La Casa del Tempo. Il Mito di Kronos e Mnemosyne in Vibrazioni di Luce

Nella mitica Casa del Tempo, un acceso dibattito fra Kronos e Mnemosyne, due divinità che reggono i fili della storia e della civiltà umana. Il racconto allegorico tratto dal nuovo libro di Lucia Ferrigno, Vibrazioni di luce (CTL Livorno), mette in scena il dialogo tra Kronos (il tempo che divora) e Mnemosyne (la memoria che preserva). Il volume sarà presentato a Minori il 7 settembre.

Cos’è il tempo? Un elemento costitutivo del cosmo e, quindi, durata, ordine misurabile del mondo che non ha principio né fine e procede ciclicamente con necessari ritorni, come si evince dagli antichi testi mitici, filosofici e scientifici greci, o in modo lineare e rettilineo come vuole il pensiero cristiano? O è da intendersi in senso gnoseologico, quale modalità interiore, per cui sarebbe da conferirgli spiegazioni soggettivistiche o idealistiche? O, ancora, con significato etico, come dimensione interiore all’uomo, dove esso acquisisce valore metaforico in quanto simbolo della stessa vita umana e con una connotazione religiosa nella misura in cui l’esistenza è considerata alla luce di una visione escatologica che si pone come itinerario verso la salvezza? In quest’ultimo caso, il tempo si dispone alla dimensione dell’eternità, dove l’uomo porterebbe a compimento il suo cammino salvifico, postulando, in maniera kantiana, un tempo infinito nell’al di là, dove poter conseguire in fieri la propria santità.

Il Tempo si esprime in variegate sfaccettature, lo si consideri circolare o lineare, fisico o interiore, ma non se ne può eliminare l’essenza costitutiva: il divenire.

“Il Tempo (Krónos)” – scriveva Platone nel Timeo – “nacque assieme al Cielo, in maniera tale che Tempo e Cielo, generati assieme, assieme anche si dissolvano, se mai possa darsi loro una dissoluzione. Nacque secondo il modello della Natura (Physis) eterna, in modo da esser simile ad essa quanto più è possibile, tenuto conto del fatto che l’essere del modello dura per tutta l’eternità (Aión), mentre il Cielo, per tutto il tempo e per sempre è stato, è e sarà”.

Il tempo è come una casa, di assoluta necessità, che ci preserva dai disordini interni ed esterni, poiché regola e struttura l’ordine essenziale della Storia dell’Umanità, intesa nella dimensione ontica, logica e ontologica. Lo si consideri sia nel senso di un divenire storico contingente, sia in rapporto ai valori universali ed eterni che ne costituiscono l’autentica ragion d’essere.

La Casa del Tempo s’impone nella Storia solo apparentemente come pura conservazione e ordine di successione di eventi secondo il principio di causa-effetto. La Storia, infatti, è qualcosa di ben più significante: una realtà multiforme, i cui fatti si prestano ad essere indagati secondo diverse prospettive – metafisiche, gnoseologiche, teologiche, morali e politiche – che s’intersecano e interagiscono fra loro. Essa non è riducibile a mera sequela di fatti: la Storia ha sempre un senso, una spiegazione, perché abbraccia l’intera vita dell’Umanità, la quale non può non avere consapevolezza della sua realtà e del suo svolgimento nel corso temporale del mondo.

Il Tempo, da parte sua, non è solo ordine misurabile del movimento. Per Aristotele è “il numero del movimento secondo il prima e il dopo”; pertanto, se pur considerato nella dimensione oggettiva di un tempo esteriore e misurabile, non è riducibile a questo soltanto, poiché ad esso si connette il presupposto dell’esistenza di una mente misurante, che è anche tempo interiore, tempo della coscienza. Plotino affermerà che il tempo non esiste fuori dall’anima; e, più tardi, Agostino d’Ippona lo definirà dimensione di vita spirituale, “distensio animi”, poiché non mera successione di attimi estranei l’uno all’altro, ma unità interiore della coscienza.

La Casa del Tempo interrompe le sue riflessioni per cedere il posto alle pagine del mito, narrate con voce possente da Krónos, la divinità che divora i propri figli. È lui, il terribile discendente della stirpe dei Titani, accanto al quale appare una divinità minore: Mnemosyne, la Memoria, senza la quale non è possibile far riemergere il passato dai tenebrosi fondali dell’oblio. Diversa dal burbero Krónos, che impietosamente divora la sua stessa discendenza, la figura luminosa della dea, genitrice delle Muse, risveglia dalla dimenticanza e presiede le arti e le ispirazioni umane.

