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giovedì, Marzo 12, 2026

IL GIORNALE PRESS

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Giuseppe Bassi racconta “Ima Adesso”

Dalle lodi della guida Penguin per l’originalità della sua musica ai palchi di New York e del Giappone, il contrabbassista e compositore Giuseppe Bassi si conferma una delle eccellenze assolute del jazz internazionale, con una carriera monumentale che lo ha visto collaborare con leggende come Ute Lemper e Lew Tabackin. In questa intervista ci apre le porte del suo nuovo progetto discografico, “Ima Adesso”, una novità assoluta di queste settimane, uscito il 18 febbraio 2026 per l’etichetta Dodicilune e registrato con un quartetto stellare composto da Javier Girotto, Daniel Karlsson e Lorenzo Tucci. Sarà presentato in concerto sabato 7 marzo 2026 a Bari, presso il Teatro del Nicolaus Hotel, nell’ambito della 33ª edizione di Bari Hi-End. Il disco non è solo una raccolta di brani, ma il manifesto di una maturità artistica che ha smesso di cercare conferme esterne per concentrarsi sull’essenza. L’album rappresenta una sorta di sintesi umana e artistica, una riflessione sul concetto di tempo. Il titolo stesso gioca sul termine giapponese Ima (今), che significa “ora”, accostandolo all’italiano “adesso”. È un invito a vivere l’istante presente attraverso un jazz che oscilla tra introspezione e vigore creativo.

Il titolo “Ima Adesso” pubblicato il 18 febbraio 2026 per l’etichetta Dodicilune, unisce l’italiano e il giapponese. Come è nata questa scelta e cosa rappresenta per te, oggi, la parola “presente”?

“Ima” in giapponese significa adesso. Quando ho deciso di affiancarlo alla parola italiana non stavo cercando un effetto esotico, ma un raddoppio di coscienza. È come se avessi sentito il bisogno di dire due volte la stessa cosa per crederci davvero. Il presente, oggi, per me non è un punto cronologico. È uno stato di vigilanza emotiva. È il luogo in cui smetto di rimpiangere e di anticipare. È il luogo in cui la musica non è più esercizio di stile e diventa esperienza. “Ima Adesso” è una dichiarazione di presenza. È un invito a restare. A non fuggire né nel passato né nell’ansia del futuro.

Perché il Giappone?

Perché il Giappone mi ha insegnato ad ascoltare. Lì ho percepito un rispetto quasi spirituale per il suono, per il gesto minimo, per il silenzio. In Giappone il tempo non è qualcosa da riempire, è qualcosa da abitare. Non è solo un luogo geografico per me. È uno spazio interiore. È il posto dove ho compreso che la sottrazione può essere più rivoluzionaria dell’aggiunta.

Nel disco il tempo non è successione lineare ma “campo di forze” tra memoria e attesa. In che modo questa idea si è tradotta concretamente nella scrittura e negli arrangiamenti?

Ho cercato di evitare strutture che conducessero l’ascoltatore verso una meta prevedibile. Mi interessava creare tensioni interne più che traiettorie. Per esempio, ho lavorato su temi che ritornano trasformati, come se fossero attraversati da esperienze successive. Gli arrangiamenti sono costruiti su equilibri instabili. Ci sono armonie che non si risolvono immediatamente, dinamiche che restano sospese. È come se il tempo fosse compresso e dilatato nello stesso momento. Non una linea, ma un campo magnetico dove memoria e attesa convivono.

L’album rifugge da intenti celebrativi e preferisce una riflessione intima. Quanto conta oggi per te la dimensione introspettiva nella composizione?

Conta più di ogni altra cosa. Con il passare degli anni ho perso interesse per la dimostrazione tecnica fine a sé stessa. Non mi interessa stupire. Mi interessa essere vero.  La dimensione introspettiva non è un ripiegamento narcisistico. È un modo per spogliarsi. Quando scrivo oggi parto spesso da una frase, da un pensiero, da una ferita o da una gratitudine. Poi cerco di tradurli in suono. Se non sento una necessità interiore, non scrivo.

Il tuo contrabbasso qui sembra assumere una funzione non solo ritmica ma melodica e strutturale. È una scelta maturata nel tempo o specifica di questo progetto?

È una consapevolezza che è cresciuta negli anni. Il contrabbasso è spesso confinato al ruolo di sostegno armonico e ritmico. Io invece l’ho sempre vissuto come uno strumento narrante. In “Ima Adesso” il contrabbasso diventa architettura. Non accompagna soltanto, suggerisce direzioni, crea vuoti, costruisce spazi. È come se avessi finalmente accettato che il mio strumento può parlare in prima persona senza chiedere permesso.

Condividi il disco con musicisti di forte identità come Javier Girotto, Daniel Karlsson e Lorenzo Tucci. Come si è costruito l’equilibrio tra i diversi lessici culturali senza cadere nel sincretismo superficiale?

