La metamorfosi dell’eterno in Costiera Amalfitana

Una eternità distorta

L’articolo esplora il duplice volto della Costiera Amalfitana, partendo dalla celebre citazione di Renato Fucini sull’immutabilità paradisiaca di questi luoghi. Se da un lato la Divina Costa incanta il mondo con la sua bellezza paesaggistica, il patrimonio UNESCO e le sue tradizioni (dai limoni sfusati alla ceramica), dall’altro lato la stessa “eternità” rischia di trasformarsi in una stagna consuetudine. Il testo denuncia i problemi strutturali ricorrenti — come dissesto idrogeologico, incendi e una tradizione intesa in modo rigido e immobilizzante — uniti all’impoverimento sociale e allo spopolamento giovanile causato da un turismo di massa mal gestito. La soluzione risiede nel recuperare un’autentica cura per l’identità territoriale, superando l’apatia per restituire valore e futuro alla comunità.

«Il giorno del giudizio, per gli amalfitani che andranno in paradiso, sarà un giorno come tutti gli altri»

Il poeta Renato Fucini dipinge la nobile cittadina di Amalfi, e d’altronde l’intera Costiera Amalfitana, con questi celebri versi, immettendo la Divina in un fascio di eterno, che anno dopo anno accoglie le innumerevoli persone che, da ogni angolo del mondo, sono incantati dal leggiadro candore del suo mare e dal superbo paesaggio, che hanno garantito il riconoscimento a patrimonio dell’UNESCO nel 1997. La stessa storia della Costiera attraversa i secoli e scandisce la fisionomia distinta di ogni singolo paesino, che custodisce spesso gemme preziose, quali testimonianze di un passato glorioso e traccia delle generazioni che l’hanno abitata. Le stesse attività economiche, come la coltivazione del pregiato limone “sfusato amalfitano” o la produzione della rinomata ceramica, modellano tuttora questo incantesimo, che lima proprio l’identità di un territorio fragile e unico.

Lo stesso concetto di eternità, tuttavia, sembra anche ritmare un copione consueto che, soprattutto negli ultimi anni, trasforma il suo significato in una consuetudine desueta, descritta dai ridondanti canovacci, che logorano silenziosamente l’unicità del territorio. Ad esempio, già le prime piogge di questi giorni autunnali hanno rinnovato il solito copione di smottamenti e strade inondate da quei detriti, che spesso succedono ai rovinosi e improbi incendi, che ogni anno attanagliano lo splendore della Costa. E la stessa ripetuta eternità scandisce la vita sociale dei propri borghi, stretti spesso in una morsa di tradizioni, che deteriorano il significato autentico di tale termine. La parola “tradizione” indica, infatti, la trasmissione di una eredità precedente e il suo inserimento nel presente, secondo le scelte del popolo che la eredita. Spesso, invece, nascosti dietro di essa, è proposto un copione talvolta unico per il suo carattere, ma allo stesso tempo che cementifica e frena qualsiasi ulteriore intervento che possa promuovere o ulteriormente valorizzare un bene comunitario. Le scarse iniziative politiche e sociali hanno, inoltre, notevolmente impoverito la Costa d’Amalfi, che mostra sempre un afflusso smodato di turisti, certo, ma che offusca il graduale e irrefrenabile impoverimento dei propri centri. Le nuove generazioni, soprattutto, sono orientate a preferire luoghi diversi dalla propria radice, proprio perché questa eternità non muta granché e non garantisce un progresso della propria vita quotidiana.

Curando le unicità e i caratteri propri di una terra, che già nell’antichità era meta di otium, è possibile recuperare il significato di eternità. Non è l’abitudine e il consueto, che garantiscono una appropriazione di questo concetto, ma soltanto la sua consegna genuina e autentica, che riappropria le comunità del proprio valore, trascurato spesso dall’indifferenza e dall’apatia.

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