Intervista al Criminologo Marco Prosperi. Bullismo e Cyberbullismo

In questa intervista il criminologo Marco Prosperi, Sottufficiale dei Carabinieri in quiescenza con oltre 40 anni di esperienza nell’Arma e oggi presidente della neonata associazione di promozione sociale ASTREA (attiva a Civita Castellana e zone limitrofe per il contrasto ad abusi e violenze), descrive il bullismo e il cyberbullismo. Fenomeni di devianza tra i giovani in continua evoluzione che richiedono prevenzione, consapevolezza e rete sul territorio.

L’abbiamo raggiunto in videoconferenza per approfondire le radici di questi fenomeni e capire come proteggere i più giovani sia online sia offline. Senta Dr. Prosperi, lei ha alle spalle una lunga carriera investigativa nell’Arma dei Carabinieri e oggi mette la sua esperienza al servizio della comunità come criminologo e presidente dell’APS Astrea. Come si integrano queste due anime?

«Si integrano perfettamente. Durante la mia carriera ho avuto la fortuna e l’onore di lavorare per ben 11 anni, come ufficiale di p.g., (polizia giudiziaria) a fianco di due Pubblici Ministeri della Capitale, i quali si occupavano principalmente dei reati di violenza. Quell’esperienza prolungata a fianco dei magistrati, a stretto contatto con il dolore delle vittime e la complessità delle indagini sui reati relazionali, ha segnato profondamente la mia visione. Mi ha insegnato a leggere i dettagli sommersi della violenza, sia fisica sia psicologica. Successivamente, gli studi criminologici hanno arricchito questa visione e oggi, come criminologo, applico esattamente quella stessa forma mentis analitica e investigativa, ma con una finalità diversa: non più per intervenire a fatto compiuto, ma con l’intento di fare prevenzione sia primaria sia secondaria. La differenza tra le due è che la prima agisce in un intero contesto sociale e di aggregazione giovanile, come ad esempio la scuola, rivolgendosi alla massa sana anche se non si è manifestato il fenomeno, con lo scopo di creare una fortificazione culturale e ambientale nel caso il bullismo si manifestasse, mentre la prevenzione secondaria interviene in modo mirato sui soggetti a rischio sin dalle primissime manifestazioni della devianza, inibendo la sua evoluzione. Ritengo che per fare una prevenzione secondaria efficace sia necessario saper “leggere i dettagli sommersi”, ovvero riconoscere quei micro-comportamenti, quei mutamenti psicologici o quelle dinamiche di gruppo che a un occhio non allenato potrebbero sembrare semplici “ragazzate”, ma che in realtà manifestano chiari indicatori di rischio».

Dr. Prosperi, prima di addentrarci nelle insidie del web, può spiegare quali sono le caratteristiche del bullismo tradizionale, quello che si consuma di persona per intenderci, e quali sono i pilastri che lo definiscono?

