Stretto di Corinto di Notte. Guarda il Video e la sua Storia

Un viaggio notturno tra le pareti illuminate del Canale di Corinto. Una ferita nella roccia lunga duemila anni che racconta le nostre paure, la fatica di aprirsi e la necessità di curare i varchi dell’anima.

Abbiamo un video dello Stretto di Corinto di notte di Federico Maria Marcatelli. Non il solito video turistico di giorno, con le rocce gialle e i turisti che si affacciano dal ponte. Questo è girato di notte, e di notte lo Stretto cambia natura completamente; le pareti altissime – fino a 79 metri a picco sul mare – vengono illuminate da una fila di luci calde che si riflettono sull’acqua nero inchiostro, e la scia di una nave che passa lentissima sembra l’unica cosa viva in una cattedrale di roccia.

Guardandolo ho capito che stavo guardando la storia di come una mente umana decide di aprirsi dopo essere rimasta chiusa per duemila anni.

Video e foto di Federico Maria Marcatelli, appassionato di viaggi e di mare.– Canale di Corinto di notte. 6.343 metri di taglio illuminato che collega il Golfo di Corinto (Ionio) al Golfo Saronico (Egeo).

Quella che Federico ha filmato è una fenditura di 6.343 metri, larga poco più di venti metri, che taglia in due l’istmo risparmiando 700 chilometri di navigazione attorno al Peloponneso. La storia di questa apertura è molto più lunga della sua geografia.

L’idea venne per primo nel VII secolo a.C. al tiranno Periandro. Andò a consultare l’oracolo di Delfi, che gli rispose secco: “Né costruire, né scavare l’istmo. Perché Zeus ha creato le isole dove pensava fosse giusto”. Dietro la risposta divina c’erano gli interessi terreni di Corinto; i sacerdoti temevano di perdere le offerte dei naviganti in cerca di protezione, la città temeva di diventare un semplice punto di transito. Era la paura che, aprendosi, si sarebbe perso qualcosa? È quasi sempre questo il motivo per cui preferiamo restare chiusi.

Così, pur di non scavare la terra, i greci s’inventarono il Diolkos, una strada di pietra dove scanalature nella roccia guidavano grandi carri di legno. Vi caricavano le merci e, a volte, le navi intere, trascinandole a braccia da un mare all’altro. Una fatica immane, solo per aggirare l’ostacolo. Esattamente come facciamo noi quando ci inventiamo scorciatoie complicatissime e sfinenti pur di non affrontare l’unica apertura che ci farebbe davvero respirare.

Poi arrivò Nerone nel 67 d.C. Si fece inviare seimila prigionieri, diede il primo colpo di piccone con un attrezzo d’oro innalzando inni agli dei, scavò tre chilometri e 26 pozzi di prova, poi si fermò. Alla sua morte, il progetto fu abbandonato. L’entusiasmo iniziale, la grande cerimonia, l’idea grandiosa che dura un paio di chilometri e si spegne davanti alla prima vera difficoltà.

Bisognò aspettare il 1893 perché il canale venisse finalmente inaugurato, rendendo il Peloponneso un’isola a tutti gli effetti.

La parte più profonda è quella che il video notturno racconta senza bisogno di parole. Di notte vedi la ferita prima della roccia, nell’oscurità la maestosità della pietra scompare e resta solo quel taglio illuminato che continua a rimanere aperto.

Le pareti sono ripide, instabili. Frequenti crolli ne impongono spesso la chiusura per lavori di dragaggio; nel 1944 la Wehrmacht in ritirata lo fece persino saltare in aria. È qui che lo Stretto di Corinto smette di essere pietra e diventa esattamente come noi, perché anche quando riusciamo ad aprire un varco interiore, quell’apertura non resta pulita da sola per sempre. Le pareti interiori, fatte di vecchie paure, continuano a sbriciolarsi in silenzio. Ogni persona nuova che ci attraversa fa tremare le pareti e venire giù qualche sasso.

Periodicamente il canale viene chiuso per manutenzione. Bisogna fermare il traffico, entrare con le draghe e ripulire il fondo per restituirgli profondità. Anche le nostre chiusure temporanee sono una manutenzione dell’anima e non…una sconfitta.

I due ponti sommergibili alle due estremità, Poseidonia e Isthmia, sono forse la parte più umana di questa struttura. Per far passare le imbarcazioni si immergono completamente nell’acqua, per poi riemergere a transito avvenuto. Funzionano persino a gravità, in caso di black-out continuano ad abbassarsi e a far passare l’altro anche quando manca la corrente, quando siamo del tutto privi di energia.

Il video di Federico finisce, le luci della nave si allontanano e l’acqua torna nera inchiostro. Ma quel taglio di 6.343 metri resta lì, illuminato, a vegliare nella notte.

Ci sono voluti duemila anni di paura, scorciatoie faticose e tentativi abbandonati per capire che aprirsi significa avere il coraggio di togliere quell’ultimo pezzetto di terra a cui ci aggrappiamo. E lasciare che, finalmente, diventi mare.

Qual è l’istmo che stai ancora tenendo chiuso dentro di te?

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