La genesi tragica del Teatro Costanzi: storia e segreti

La storia del Teatro Costanzi di Roma è segnata dalla visione grandiosa e dalle peripezie finanziarie del suo fondatore, Domenico Costanzi. Noto oggi come Teatro dell’Opera, l’edificio ha attraversato fallimenti, scetticismo cittadino, restauri illustri come quello di Marcello Piacentini e decenni di successi lirici internazionali, rimanendo uno dei simboli culturali e architettonici più importanti della capitale.

La vasta mole che costituisce il massimo teatro lirico di Roma — tra i più importanti d’Italia e del mondo — si deve a Domenico Costanzi. Uomo intelligente ed estremamente attivo, Costanzi giunse a Roma intorno al 1870 da Nocera Umbra, dopo aver lavorato come costruttore e uomo d’affari a Milano e in altre città dell’Italia settentrionale.

Ritratto d epoca di Domenico Costanzi, fondatore del Teatro Costanzi oggi Teatro dell Opera di Roma

Domenico Costanzi (1819–1898), il fondatore che consacrò la sua vita e il suo patrimonio alla nascita del teatro.

A Roma avviò diverse costruzioni nei quartieri Quirinale e Viminale, che all’epoca sembravano destinati a un futuro prospero e sicuro grazie alla recente realizzazione della grande stazione Termini e alla sistemazione delle grandi arterie di via Cavour e via Nazionale.

In questa stessa zona, Costanzi costruì anche la propria abitazione. Si tratta precisamente dell’edificio che ancora oggi si nota tra via Urbana e via Agostino Depretis, su cui si legge l’iscrizione:

«NVNC LICET ESQVILIIS HABITARE SALVBRIBVS». «Ora è lecito abitare sull‘Esquilino tornato salubre».

Si dedicò poi all’industria alberghiera, dapprima aprendo una piccola pensione in via del Babuino, in seguito ristrutturando l’albergo Roma (che sorgeva dove oggi si trova il «Plaza») e successivamente ampliando e gestendo per un certo periodo l’Albergo di Russia. Tuttavia, tra le sue imprese più importanti si ricorda l’albergo che da lui prese il nome, situato in via Nicolò da Tolentino.

L’albergo Costanzi visse un periodo di grande splendore, essendo considerato all’epoca una struttura di prim’ordine, soprattutto se paragonato alle modeste locande che pullulavano nella vecchia Roma.

Forse Domenico avrebbe desiderato perpetuare il proprio nome con questo edificio; tuttavia, presentatasi una buona occasione, vendette lo stabile ai Gesuiti, che vi trasferirono il Collegio Germanico, noto popolarmente come quello dei «gamberi cotti».

Se da un lato sembrava che con questa vendita avesse abbandonato le proprie ambizioni, accontentandosi del buon affare concluso, a un certo punto fu nuovamente colto da uno scatto di orgoglio. Avvertì così, ancora più fortemente, la necessità di costruire qualcosa che restasse a testimoniare la sua attività e il suo non comune ingegno. Decise quindi di erigere un grande teatro su un terreno di sua proprietà.

Studiò con passione l’architettura teatrale e quella dei grandi auditorium, rivolgendosi a vari tecnici. Tra questi vi fu l’ingegner Giuseppe Partini, suo amico fedelissimo e compagno di lavoro, che aveva già redatto i progetti degli alberghi Costanzi e Quirinale; Partini, tuttavia, non poté presentare il progetto definitivo a causa di problemi di salute che lo portarono prematuramente alla morte.

Il piano fu dunque portato a termine dall’architetto Achille Sfondrini, un altro noto e stimato progettista dell’epoca.

In base a un primo preventivo calcolato sui prezzi dell’epoca, il nuovo teatro Costanzi — che in origine non doveva essere altro che un grande politeama — sarebbe dovuto costare 500.000 lire: una cifra enorme per quei tempi, ma che Domenico Costanzi poteva ampiamente permettersi di sostenere con le proprie risorse.

Avviati i lavori nel 1876, il progetto iniziale venne immediatamente accantonato per essere sostituito con un altro, notevolmente più ampio. La mania, ormai dilagante, di realizzare un’opera imponente che onorasse ed eternasse il nome del suo ideatore e costruttore — e che fosse al contempo degna della nuova capitale del Regno d’Italia — portò al Costanzi dolorose conseguenze.