«Il bullismo ovviamente non è nato con internet. In effetti, le radici del fenomeno sono antiche quanto l’uomo. Tuttavia, il termine bullismo fu coniato dallo psicologo e docente universitario svedese Dan Olweus, considerato il primo grande studioso della devianza in argomento, poiché egli fu il vero iniziatore degli studi sistematici sul bullismo scolastico a livello mondiale (anche se una parte della letteratura afferma che il primo studioso fu Paul Heinemann, il quale scrisse – nel 1972 – l’opera Mobbing. Gruppvald Bland Barn Och Vuxna, evidenziando la sua visione del fenomeno come una violenza collettiva esercitata da un gruppo nei confronti di un singolo individuo). Lo psicologo svedese nelle sue ricerche, compiute a partire dagli anni ’70 e protratte fino agli anni ’90, tolse al bullismo l’etichetta di semplice “ragazzata” dandogli una dignità scientifica. Olweus, dalla sua continua ricerca, riuscì a codificare il bullismo tradizionale basandosi su tre aspetti fondamentali: l’intenzionalità, ossia quando il comportamento aggressivo viene messo in atto volontariamente, con lo scopo di far male o comunque di arrecare un danno alla vittima; l’asimmetria di potere, cioè quando vi è uno squilibrio di forza o di potere tra bullo e vittima, quindi quest’ultima si trova in una condizione di vulnerabilità ed ha difficoltà a difendersi; la persistenza nel tempo, ossia quando le azioni aggressive non sono episodi isolati o occasionali, ma vengono ripetute con continuità nel corso del tempo, creando una dinamica persecutoria. Lo studioso svedese ha poi suddiviso le manifestazioni del fenomeno in due forme principali: bullismo diretto e bullismo indiretto. Il primo è riferito ad attacchi aperti, faccia a faccia, che a sua volta si divide in attacco fisico, come picchiare oppure danneggiare oggetti appartenenti alla vittima e in attacco verbale, ad esempio rivolgendo nei confronti della vittima insulti, minacce o frasi razziste o comunque discriminatorie. Il bullismo indiretto, invece, lo si pone in atto mediante una forma più sottile, subdola, poiché agisce alle spalle della vittima mediante l’isolamento dal gruppo, la diffusione di pettegolezzi, minando le relazioni amicali della vittima. In entrambe le manifestazioni di bullismo i danni per le vittime, a livello psico-fisico, possono essere devastanti. Tuttavia non ci si può esimere dal porre l’accento sul fatto che il fenomeno non è un problema a due, tra bullo e vittima, ma deve essere esaminato come un fenomeno di gruppo, poiché sono coloro che presenziano agli episodi persecutori i soggetti in grado di alimentare o, al contrario, contrastare il fenomeno, a seconda se rimangono spettatori inattivi o se invece intervengono attivamente per far cessare il bullismo. Personalmente, per quella che è la mia esperienza ultraquarantennale a contatto con le devianze, condivido pienamente le teorie di Dan Olweus e attraverso l’APS che presiedo, in sinergia con i nostri psicologi/psicoterapeuti, vorrei seguire la sua metodologia, anche se oggigiorno una parte della letteratura la ritiene incompleta per via dei nuovi scenari digitali e relazionali. Ad ogni modo, da un’esegesi criminologica (più propriamente di criminogenesi, riguardando la genesi di un comportamento) del fenomeno è possibile ipotizzare che i comportamenti di violenza e prevaricazione del bullo trovano le sue radici nei modelli educativi genitoriali, sia se essi siano eccessivamente severi sia che siano troppo permissivi, poiché gli stili educativi svolgono un ruolo importante nello sviluppo di un modello reattivo aggressivo e non sono indipendenti dalle relazioni tra adulti in famiglia. Le diverse ricerche permettono di affermare che, a livello individuale, alcuni fattori possono risultare cruciali, poiché l’uso di metodi non coercitivi promuovono lo sviluppo di bambini equilibrati e indipendenti. Quando i ragazzi diventano adolescenti è necessario che i genitori supervisionino efficacemente le loro attività, senza per questo essere troppo invasivi, poiché la maggior parte delle condotte inadeguate, incluso il bullismo, tendono a manifestarsi quando i genitori non sono a conoscenza di ciò che fanno i figli o quando vi è l’assenza di una figura adulta al loro fianco».

Dr. Prosperi, lei ha appena accennato allo sviluppo di un “modello reattivo aggressivo”. Dal punto di vista criminologico o se preferisce della criminogenesi, potrebbe spiegarci esattamente in cosa consiste questa dinamica e come si manifesta nei ragazzi?

«Certamente. Nella letteratura scientifica il modello reattivo-aggressivo identifica una modalità di interazione con l’ambiente caratterizzata da impulsi violenti, rabbia immediata e un profondo deficit di autocontrollo emotivo. A differenza dell’aggressività proattiva, dove il bullo pianifica la prevaricazione a tavolino per ottenere potere o benefici sociali, l’aggressività reattiva è una risposta difensiva e ostile a una frustrazione o a una minaccia percepita. La differenza fondamentale, quindi, risiede nelle motivazioni, strutturate principalmente su tre livelli: il primo riguarda la distorsione cognitiva, quando i giovani hanno un’alterata interpretazione degli stimoli sociali, percependo come provocazione intenzionale o attacco diretto anche comportamenti altrui del tutto neutrali o involontari (come sguardi prolungati in corridoio a scuola o piuttosto un contatto involontario nella calca), rispondendo ad essi con violenza, ritenendola, nella loro mente, legittima; il secondo livello di questa struttura riguarda l’apprendimento familiare e la mancanza di limiti, la cui criminogenesi risiede nel nucleo familiare, poiché se un bambino cresce in un contesto iper-coercitivo dove le relazioni tra adulti sono regolate da urla o violenze fisiche, apprende per imitazione che la forza è l’unico mezzo per rispondere alle frustrazioni, mentre un contesto iper-permissivo, privo di sanzioni o di confini chiari, potrebbe impedire al minore di sviluppare i normali freni inibitori; l’ultimo livello riguarda il circuito bullo-vittima, il cui modello definisce la figura della vittima provocatrice. Riguarda soggetti ansiosi e insicuri che, di fronte ai primi scherni del gruppo, reagiscono con scatti d’ira incontrollati o comportamenti irritanti. Questa reattività esasperata, purtroppo, alimenta il fenomeno, trasformandoli nel bersaglio perfetto per i bulli proattivi, cronicizzando la loro condizione di emarginazione. Riconoscere precocemente questo specifico modello reattivo rientra in quella prevenzione secondaria di cui parlavo all’inizio dell’intervista, cioè intervenire prima che questa reattività si cristallizzi in tratti strutturali della personalità o, peggio, venga trasferita online attraverso il cyberbullismo».

