Esplorata al largo della costa laziale, la montagna sottomarina Flavia Seamount rivela una complessa storia geologica tra faglie, pockmark e risalite di fluidi che sfidano le prime ipotesi scientifiche.
A poche decine di chilometri dalla costa laziale, sotto cinquecento metri d’acqua, c’è una montagna dalla cima quasi perfettamente piatta. Sembrava poter raccontare una storia semplice. Poi gli strumenti hanno cominciato a guardarla meglio. E ogni risposta ha aperto una nuova domanda.
Il mare, dalla costa, non racconta quasi niente. Davanti a Torre Flavia il Tirreno è quello di sempre. Una distesa azzurra, qualche vela, la linea dell’orizzonte. Bisognerebbe riuscire, per un momento, a togliere tutta quell’acqua per scoprire che circa 35 chilometri più al largo il paesaggio cambierebbe completamente.
Dal fondo emergerebbe una montagna. La sua cima si trova a circa cinquecento metri sotto il livello del mare. È quasi circolare, insolitamente piatta, con una superficie di circa quindici chilometri quadrati. Intorno, soprattutto verso sud, il fondale scende fino a circa milletrecento metri.
Per molto tempo è rimasta lì, nascosta sotto uno dei mari più frequentati d’Italia, senza che se ne conoscesse davvero la storia. Oggi ha un nome che incuriosisce già da solo, Flavia Seamount.
A leggerlo sembra quasi mezzo italiano e mezzo inglese. Flavia viene da Torre Flavia, sulla costa laziale, alla quale i ricercatori hanno voluto rendere omaggio. Seamount è invece il termine internazionale con cui si indica un rilievo sottomarino. Lo studio scientifico spiega che il nome Flavia segue anche la tradizione di utilizzare nomi di origine latina per molti rilievi sommersi del Tirreno. Due parole, una antica e una inglese, per una montagna che appartiene a un tempo immensamente più remoto di entrambe.
La storia comincia il 14 agosto 2024. La nave oceanografica Gaia Blu del Consiglio Nazionale delle Ricerche sta attraversando questa parte del Tirreno durante la campagna Ifigenia. A guidare la missione è Camilla Palmiotto, ricercatrice del CNR-ISMAR.
Gli strumenti osservano ciò che gli occhi non possono vedere. Il fondale viene scandagliato, misurato, trasformato in immagini e numeri. Poi il magnetometro registra un valore insolitamente alto. Nella control room ci si ferma a guardare i monitor.
«C’è qualcosa», dice Camilla.
La nave torna sul rilievo. La rotta viene modificata, si tracciano nuove linee di navigazione, si passa ancora una volta sopra quel punto. È uno di quei momenti nei quali la ricerca assomiglia a un’indagine. Un dato interrompe la normalità, costringe a tornare indietro e trasforma una forma sul fondo del mare in una domanda.
La prima ipotesi è intrigante: lungo la sommità potrebbero esserci fuoriuscite di fluidi e gas. Quel rilievo non era mai stato esplorato in questo modo e non aveva ancora un nome. Da quel giorno diventa Flavia.
La forma sembra suggerire subito una possibile soluzione. Una grande montagna sottomarina. Una cima piatta. Il Tirreno, un mare dalla storia geologica tormentata, dove vulcanismo e movimenti della crosta hanno lasciato tracce profonde.
Un antico vulcano? L’ipotesi viene naturale. Flavia ricorda nell’aspetto certi rilievi vulcanici sommersi dalla cima appiattita. Ma nella scienza assomigliare non basta. Bisogna guardare meglio.
Ed è proprio guardandola meglio che Flavia comincia a complicarsi. Ai dati raccolti durante Ifigenia se ne aggiungono altri. Arrivano nuove immagini del fondale, profili sismici, misure magnetiche. Vengono recuperate perfino registrazioni effettuate nel 1985. Quarant’anni prima qualcuno aveva già fatto passare degli strumenti sopra quella parte di mare. Quei segni erano rimasti negli archivi, in attesa che nuovi strumenti e nuove conoscenze permettessero di leggerli diversamente.
Il 4 agosto 2026 viene pubblicato sulla rivista scientifica Geosciences il primo studio geofisico integrato dedicato al Flavia Seamount, coordinato dalla stessa Camilla Palmiotto.
E la montagna comincia a raccontare una storia diversa. Sotto quella forma apparentemente semplice compaiono sedimenti accumulati nel tempo, faglie, cicatrici di grandi frane sottomarine, masse di materiale scivolate lungo i fianchi. Flavia sembra essere stata costruita, modificata, ferita e ricoperta nel corso di una storia lunghissima.
I dati non sostengono l’idea più semplice di un antico edificio vulcanico. La forma attuale sembra invece il risultato di più processi che si sono sovrapposti: movimenti della crosta, accumulo di sedimenti, cedimenti e frane del fondale.
Flavia può ricordare un vulcano. Ma non basta una forma per sapere che cosa si ha davanti.
Caso chiuso? Tutt’altro. Perché sulla sua cima ci sono 78 piccole depressioni. I geologi le chiamano pockmark. Il nome è complicato, il concetto molto meno: sono avvallamenti che possono formarsi quando acqua o gas presenti sotto i sedimenti trovano una strada verso l’alto.
È qui che ricompare quella parola incontrata il primo giorno: fluidi. Non bisogna immaginare necessariamente magma o acqua bollente. In geologia è un termine molto ampio. Può trattarsi di acqua, gas o altre sostanze che si muovono nel sottosuolo e risalgono attraverso pori e fratture.
Sulla cima di Flavia le tracce di queste risalite ci sono. Settantotto.