Krónos rivela che, per volontà di sua madre Gea, gli è toccato l’oneroso compito di reggere la sorte del mondo. Gea gli donò una falce di diamante generata dal proprio seno, legandolo per sempre alla terra. Egli dà allora inizio al suo inverecondo cammino, evira il padre Urano e inghiotte i figli nati dall’unione con Rea, che metaforicamente sono gli attimi prodotti dal suo stesso divenire. Tiranneggia, dichiara di poter fermare lo scorrere della linfa vitale del mondo e ridurlo a stasi mortale, spinto dal disprezzo verso l’umanità.

A quell’odio risponde la luce di Mnemosyne: la sua lampada eterna disperde le forze oscure del sonno e dell’oblio, opponendo alla distruzione la forza del ricordo. Il narrare si fa dialettico, contrastivo e propositivo: Krónos e Mnemosyne si affrontano in un serrato dialogo sull’essenza del mondo.

Krónos rivendica la propria sovranità assoluta sul cosmo: “Io sono il signore del movimento, del mutamento, della trasformazione”, proclama, “e senza di me l’uomo non avrebbe mai intrapreso il cammino della civiltà. Mnemosyne lo ammonisce: “Abbi modestia, e non credere che tutto dipenda dal tuo scorrere inesorabile. Il divenire non crea l’essere: lo trasforma”.

Lui ribatte, lei lo contraddice. Mnemosyne ricorda che la sua memoria è “attiva e vitale”, capace di ridare luce a ciò che sembra perduto. Evoca Nietzsche e il suo “eterno ritorno dell’uguale”, simbolo della ripetitività del tempo; ma Krónos ne ribalta il senso, sostenendo che vivere l’attimo significa accettare intensamente la vita, come nel “pensiero abissale” nietzschiano: l’attimo infinito è l’eternità stessa.

Il loro contrasto si accende. Mnemosyne lo accusa di incoerenza: pretende di favorire il progresso e insieme si richiude nell’universo caotico dei Titani. Krónos replica che il vero tempo è un eterno fluire del reale, senza condizionamenti del passato, proiettato verso un futuro di continua trasformazione.

Le Moire, intente nel loro instancabile lavoro, filano i destini dell’uomo, mentre Anánkē, la Necessità, vigila silenziosa. La voce della Memoria torna limpida: ricorda al Tempo che egli non è invincibile, poiché Zeus lo costrinse a vomitare i figli divorati – gli istanti della memoria che tornano alla vita. Tutti gli dèi si lasciano allora avvolgere da un sentimento di nostalgia. Mnemosyne parla: “Il passato non potrà mai essere cancellato. Il tempo fisico si consuma, ma il tempo interiore sopravvive nella coscienza dell’uomo.”

Ananke interviene infine per ristabilire l’ordine. La sua voce è ferma e solenne: “Passato, presente e futuro sono interconnessi. Il tempo fugge, ma la memoria lo trattiene nella consapevolezza. Senza conoscenza del passato, l’uomo si perde. Il progresso è necessario, ma lo è anche la memoria che gli dà senso.”

Mnemosyne ottiene la palma della vittoria. Krónos, smarrito, riconosce il suo errore: non può negare il passato, perché senza di esso il suo scorrere non avrebbe più direzione. Si avvicina alla dea e le bacia la guancia in segno di riconciliatione.

Il Tempo riprende sereno il suo cammino e il Cosmo vibra nella luce di un divenire che non lascia cadere il passato nell’oblio, ma lo rinverdisce nella coscienza del presente e si pone responsabilmente nella prospettiva del domani.

Nel mito che intreccia Kronos e Mnemosyne si compie l’incontro fra il divenire e la memoria, due principi che fondano l’essenza stessa dell’umano. La casa del Tempo diviene metafora della storia e della coscienza: luogo in cui il fluire inesorabile del tempo trova misura e senso solo nel ricordo.

Attraverso il dialogo fra le divinità, la narrazione dà voce al bisogno di armonizzare progresso e consapevolezza, movimento e permanenza, oblio e memoria. Non c’è futuro senza passato, né luce senza ombra. Il racconto si chiude nella riconciliatione fra le forze del mutamento e quelle della memoria, simbolo della necessità per l’uomo di abitare il tempo con responsabilità e con la coscienza viva della propria storia.

Il tempo divora, la memoria genera. Solo nel loro abbraccio l’uomo riconosce sé stesso e il mondo ritrova la sua eternità.


Nota di Redazione

Il racconto immaginario è tratto dall’ultimo libro di Lucia Ferrigno, “Vibrazioni di luce“, edito da CTL Livorno e disponibile su Amazon. Il volume verrà presentato a Minori il 7 settembre dal direttore di Incostieraamalfitana.it Alfonso Bottone, insieme all’altro libro autobiografico di Lucia, “Le onde del silenzio” (anch’esso pubblicato da CTL Livorno). Disponibili su Amazon.

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