Non abbiamo mai cercato di fondere le culture in modo artificiale. Nessuno ha dovuto “suonare giapponese” o “suonare europeo”. Ognuno ha portato la propria identità con naturalezza.  L’equilibrio è nato dall’ascolto profondo. Quando l’ascolto è autentico, le differenze non diventano un collage, ma una conversazione. La superficialità nasce quando si cerca l’effetto. Noi abbiamo cercato il senso.

Cover album Ima Adesso

In che modo la tua esperienza internazionale, dal Giappone a New York, ha influito sull’estetica di “Ima Adesso”?

A New York ho respirato l’urgenza. Lì la musica è affermazione, è energia verticale, è dichiarazione di identità. In Giappone ho imparato la rarefazione, la delicatezza, la cura del dettaglio. “Ima Adesso” è il punto in cui queste due forze si incontrano. Non si annullano, si riconoscono. C’è energia, ma non aggressività. C’è contemplazione, ma non immobilità.

Avete lavorato più su scrittura dettagliata o su spazi aperti all’improvvisazione controllata? Come si è articolato il processo in studio?

Le composizioni erano definite nei loro elementi strutturali, ma volutamente aperte nei punti di respiro. Ho lasciato zone di libertà, ma sempre all’interno di un pensiero preciso. In studio abbiamo lavorato molto sull’ascolto reciproco. Spesso la prima take era già quella buona, perché cercavamo verità più che perfezione. L’improvvisazione non era casuale, era una conseguenza naturale della scrittura.

L’inclusione di La Chanson De Helene introduce un rimando alla memoria cinematografica. Cosa ti ha spinto verso questo brano e come lo hai riletto in chiave jazzistica?

È un brano di Philippe Sarde scritto per il film “Les Choses de la vie”. Mi ha sempre colpito la sua malinconia trattenuta, quel senso di amore che non esplode ma resta sospeso. Lo imparai alcuni anni fa ascoltandolo nella interpretazione di Ute Lemper, con cui ho l’onore di collaborare dal 2023. Ho voluto rispettarne l’intimità. Non mi interessava trasformarlo in uno standard. Ho lavorato sulla trasparenza, sulle sfumature, lasciando che il tema emergesse quasi in punta di piedi, dentro un tessuto armonico nuovo ma rispettoso.

In episodi come I Will Touch You o (Ima) emerge una forte attenzione al silenzio e alla rarefazione. Quanto conta per te il non detto nella costruzione del discorso musicale?

Il silenzio è parte integrante della musica. Non è un’assenza, è una presenza invisibile. Credo che il non detto sia ciò che permette alla musica di restare nell’ascoltatore anche dopo l’ultima nota. Se spieghi tutto, togli spazio all’immaginazione. Io cerco sempre di lasciare un margine di mistero.

Giuseppe Bassi, intervista per l'album "Ima Adesso" (Ph. Fabrizio Sodani)
Giuseppe Bassi con il suo contrabbasso, intervista per l’album “Ima Adesso” (Foto di Fabrizio Sodani)

Rispetto ai tuoi primi lavori, senti che questo album rappresenti una sintesi o piuttosto un nuovo inizio?

Sento che è una sintesi emotiva, ma anche un nuovo inizio spirituale. Nei primi lavori c’era l’urgenza di affermare un’identità. Oggi c’è il desiderio di comprendere.  Non mi interessa più arrivare. Mi interessa approfondire.

In  “The Nine Lives of the Soul”, con la presenza della voce, il suo linguaggio dialogava maggiormente con la dimensione soul e narrativa. Quali differenze sostanziali vedi oggi rispetto a “Ima Adesso”?

“The Nine Lives of the Soul” aveva una dimensione più narrativa e comunicativa. La voce portava un racconto esplicito. In quella musica si evince la dimensione e la necessità del groove, un linguaggio appreso non molto tempo fa durante la mia collaborazione lunghissima con un grande musicista che risponde al nome di Gegè Telesforo. Scelsi quindi per quel disco alcuni tra i migliori specialisti del genere come Paolo Sessa e Gianluca Porro a collaborare con la cantante che amo follemente, Joanna Teters.  “Ima Adesso” è più essenziale. È meno dichiarato, più meditativo. È come passare da un racconto a una preghiera laica. Non potevo che condividere questa missione con alcuni tra i più grandi musicisti che abbia mai conosciuto: Javier Girotto, Daniel Karlsson e Lorenzo Tucci. Per me ognuno di loro è un poeta vero.

Le esperienze così ricche di collaborazioni cosa ti hanno insegnato sul rapporto tra scrittura e interplay?

Mi hanno insegnato che la scrittura deve suggerire, non imporre. Se la struttura è troppo rigida, l’interplay si spegne. Se è troppo vaga, si disperde. Ho imparato a scrivere pensando già all’altro, immaginando il suo respiro dentro la mia frase.

