Un viaggio tra musica e filosofia, dove suoni e pensiero si fondono in un’unica armonia. Da Platone a Nietzsche, la musica emerge come linguaggio dell’anima e via privilegiata per comprendere l’essenza più profonda dell’esistenza.
Musica e filosofia_ “La musica mi appare come l’araba fenice, che, leggera e ardita, s’innalza a volo… e con lo slancio delle ali rallegra gli dèi e gli uomini… ora l’arte dei suoni è per me proprio come il simbolo della nostra vita: una commovente breve gioia, che s’alza e s’inabissa, non si sa perché; un’isola piccola, lieta, verde, con splendore di sole, con canti e suoni…” — Wackenroder
Perfetta è la simbiosi tra musica e filosofia: armonia di suoni e di parole; accordo tra immaginazione e ragione, fantasia e riflessione, intuizione e pensiero, note ancestrali e potenze dell’anima.
La musica è ciò che Schopenhauer definiva “metafisica dei suoni”: una via di accesso alle radici più profonde dell’essere, al di là della fenomenicità e dell’apparenza delle cose. Così anche Wagner, che vedeva nella musica l’arte rivelatrice dell’essenza intima e segreta del mondo.
Socrate, nel celebre dialogo platonico Fedone, racconta di aver sognato e di essersi reso conto che non esiste disparità tra musica e filosofia. Egli, pur avendo sempre praticato la filosofia, aveva di fatto coltivato la musica, perché la filosofia è la forma più alta di musica. Non è forse vero che i Greci, con il termine μουσική (mousikḗ), facevano riferimento a ogni attività ispirata dalle Muse? Anche la scienza, le lettere e la stessa filosofia, oltre all’arte dei suoni, rientravano in tale definizione. L’arte speculativa era, per Platone, la più eccellente delle musiche.
La musica, forma di cultura raffinata ed elegante, aveva per Musa Euterpe — etimologicamente “colei che rallegra” — raffigurata con un aulos (flauto, strumento a fiato). Ad essa si attribuiva una funzione formativa ed educativa: l’“accordo del molteplice nell’uno”, norma di bellezza e di ordine interiore. All’arte dei suoni si univa anche la danza, così da garantire equilibrio tra attività fisica e psichica.
La musica si qualifica innanzitutto come fatto umano, poiché essa, come l’arte in generale, è manifestazione del sentimento e riflesso della vita spirituale, non riducibile ai suoni della natura infraumana. È la più immateriale tra le arti, espressione di una cultura elevata, così come era intesa nel mondo greco.
Per Sant’Agostino è scientia bene modulandi, tramite la quale è concesso all’uomo, per via analogica, di conoscere l’armonia del governo divino.
Per Vico è lingua poetica dai caratteri divini ed eroici (Scienza nuova); per i romantici è via d’accesso alla realtà e all’Assoluto. Il musicista diventa sacerdote e profeta, rapito in un orizzonte mistico in cui ascolta la voce dell’Assoluto — trascendente o immanente — traducendola nel linguaggio sonoro del sentimento.
Wagner fece propria questa concezione della musica come arte capace di esprimere sentimenti e passioni; ad essa si ispirò anche il giovane Nietzsche, almeno fino alla rottura con il musicista, quando il filosofo riconobbe nella musica wagneriana una deriva verso il cristianesimo e lo spirito della rinuncia, in contrasto con la forza vitale e dionisiaca dell’esistenza.
Se la musica può vantare connotati filosofici, la filosofia, a sua volta, si declina come musica — come osservava Socrate.
Il musicista non è altri che il filosofo: il suo linguaggio in note è anche pensiero e riflessione. Non si limita al fenomeno, come accade nella scienza o nel senso comune, ma costruisce, attraverso un linguaggio razionale e sensibile insieme, una prospettiva di attesa, di utopia, di speranza.
Marsilio Ficino, nel Commento al Convito di Platone, affermava che l’amore è maestro di tutte le arti e quindi anche della musica.
Alla musica sono state attribuite numerose definizioni filosofiche, che testimoniano il nesso profondo tra queste due attività, entrambe espressioni elevate della vita dello spirito. L’arte dei suoni si configura come rivelazione di una realtà superiore: una concezione che assume accenti metafisici e teologici.
La musica diviene così scienza privilegiata, avente per strumento il sentimento e per oggetto una realtà suprema — che sia la Ragione assoluta dell’Idealismo romantico o la Volontà di vivere di Schopenhauer.
Plotino riconosceva alla musica una forza di incantazione, senza negarne la dimensione intellegibile: come ogni arte, essa conduce oltre la natura, verso una bellezza superiore, attraverso la quale l’anima si eleva e si fa simile al divino (Enneadi).
I Pitagorici ne individuarono la struttura matematica, collegandola al significato misterioso del numero e riconoscendone il valore metafisico ed etico-religioso. La musica era per loro scienza dell’armonia, ordine divino e struttura razionale del cosmo.
Il suono coinvolge emotivamente, ma attraverso l’ascolto induce anche alla riflessione su noi stessi. Si pensi a quanto affermava Heidegger sull’ascolto come modalità privilegiata per disporsi alla rivelazione — ἀλήθεια (alḗtheia), cioè lo svelamento — dell’essere attraverso il linguaggio, che è innanzitutto poetico.
E ogni arte, nella sua essenza, è poesia. Come la musica.
Alla musica va anche il merito di aver conferito alla ricerca razionale della filosofia leggerezza e magia. L’inquietudine esistenziale si placa quando l’ascoltatore, liberandosi dagli affanni quotidiani, sperimenta una forma di infinito e, come scrisse ancora Wackenroder, “la rombante ruota del tempo si arrestò”.
In qualunque modo la si voglia definire — rivelazione metafisica, gioco di sensazioni (Kant), arabesco sonoro (Hanslick), espressione del sentimento o sistema di tecniche — resta innegabile il legame profondo, riconosciuto fin dall’antichità, tra musica e filosofia.
La musica è la filosofia silenziosa dell’anima, che traduce in suoni le domande eterne dell’esistenza.
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