Parlando proprio dei nuovi scenari digitali, cosa ne pensa del fenomeno ormai correlato al bullismo tradizionale, cioè il cyberbullismo?

«Per quanto concerne il cyberbullismo ha fatto bene a considerarlo correlato al bullismo tradizionale, poiché esso è la trasposizione digitale di quest’ultimo. Sarebbe un errore considerarlo un fenomeno a sé stante, poiché la rete può facilmente diventare il nuovo teatro della devianza giovanile, presso il quale i tradizionali schemi del bullismo vengono amplificati a dismisura, fuori dai vincoli dello spazio e del tempo. Vede, se da una parte il cyberspazio offre opportunità sociali, di lavoro o semplicemente di interazione tra coloro che navigano nel web, dall’altra senza un’adeguata alfabetizzazione digitale possono nascondersi insidie pericolose. In questo modo, dietro la tastiera di un computer o di uno smartphone, soggetti inclini al ludibrio altrui portano alla luce il loro Sé, percependo quel senso di impunità e di libertà che l’infinito del web può (falsamente) trasmettere. Sottolineo, però, che nel mondo digitale qualsiasi operazione venga eseguita lascia una traccia, la quale può consentire alle autorità l’identificazione di coloro che ne fanno un uso indebito, con conseguenze penali e civili. Quindi non occorre demonizzare lo strumento digitale, ma educare le nuove generazioni alla consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze a cui si va incontro sia nel mondo virtuale sia in quello reale, creando una cultura della responsabilità digitale e dell’empatia interpersonale. Come ho prima accennato, il lavoro sinergico tra le istituzioni, le associazioni del terzo settore che si occupano del fenomeno e le famiglie, rientra in quella che viene definita prevenzione primaria, poiché tale attività non si rivolge solo al cyber-bullo o alla cyber-vittima, ma a tutti coloro i quali navigano nel web. Tuttavia, analizzando i punti cruciali del cyberbullismo possiamo affermare che esso è un fenomeno con regole proprie, sintetizzabili in quattro fattori criminogeni (in parte già accennati): il primo riguarda la disinibizione e l’anonimato, poiché il cyberbullo può avere la percezione di essere invisibile tramite il display dello smartphone o profili falsi e ciò abbatte i freni inibitori e l’empatia, senza curarsi del dolore che imprime alla vittima; il secondo fattore attiene l’assenza di confini spaziali e temporali, con la conseguenza che il fenomeno non consente alla vittima di sentirsi sicuro neanche all’interno delle proprie mura domestiche; il terzo fattore, forse il più devastante per la vittima, è quello della permanenza e della viralità sul web, poiché video o foto umilianti possono essere replicati all’infinito in una platea indefinibile di persone, come una sorta di gogna pubblica indelebile; il quarto e ultimo fattore riguarda la frammentazione della responsabilità del gruppo, cioè quel meccanismo che, agendo sulla coscienza del singolo, aziona una sorta di scudo psicologico collettivo in grado di ridurre il senso di colpa. Questi quattro fattori criminogeni comportano la de-umanizzazione della vittima e l’azzeramento totale dell’empatia nei confronti della stessa».

Un’ultima domanda, Dr. Prosperi, di fronte a questa continua evoluzione della devianza giovanile, qual è il primo passo concreto che genitori, insegnanti e la comunità del terzo settore possono fare oggi stesso?