Tornando a dischi come “We’ll Be Together Again” e alla collaborazione in “You’re My Everything”, qual è oggi il tuo rapporto con lo standard jazz? È ancora un territorio necessario?

Lo standard è una memoria condivisa. È un linguaggio comune che permette di incontrarsi. Per me resta necessario, non come rifugio ma come confronto. Ogni volta che suono uno standard mi misuro con la storia, con chi l’ha suonato prima di me. È un atto di umiltà.

Dai modelli di Ray Brown e Charlie Haden fino alle collaborazioni con artisti internazionali, qual è il filo rosso che lega tutta la tua produzione?

Ray Brown mi ha insegnato la solidità, il senso del tempo, l’eleganza strutturale. Charlie Haden mi ha insegnato la fragilità come forza espressiva. Il filo rosso è la ricerca di autenticità. Non ho mai inseguito le mode. Ho sempre cercato un suono che mi rappresentasse davvero, anche quando era scomodo.

Con “Apaturia”, segnalato dalla guida Penguin come lavoro eccellente e originale, entri nel panorama internazionale. Cosa resta oggi di quell’urgenza espressiva?

Resta l’urgenza, ma è maturata. All’epoca volevo affermare una voce. Oggi voglio affinarla. L’energia è la stessa, ma è diventata più consapevole, meno impulsiva, più centrata.

Progetti come “Atomic Bass” e “Kind of True” riflettono tensioni diverse; sono tappe di un’unica traiettoria o capitoli autonomi della sua evoluzione?

Sono parti di uno stesso percorso. “Atomic Bass” esplora l’identità dello strumento, la sua solitudine e la sua potenza non sul palco di un teatro ma su quello della vita. “Kind of True” si muove su un piano più concettuale.  “Ima Adesso” è forse il punto in cui queste tensioni si pacificano.

Dai primi lavori fino alla dimensione meditativa di “Ima Adesso”, quale trasformazione ritieni più radicale nel tuo percorso; il suono, il pensiero musicale o il modo di intendere il ruolo dell’artista oggi?

La trasformazione più radicale è nel modo in cui intendo il ruolo dell’artista.  Oggi sento che il musicista non deve occupare spazio, ma creare spazio. Non deve riempire, ma rivelare. Questo ha cambiato il mio suono, ma soprattutto il mio pensiero.

Quali sono stati e quali sono oggi i tuoi miti nel jazz? Ci sono figure che continuano a orientare il tuo modo di suonare e comporre?

I grandi contrabbassisti restano punti di riferimento, ma negli ultimi anni l’influenza più profonda è arrivata dal Giappone, in particolare dall’incontro con Sumire Kuribayashi. Sumire è stata una scossa. Una pianista che ha letteralmente sconvolto il mio modo di sentire e percepire i suoni. Da quando l’ho conosciuta, la mia struttura compositiva si è arricchita di colori nuovi, di spazi più ariosi, di una libertà armonica che prima non avevo il coraggio di attraversare. Oggi i miei miti non sono solo figure storiche, ma persone che mi hanno trasformato interiormente.

Al di là della musica, quali sono i tuoi hobby o le passioni che ti aiutano a nutrire la creatività?

Negli ultimi anni mi sono concentrato molto sulla scrittura. Scrivo pensieri, riflessioni, appunti quotidiani. Molti brani nascono da lì. Prima arriva la parola, poi cerco di tradurla in suono. Mi nutro molto di cinema, di osservazione della vita quotidiana, di dialoghi veri con le persone. Non ho bisogno di attività spettacolari. Mi interessa la profondità delle piccole cose.

Hai un sogno nel cassetto? C’è un musicista con cui non hai ancora suonato e con cui desidereresti condividere un progetto?

Da quando ero teenager ho un sogno molto chiaro: incontrare Rod Stewart e suonare con lui la sua musica. Impazzisco per quella voce. È unica, riconoscibile al primo istante. Forse è per questo che amo voci assolutamente originali come quelle di Joanna Teters e pochissimi altri cantanti nel mondo. Oggi, però, posso dire una cosa con serenità: sono sereno. Non inseguo più un’idea di successo. Stiamo realizzando un documentario sulla mia vita quotidiana, non sulla carriera. Ho scoperto la forza taumaturgica della musica. Ho visto come un contrabbasso possa registrare le storie delle persone e restituire loro una musica che cura dentro l’anima. Il disco “Ima” appena uscito prova a declinare quell’amore che ho intercettato fino a oggi. Non esiste un amore più grande di un altro. Non esiste una classifica. Per me l’amore è il senso stesso dell’esistenza. Se non sempre riesco a dirlo a parole, provo a riconoscerlo e ad esprimerlo in musica.

Foto di Fabrizio Sodani

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