Ed ecco che torna alla mente quella giornata dell’agosto 2024. Il magnetometro. Gli occhi sui monitor. «C’è qualcosa». Qualcosa, effettivamente, c’era. Oggi lo vediamo molto meglio. Ma sapere che qualcosa è risalito non significa ancora sapere esattamente da dove sia venuto.
Ed è a questo punto che la storia torna verso terra. Chi ha frequentato il mare di Lavinio e Tor Caldara può avere osservato un fenomeno curioso. In alcuni punti dal fondale salgono bolle. Una dopo l’altra. Non occorre conoscere la geologia per accorgersene. Basta fermarsi a guardare. L’acqua sembra muoversi da sola e per qualche istante si ha l’impressione che il mare respiri.
Quelle bolle sono reali e sono conosciute da tempo. In quel tratto di costa il sottosuolo lascia risalire gas attraverso fratture profonde, una delle tante tracce della complessa storia geologica del Lazio e dell’area dei Colli Albani. Le emissioni sono state osservate e studiate anche nei bassi fondali davanti a Tor Caldara.
Molto più al largo, sulla sommità invisibile di Flavia, gli strumenti hanno trovato altre tracce di risalita. Viene spontaneo domandarsi: le due storie hanno qualcosa in comune?
Non lo sappiamo. E, soprattutto, nessuno studio ha finora dimostrato un collegamento fra ciò che accade davanti a Tor Caldara e i fluidi del Flavia Seamount.
Potrebbero essere fenomeni completamente diversi, nati in contesti geologici differenti. La scienza, quando non sa, dovrebbe avere l’eleganza di dirlo. Ma dire non lo sappiamo non significa chiudere una porta. Spesso significa finalmente sapere quale porta aprire.
Per capire meglio Flavia serviranno probabilmente altri dati, altre analisi, altre campagne in mare. Bisognerà sapere di più sui fluidi, sulla struttura profonda del rilievo, sulla lunga sequenza di eventi che ha dato origine a quella strana montagna dalla cima piatta.
Ed è forse questo l’aspetto più affascinante della storia. Flavia era lì anche quando non la conoscevamo. Le faglie erano lì. Le frane erano già avvenute. I sedimenti si erano accumulati. I fluidi avevano percorso le loro strade invisibili.
Non è cambiata Flavia. Sono cambiati i nostri occhi. O, più precisamente, sono diventati più potenti gli strumenti con i quali abbiamo imparato a guardarla.
È il modo in cui procede da sempre la conoscenza. Ed è difficile non pensare a ciò che accade quando, invece di guardare sotto il mare, si guarda verso il cielo.
Per millenni l’Universo è stato quello che l’occhio umano riusciva a vedere. Poi gli strumenti si sono affinati. Il telescopio ha mostrato stelle che non conoscevamo. Altri strumenti hanno imparato a raccogliere luci invisibili ai nostri occhi. Sono apparse galassie sempre più lontane. Abbiamo scoperto pianeti attorno ad altre stelle. Siamo riusciti perfino a registrare le minuscole increspature dello spazio-tempo prodotte da eventi avvenuti a distanze inconcepibili.
Ogni volta la conoscenza si è allargata. E ogni volta, proprio grazie a ciò che avevamo appena scoperto, sono nate domande nuove.
Succede anche con Flavia. Prima era soltanto un rilievo nascosto. Poi ha ricordato un vulcano. Poi gli strumenti hanno mostrato faglie, sedimenti, antiche frane, pockmark, fluidi. Oggi ne sappiamo molto più di due anni fa. E proprio per questo sappiamo meglio che cosa ancora non sappiamo.
Forse la ricerca procede davvero così. Non cancella il mistero. Lo rende più preciso.
Gli strumenti si affinano, le conoscenze si approfondiscono, il confine di ciò che ignoriamo si sposta. Ma la parola fine continua a sfuggirci.
Flavia non è comparsa nell’agosto del 2024. Siamo noi che abbiamo cominciato a vederla.
Forse un giorno sapremo da dove provengono quei fluidi. Forse comprenderemo meglio ciò che si nasconde sotto il suo basamento e ricostruiremo la lunga storia che ha dato forma a quella montagna sommersa. E quando arriveranno quelle risposte, probabilmente nasceranno altre domande.
È così sotto il mare. È così nell’Universo. Ogni nuovo strumento illumina un pezzo di realtà. Poi, appena un po’ più in là, ricomincia il mistero.
Fonti
Palmiotto C. et al., An Integrated Geophysical Investigation of the Flavia Seamount in the Northern Tyrrhenian Back-Arc Basin (Mediterranean Sea), Geosciences, 16(8), 312, pubblicato il 4 agosto 2026. Studio scientifico di riferimento sulla morfologia, la struttura, i pockmark e l’evoluzione del Flavia Seamount.
CNR-ISMAR, Technical Report of the IFIGENIA cruise with the R/V Gaia Blu, Technical Report n. 32, 2024. Contiene il diario della campagna, la scoperta del 14 agosto, la frase «C’è qualcosa» di Camilla Palmiotto, l’ipotesi iniziale sulla fuoriuscita di fluidi e gas e la scelta del nome Flavia.
Consiglio Nazionale delle Ricerche, Diario di bordo da “Gaia Blu”: la campagna Ifigenia, 2024. Resoconto divulgativo ufficiale della campagna oceanografica e della prima esplorazione del rilievo.
ISPRA – Servizio Geologico d’Italia, Emissioni gassose sottomarine nel tratto costiero prospiciente Tor Caldara. Documentazione delle emissioni sottomarine osservabili nei bassi fondali e della risalita di fluidi profondi nell’area.
INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sorveglianza vulcani Colli Albani – Monitoraggio geochimico. Inquadramento di Tor Caldara fra le aree periferiche interessate da emissioni anomale e di gas endogeni.
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