Prima delusione! A causa del nuovo impianto, il mezzo milione preventivato non bastò nemmeno a completare l’ossatura dell’edificio. Per farla breve, il consuntivo finale dell’opera risultò essere circa sette volte superiore al previsto. La costruzione, di conseguenza, fu sospesa dopo il primo anno di lavoro.

Il Costanzi, fermo nel proposito di portare a termine quello che ormai era diventato il suo sogno, iniziò a chiedere finanziamenti a banche e privati, indebitandosi pesantemente e vendendo ogni altro bene in suo possesso pur di non far arenare i cantieri. Si dice che, pur di andare avanti, un giorno arrivò persino a vendere la propria carrozza con il cavallo.

A distanza di circa un anno dalla prima interruzione rimase di nuovo privo di mezzi, arrivando a una nuova sospensione. Si appellò quindi alla nobiltà e al patriziato romano affinché accogliessero la proposta di acquisto dei palchi, ma l’offerta fu accolta con freddezza. I romani dell’epoca erano restii all’idea di abbandonare i teatri abituali — Apollo, Argentina e Valle — situati vicino ai loro palazzi, e liquidavano la nuova struttura definendola «un teatrone fuori mano».

L’aiuto dei sottoscrittori dei palchi servì a poco. Passarono gli anni e i lavori proseguivano a rilento sia per la mancanza di fondi, sia per la diffidenza della cittadinanza — motivo per cui anche i vertici del Comune si disinteressarono completamente dell’iniziativa.

Fu così che il povero Domenico Costanzi, nel giro di pochi anni, impoverito ed esausto — anche a causa della richiesta di fallimento presentata al Tribunale di Roma da alcuni creditori — vide quasi tramontare il suo sogno. Tuttavia, il suo ingegno e la sua forza di volontà erano destinati a trionfare.

Inaspettatamente, infatti, la benemerita Cassa di Risparmio si offrì di garantire il completamento dell’impresa, ritenendo (naturalmente) che, con lo sviluppo futuro di Roma, il teatro avrebbe potuto rappresentare un buon affare.

Dopo circa quattro anni di stenti, la sera del 27 novembre 1880 il teatro Costanzi venne finalmente inaugurato alla presenza dei Reali, con la Semiramide di Rossini. In questo Teatro sono andate in scena due prime assolute rimaste nella storia: Cavalleria rusticana il 17 maggio 1890 e Tosca di Puccini il 14 gennaio 1900. Tuttavia, il successo artistico non bastò a salvare le finanze di Costanzi…

Facciata originaria di fine Ottocento del Teatro Costanzi a Roma prima dei restauri
La facciata originaria del vecchio Teatro Costanzi a fine Ottocento, prima dei successivi restauri e della trasformazione in Teatro dell’Opera

Sembrava che la battaglia fosse ormai vinta e che il nuovo teatro potesse finalmente funzionare a pieno ritmo, accumulando successi e incassi. Purtroppo non fu così, e l’agonia dei primi anni di gestione si rivelò ancora più penosa.

Fatta eccezione per rare e fortunate gestioni, le compagnie scritturate per un determinato periodo si vedevano costrette, a metà contratto, a sospendere le rappresentazioni per mancanza di pubblico e di incassi. Si ripeteva insistentemente che il Costanzi fosse solo un «teatrone» o un «teatraccio», scomodo e fuori mano.

In quegli stessi anni imperversava la terribile crisi edilizia e commerciale romana; essendo tutto bloccato, ogni lodevole iniziativa veniva automaticamente soffocata.

Fu solo nel 1890 che il teatro Costanzi riprese un po’ di vita e ricominciò a migliorare la propria attività artistica e finanziaria, soprattutto grazie all’ingaggio di un nuovo e valente direttore: Vincenzo Morichini.

Quando nel 1888 venne demolito il teatro di Tor di Nona, si sperò in una ripresa del Costanzi, ipotizzando che potesse almeno diventare il teatro comunale. Il tentativo fu fatto, ma venne subito bloccato dalle proteste sollevatesi da ogni parte del pubblico e in particolare dagli abbonati alla stagione lirica. Fu così che l’ambita nomina spettò al teatro Argentina.

