Una discesa tra folklore rurale, nastri e synth vintage. Retroscena e curiosità su Requiem for a Village, l’album di Steven Wilson nei negozi dal 6 novembre 2026.
L’eresia analogica del villaggio globale si manifesta con una forza inaspettata dentro Requiem for a Village, l’ultimo capitolo discografico di Steven Wilson pubblicato il 6 novembre 2026 da Fiction Records. Dopo aver esplorato l’immensità cosmica nel suo percorso precedente, il musicista e produttore britannico ha compiuto un’inversione di rotta radicale, riducendo il campo visivo a dimensioni quasi microscopiche per creare un’opera dalle fortissime sfumature psichedeliche e folk horror che esplora l’alienazione, il folklore locale e il crollo della curiosità umana nell’epoca dell’algoritmo globale. La critica ha salutato il lavoro come un vero e proprio film da ascoltare, un concept album orchestrato attorno all’illusorio idillio di una piccola comunità rurale che di giorno appare bucolica e accogliente, per poi trasformarsi dopo mezzanotte in un teatro inquietante di ombre, segreti e tradizioni pagane.
Dal punto di vista produttivo, Wilson compie una vera e propria sfida alla modernità tecnica. Pur essendo da sempre riconosciuto come un maestro assoluto dell’alta fedeltà e dei remix in suono surround, per questo progetto ha scelto di rifiutare la pulizia asettica e i software di correzione digitale, lavorando quasi esclusivamente con sintetizzatori analogici e registrazioni su nastro magnetico. Spiegando questa scelta stilistica, Wilson ha dichiarato che voleva che il disco respirasse e mostrasse le sue cicatrici, sottolineando come oggi la musica soffra di una perfezione artificiale in cui tutto è quantizzato e corretto, mentre l’uso del nastro analogico e delle macchine d’epoca ha permesso di catturare l’impronta digitale dell’errore umano e quel calore ruvido che nessuna intelligenza artificiale potrà mai replicare. Il risultato lascia volutamente nel mix lievi sbavature ritmiche, rumori di dita sulle corde e risonanze imperfette che restituiscono autenticità fisica al suono.
La genesi dell’album è ricca di dettagli affascinanti, a partire dall’ispirazione iniziale scaturita dal ritrovamento di un oscurissimo film britannico del 1975 scoperto negli archivi del British Film Institute, incentrato proprio sul modo in cui l’industrializzazione stava cancellando le tradizioni locali. Per dare voce al racconto e interpretare le parti parlate del disco, Wilson si è affidato al celebre attore scozzese David Tennant, contattato quasi per caso dopo che il musicista si era ricordato di una vecchia fotografia in cui l’attore indossava la maglietta della sua storica band, i Porcupine Tree. A coronare la narrazione si aggiunge la collaborazione ai testi con Andy Partridge, leggendario leader degli XTC, che ha contribuito a tratteggiare i profili degli eccentrici abitanti di questo villaggio immaginario attingendo al folklore più profondo e ai ricordi della provincia inglese. Il risultato finale è stato accolto come uno dei capitoli più viscerali e coraggiosi della sua carriera solista, in grado di far convivere melodie nostalgiche ed esplosioni progressive per confermare Wilson come uno dei più acuti e visionari cronisti dei chiaroscuri della nostra epoca.
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