«Ritengo che il primo passo fondamentale sia rompere l’isolamento e fare rete. Gli adulti non devono avere paura di monitorare la vita digitale dei figli, ma devono farlo con l’intento di guidarli, non di spiarli. Scuola e famiglia non possono più viaggiare su binari paralleli, occorre creare una concreta sinergia tra tutte le forze impiegate al contrasto del fenomeno, ovviamente comprese le associazioni del terzo settore, le quali vogliono essere un punto di riferimento sul territorio, un ponte tra le istituzioni e i cittadini, offrendo ascolto, supporto psicoterapeutico e competenze criminologiche per aiutare le famiglie a decifrare quei “dettagli sommersi” di cui parlavamo prima. Nessuno deve essere lasciato solo di fronte alla violenza, sia essa fisica, psicologica o virtuale. La prevenzione culturale si fa insieme, passo dopo passo. Rivolgendomi invece a chi subisce bullismo e cyberbullismo voglio dire con fermezza: “ragazzi non è colpa vostra, vorrei che non vi sentiste soli, perché lo schermo dietro il quale si nascondono i bulli non è un muro insormontabile. Insieme ce la faremo, ne sono convinto. Parlatene subito con un adulto di riferimento, con i genitori, con gli insegnanti o contattate le associazioni che si occupano di aiutarvi. Non abbiate paura, poiché nessuno vi giudica. Siamo qui per aiutarvi”. Mentre a coloro che guardano in silenzio ricordo che l’indifferenza alimenta il bullo, quindi posso dire loro: “non siate spettatori passivi, tendete una mano al compagno o alla compagna in difficoltà, segnalare gli atti di bullismo non significa fare la spia, ma aiutare una persona vulnerabile e questo aiuto a volte può salvare una vita. La tecnologia serve a farci vivere meglio, non a de-umanizzarci”. A questo punto credo che la collettività debba porsi una domanda: ma facciamo davvero il possibile per arginare il fenomeno del bullismo/cyberbullismo? Quando dico “il possibile” non mi riferisco a qualcosa di aleatorio o a progetti una tantum sul bullismo, ma a degli investimenti strutturati, con una postura quotidiana in grado di formare gli adulti a riconoscere la sofferenza prima che essa diventi tragedia, smettendo di considerare il digitale come un parco giochi senza regole. In realtà le regole ci sono, come la legge 71/2017, che offre strumenti di tutela e prevenzione importanti. Essa è la prima normativa in Italia incentrata sulla prevenzione e sul contrasto del cyberbullismo a tutela dei minori, fornendo la definizione giuridica del fenomeno stesso: è una qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, furto d’identità o denigrazione compiuta per via telematica ai danni di un minorenne, con lo scopo intenzionale di isolarlo o metterlo in ridicolo. Questa legge fornisce anche il diritto all’oblio digitale, cioè la rimozione, il blocco o l’oscuramento dei contenuti offensivi pubblicati sul web, richiedendolo direttamente al gestore del sito o del social network. Quest’ultimo deve provvedere entro 48 ore e in caso di mancata risposta o di rifiuto, la vittima maggiore degli anni quattordici o l’esercente della responsabilità genitoriale può rivolgersi direttamente al Garante per la protezione dei dati personali, il quale a sua volta provvederà nelle 48 ore successive. La citata legge pone in evidenza la centralità della scuola, poiché ogni istituto deve: individuare un docente referente per coordinare le iniziative contro il fenomeno, attuare programmi di educazione all’uso consapevole di internet e dei social media, avvisare immediatamente i genitori in caso di episodi accertati, avviando percorsi di supporto per le vittime e di rieducazione per i responsabili. Da ultimo ritengo sia rilevante evidenziare la novità introdotta dalla legge 71/2017, ossia la misura amministrativa dell’ammonimento del Questore. Esso è uno strumento di “avvertimento” fondamentale per i minori tra i 14 e i 18 anni grazie al quale, prima che si arrivi a una vera e propria querela penale, il Questore può convocare il cyberbullo insieme ai genitori per un formale richiamo, per fargli comprendere la gravità delle proprie azioni. Ritengo che sia una deterrenza valida, poiché ha lo scopo di prevenire il reato agendo frontalmente sull’autore della devianza. Mi sento di concludere che spetta a noi adulti animare quelle norme giuridiche con la nostra presenza e la nostra attenzione. Solo così, non lasciando intorno ai bulli il silenzio di una comunità distratta, potremo davvero proteggere il futuro dei nostri giovani».

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