i formati tradizionali e affermarsi come punto di riferimento internazionale. Non sarà solo un’opportunità di networking per aziende e istituzioni, ma aprirà anche le sue porte al pubblico – il vero utilizzatore finale dei servizi spaziali. L’obiettivo è integrare mondi che sono solo apparentemente distanti – dal cibo alla moda, dal settore farmaceutico alla sanità e al benessere – fino a settori pronti per la reinvenzione, come quello automobilistico. Tutto questo prenderà forma attraverso spazi espositivi, sessioni di networking e matchmaking, conferenze pubbliche, workshop specialistici e hackathon studenteschi”.
Degno anche di nota è il contributo del colonnello Walter Villadei, astronauta professionista dell’Aeronautica Militare Italiana e ambasciatore BEX: “Lo spazio sta cambiando rapidamente. È un crocevia di interessi economici, scientifici, industriali, geopolitici e militari. C’è bisogno – e sempre più in futuro – di incontri e dialoghi multidisciplinari per sostenere la crescita e l’innovazione, oltre a cercare soluzioni di sostenibilità per le principali sfide globali. Sono quindi davvero lieto di servire come Ambasciatore di questa importante iniziativa, che dimostra che l’Italia ha le risorse, la visione e la creatività per tracciare nuove traiettorie a beneficio della comunità internazionale. Un evento che metterà giovani e scuole al centro della scena, avvicinandoli sempre di più al mondo aerospaziale.”
BEX coprirà l’intera catena di approvvigionamento: dai componenti e sistemi di lancio fino alle stazioni orbitali (a monte), comprendendo settori industriali non tradizionali che scoprono nuove opportunità commerciali nello spazio, ed estendendosi ai servizi basati su dati satellitari che stanno già trasformando agricoltura, mobilità, energia e sicurezza (downstream). Un focus significativo sarà inoltre dedicato allo sviluppo di sistemi autonomi multidominio (spazio, aeronautica, subacqueo, terrestri), sia come soluzioni operative sia come piattaforme di prova per l’innovazione tecnologica e industriale.
L’evento presenterà anche un’area intersettoriale – l’Open Innovation District – dedicata a start-up, università, centri di ricerca, agenzie governative, venture capital, incubatori e acceleratori aziendali, riflettendo l’impegno a coinvolgere l’intero ecosistema dell’innovazione. BEX ospiterà anche The Astronaut’s Home, un progetto con una prospettiva completamente originale: i bisogni fondamentali della vita nello spazio – dormire, mangiare, fare esercizio, assistenza sanitaria, vestirsi – come motore dell’innovazione industriale. Nello spazio, ogni funzione quotidiana diventa una sfida ingegneristica che richiede soluzioni radicalmente nuove. Queste stesse soluzioni, una volta sviluppate, possono sbloccare opportunità concrete per le industrie terrestri.
A sostegno della portata internazionale di BEX, l’IEG ha avviato un confronto con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT), il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e la Presidenza del Consiglio dei Ministri (PCM). L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e l’Aeronautica Militare Italiana hanno già confermato il loro patrocinio, aderendo alle principali associazioni di categoria governative, regionali e di settore.
BEX si posiziona così come piattaforma strategica per catalizzare il futuro dell’economia spaziale in Italia e in tutta Europa, integrando settori, attori e visioni all’interno di una prospettiva davvero interdisciplinare e orientata al futuro.
Riferimenti e Contatti
Evento: BEX – Beyond Exploration Expo
Sito web BEX: www.bex-expo.space
Sito web Autrice: www.stefaniacamilleri.it
Email: stefania.camilleri@gmail.com
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