Tuttavia, dopo soli due anni dal passaggio della grande stagione lirica romana dall’Apollo all’Argentina, quest’ultimo iniziò a rivelarsi insufficiente. Per placare le ire dei più turbolenti si disse allora che la stagione, a titolo di prova, sarebbe stata trasferita al Costanzi. Si trattò di una scelta saggia, anche perché il pubblico — che costituiva la struttura portante della nuova vita artistica e sociale italiana — cominciava a frequentare gli spettacoli e ne aveva pieno diritto. Il buon senso prevalse sulle proteste degli intransigenti e il Costanzi, dopo tante tragiche vicende, divenne e rimase definitivamente il teatro ufficiale dell’Urbe. I segni della scarsità di mezzi e della penosa attesa per completare l’opera del povero Domenico Costanzi rimasero visibili fino a dopo la guerra, ossia fino all’epoca della ricostruzione.

Al teatro mancava l’ultimo ordine di palchi, omesso per risparmiare e per velocizzarne l’apertura; i magazzini erano insufficienti, così come gli impianti termici, la soffitta e i macchinari per i movimenti scenici. Di queste carenze si fece carico Marcello Piacentini, a cui fu affidato il non facile compito di restaurare, rinnovare e, per così dire, completare il vecchio teatro Costanzi.

La nuova attrezzatura risultò idonea in ogni sua parte, eccezione fatta per la facciata principale sul lato della piazza. Per essa esiste un bellissimo bozzetto, sempre del Piacentini, che non si sa per quale ragione non venne mai realizzato, probabilmente per mancanza di tempo e di denaro.

La rinascita del Costanzi si deve a Filippo Cremonesi, all’epoca governatore, che riscattò il teatro acquistando il pacchetto azionario di maggioranza della società che lo gestiva e trasferendolo al Governatorato di Roma.

Successivamente, sotto il governatorato del principe Spada Potenziani, il Costanzi fu inaugurato solennemente in una veste completamente rinnovata.

Nel 1958–1960 — anche in vista delle Olimpiadi — Marcello Piacentini riprese in mano l’edificio, adottando questa volta un linguaggio modernista e realizzando la facciata che vediamo oggi, insieme ai nuovi foyer, allo scalone e agli ambienti di servizio.

Facciata del Teatro Costanzi oggi Teatro dell Opera di Roma ristrutturato da Marcello Piacentini
Il Teatro dell’Opera di Roma, con la facciata realizzata da Marcello Piacentini tra il 1958 e il 1960.

Con l’avvento della Repubblica e l’acquisizione dell’attuale denominazione di “Teatro dell’Opera”, l’edificio subì nel 1958, per volontà dell’Amministrazione Comunale, un ulteriore intervento di ristrutturazione e ammodernamento.

Nel corso di oltre un secolo di vita, il Teatro dell’Opera ha visto crescere costantemente il proprio prestigio anche a livello internazionale.

Nelle sue numerose stagioni si sono avvicendati interpreti di fama mondiale: da Caruso a Gigli, Šaljapin, Pertile, Lauri Volpi, dalla Muzio alla Caniglia, Maria Callas, Renata Tebaldi, Montserrat Caballé, Marilyn Horne, Raina Kabaivanska; da Del Monaco a Corelli, Giuseppe Di Stefano, Tito Gobbi, Alfredo Kraus fino a Raimondi, Carreras, Domingo e Pavarotti.

E direttori illustri quali Erich Kleiber, Klemperer, Toscanini, De Sabata, Marinuzzi, Gui, Serafin, Von Karajan, Gavazzeni, Solti, Abbado, Prêtre, Mehta, Maazel, Rostropovič, Patanè, Sinopoli, Sawallisch, Sanzogno, Gelmetti e, dal 2008, il Maestro Riccardo Muti.

Ma del povero Domenico Costanzi, che sacrificò l’intero patrimonio per quest’opera davvero imponente — rimasta e destinata a rimanere a onore e decoro di Roma — non resta neppure un modesto ricordo, al punto che ormai pochi romani lo conoscono ancora come “il Costanzi”, mentre per tutti è semplicemente “il Teatro dell’Opera”.

Un’opera così pervicacemente voluta e portata avanti superando quante difficoltà e amarezze meriterebbe una maggiore tutela della memoria del suo autore.

La vecchia targa sul boccascena che recava la scritta “D. Costanzi” potrebbe essere ricollocata in un punto qualsiasi della sala, evitando così che il suo nome cada nel totale oblio.

Sarebbe un atto di doverosa giustizia.

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Trilussa Uno De Noantri

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