Arte e moda, un tempo gerarchicamente distinte, si sono fuse nel corso del Novecento fino a ribaltare i loro ruoli: oggi è spesso la moda a influenzare l’arte, trasformando linguaggi e significati.
L’arte è di moda? O impazza la moda dell’arte? La relazione tra le due modalità di comunicazione – l’arte e la moda, in quanto fattori semiologici appartenenti alla sfera sociale dell’Uomo – si è ammagliata, pericolosamente infittendosi, lungo lo scorso ultimo secolo. Come una rutilante coperta in patchwork o tessuto macramè, arte e moda si sono andate mischiando e confondendo, ma il risultato non è uniforme né omogeneo: mentre all’esordio del connubio era l’arte a dettare moda, oggigiorno siamo giunti al capovolgimento dei fattori. E il prodotto, in questo conto, è cambiato.
Avevano cominciato i Futuristi, con l’abbigliamento “antineutrale” di Giacomo Balla, fatto di spigoli, angoli e spacchi, colori e asimmetrie, a indicare esigenza di dinamismo e libertà nelle toilettes, soprattutto delle signore, nuove paladine dell’emancipazione che brandiva la trasgressione come una spada di fuoco e fiamme. E decisivo fu, oltre un secolo fa ormai (era il 1914), il lungo influsso della prima avanguardia artistica del modernismo (mondiale, a partire dall’Italia) su ciò che sarebbe stato chiamato in seguito style e fashion.
A grandi balzi, solcando grandi guerre e olocausti, l’arte non ha smesso di documentare la sua passione per la moda, i vestitini costellati di scatolame alimentare di Andy Wahrol e le borchie catenate di Vivienne Westwood, regina del punk, tanto per dire due “icone” (così non si sbaglia) sono esemplari intrecci arte e moda e contrassegni del ‘900.
Nel frattempo, l’arte è diventata alimento della moda, da strumento che era per l’ottimismo futurista, e la moda si è nutrita pascendosi d’arte, fino a fagocitarla.
Siamo all’attualità: il mercato e la produzione dell’arte sono di proprietà delle grandi griffe e multinazionali griffate, da Pinault a Prada, le mostre e le inaugurazioni, i vernissage e le esposizioni ora si chiamano “eventi” (anche le sfilate di moda si chiamano così), partecipati da gente che piace alla gente che piace, vestita assai elegantemente, oppure con pacchiano sfarzo, ma rigorosamente alla moda.
Artisti, curatori e critici osservano un deprimente dress code uniforme, monocolore con varianti cromatiche che non oltrepassano la gamma bianco stinto grigio nebbia nero oltretomba.
Le riviste d’arte, che “coraggiosamente” stampano ancora su carta, propongono copertine degli artisti più di moda che segretamente si danno all’arte: Johnny Depp è l’ultimo, ma abbiamo conosciuto in passato l’imperdibile produzione artistica di Sylvester Stallone, Gina Lollobrigida, Ron Wood, e tanti altri attori e attrici della moda, dello spettacolo e della musica. Artisti di altre arti che si sentono artisti visivi, plastici, astratti, concettuali, vestiti da artigiani dell’abbigliamento che si sentono artisti del look. Risultato finale: l’arte va di moda. Talmente tanto che l’arte si è fatta moda. Ma sotto il vestito, quasi niente.
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