La GASC di Milano riafferma la sua storica missione di dialogo tra arte contemporanea e sacro con la mostra «La via astratta» di Roberto Floreani. Una nuova, naturale tappa nella filosofia espositiva del museo, dove la ricerca formale si fa spazio di trascendenza e meditazione spirituale.
L’arte e il sacro sono quasi sempre stati termini appaiati nella storia dell’arte e dello spirito. Tutt’uno, come espressioni necessarie e indivisibili di una medesima pulsione umana, anzi: transumana. Ma nel senso dantesco, non in quello riconiato nel contemporaneo.
Diciamo «quasi sempre» solo a causa di un distacco recente tra i detti termini. Recente, che però appare come definitivo. E, definitivo, del resto, appare lo stesso scisma in ogni altra espressione contemporanea: nella scienza, nella tecnologia, in primis, ma in tutti gli altri aspetti del costume sociale, per contagio epocale.
Come ogni altra mutazione storica, di quelle che segnano passaggi trasformativi perentori, tracce della condizione preesistente tuttavia restano. Come lacerti di Dna espulsi dalla mutazione, che ancora vagano e vivono nell’organismo mutato. Alcuni esseri umani nascono ancora con il coccige talmente pronunciato che ricorda l’avanzo di una coda. Non sono anomalie genetiche, è genetica nostalgica.
Durante tutta la storia umana conosciuta, da qualche millennio, l’arte si è manifestata come espressione del sacro – superfluo portare esempi: dai graffiti delle grotte di Lascaux alla cappella sistina. E un poco oltre -, fino alle prime avanguardie del ‘900. Poi la mutazione: dall’arte sacra all’arte dissacrante – doloroso portare esempi: dall’oblio per il sacro del realismo e del razionalismo prenovecentesco fino all’abominevole e bestemmiatore «pissing christ» di Andrés Serrano -, in un crescendo legittimato e celebrato. Una anti-celebrazione, diremmo.
Come avanzi di code umane preistoriche si presentano oggi pochissimi luoghi che, nostalgicamente, sfidando ormai la blasfema estetica contemporanea, conservano la memoria dell’arte congiunta al sacro. In Italia, il più ostinato e meritorio luogo dove si perpetua la liturgia di tale congiunzione è il Museo dell’Arte Sacra dei Contemporanei, a Milano Niguarda, in villa Clerici.
L’istituzione, nata nel 1955, resiste perfino alle derive post-conciliari della Chiesa cattolica – dilagate con l’esposizione della Porta dell’Inferno di Auguste Rodin dentro il Vaticano, pochi anni or sono -. Un rifugio, piuttosto che un avamposto, per gli artisti contemporanei che rappresentano il sacro.
La collezione della GASC (anche questo museo merita un acronimo) è stata iniziata e alimentata dal benemerito fondatore, Dandolo Bellini, nel sodalizio con l’allora vescovo di Milano Giovanni Battista Montini, poi Papa Paolo VI. Oggi contiene, custodisce e conserva i maggiori esempi della produzione artistica sacra di alcuni di alcuni fra i massimi artisti contemporanei, tra questi Aldo Carpi, Silvio Consadori, Gerardo Dottori, Luigi Filocamo, Trento Longaretti, Aligi Sassu, Alberto Sughi, Libero Andreotti, Francesco Messina, Kengiro Azuma, Felice Casorati, Giacomo Manzù, Gino Severini, Mario Sironi, Luigi Usellini.
E con questo elenco siamo alla classicità del contemporaneo, a titolo esemplare, per così dire. Ma l’elenco prosegue nell’attualità: l’ultimo, ma senz’altro non ultimo, fra gli autori attivi che offrono una testimonianza notabile dell’arte per il sacro è Roberto Floreani, astrattista di matrice futurista, nientemeno. Con una mostra inaugurata in questi giorni (fino all’8 novembre), dal titolo: «La via astratta».

Dettaglio dell’opera «Soglia del doppio» di Roberto Floreani, protagonista del percorso espositivo «La via astratta»
Anche Floreani recupera, interpreta e analizza il motivo della porta, ma non quella dell’inferno rodiniano. È la «soglia», piuttosto, il tema chiave della ricerca, raffinatissima e attuata con gran studio, dell’artista vicentino. Soglia, in quanto limite valicabile, via di accesso, in entrata e in uscita, tra i territori delle anime.
Il linguaggio è quello di un’astrazione – che se articolata con passione e coscienza avvicina alla spiritualità religiosa, al sacro, anche più e meglio della figurazione – espressa in moduli, tecniche e materiali molteplici, sempre giustificati dall’associazione puntuale che occorre nell’accostamento ai grandi maestri del passato contemporaneo. Floreani appresta il format del quadrato (leit motiv geometrico, ma il repertorio delle forme astratte pure comprende triangoli, rettangoli e ovali) o della cornice ideale, che diventa varco, valico, soglia appunto, dall’esterno e anche verso l’interno, collegamento dei mondi terreni con l’ultraterreno, l’immanente con il trascendente, la materia con lo spirito.
L’attenzione finale dell’artista è tutta rivolta, con minuzioso impegno, a fare parlare la propria opera indistinta, polisemantica, frattalica, ma sempre calibrata geometricamente da una forma pura che apre e libera gli accessi, unica e doppia, e che si innesta nei codici delle altre opere ospitate dalla collezione permanente articolando con esse una lingua universale il cui significato è il particolare comune: è arte sacra in evoluzione e rivelazione continua, l’arte che custodisce e rigenera la collezione di villa Clerici, rifugio dello spirito.
La storia dell’arte sacra, che per tutta la storia dell’arte è stata pressoché l’unico genere, e oggi è un genere da riserva protetta. Ma non in estinzione.
Info evento
La mostra «La via astratta» di Roberto Floreani è allestita presso la GASC – Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei a Villa Clerici, in via Carlo Alfonso Novero 27 a Milano. L’esposizione è visitabile dal 5 ottobre all’8 novembre 2026.



Tra le pareti della GASC, l’opera di Roberto Floreani ridiventa spazio di incontro. Il pubblico al cospetto di un’arte che svela la soglia tra il visibile e il trascendente.
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