“A piedi nudi sui sassi”. Interiorità e società nel romanzo di Giuseppe Minicone

Un romanzo che attraversa il dolore e la crescita interiore, raccontando gli anni Sessanta tra fragilità giovanili e contraddizioni sociali.

Un romanzo sul cambiamento interiore. A piedi nudi sui sassi, l’opera di Giuseppe Minicone edita da La Valle del Tempo e dedicata a: “Rosetta, compagna di una vita, il cui cuore ora batte tra le stelle”, si muove lungo questa linea sottile e profonda, restituendo al lettore un percorso umano fatto di fragilità, consapevolezza e trasformazione.


L’interiorità come chiave di lettura

Secondo la riflessione proposta da Maria Rizzi, Presidente IPLAC, il romanzo si distingue per una scelta narrativa precisa, privilegiare l’interiorità rispetto all’azione.

«Il romanzo sceglie la via dell’interiorità e non quella dell’azione. Il focus dell’opera non è solo ciò che accade, ma soprattutto ciò che cambia» sostiene Rizzi. «Il titolo A piedi nudi sui sassi rappresenta un’immagine potente della condizione umana. Significa vivere senza protezioni, accettare il dolore come parte inevitabile della nostra condizione e, soprattutto, attraversarlo senza smettere di andare avanti. Il romanzo di Giuseppe Minicone, a mio umile avviso, si inserisce nella tradizione narrativa che vede la sofferenza non come fine, ma come passaggio. L’autore, a livello stilistico, adotta una scrittura densa, riflessiva, descrittiva, a tratti lirica e molto moderna. Quest’ultimo aspetto è di particolare rilievo: non vi è nulla di desueto nello stile e nel contenuto del testo».

Il fulcro dell’opera non risiede tanto negli eventi, quanto nei processi di trasformazione interiore. Il titolo stesso assume valore simbolico, rappresenta la condizione umana esposta, vulnerabile, chiamata ad attraversare il dolore senza protezioni e senza scorciatoie.


La lettura proposta da Nunzia Gionfriddo, membro del direttivo romano di Iplac e capogruppo Iplac per Napoli introduce invece il lettore nel tessuto narrativo del romanzo, ambientato negli anni Sessanta, in un’Italia segnata dal boom economico ma attraversata da tensioni profonde.

Protagonisti sono due giovani, Paolo, riflessivo e più maturo della sua età, e Loredana, figura enigmatica, bella ma distante, quasi estranea al mondo che la circonda. In un contesto giovanile segnato da vitalità e spensieratezza, la ragazza appare isolata, portatrice di un disagio che si manifesta in una chiusura emotiva e relazionale.

Paolo intuisce la presenza di un dolore nascosto e, con delicatezza, cerca di avvicinarsi a quel mondo interiore che Loredana sembra custodire gelosamente.

«Due giovani degli anni Sessanta immersi in una gioventù godereccia in un’estate come tante» scrive Gionfriddo. «Lei completamente avulsa da ogni contatto, anche fisico, con i compagni; lui più maturo della sua età, riflessivo e profondo. Sono gli anni del boom economico, quando domina nei giovani e negli adulti la gioia del benessere, ma anche il disagio di guerre sanguinose.

Paolo è incuriosito dal comportamento di Loredana, così bella ma scontrosa e poco desiderosa di fare amicizie. Intuisce un dramma negli occhi tristi della fanciulla, così diversa da alcune coetanee piene di vita e sconvolte dalle tempeste ormonali della loro età, come lo è lo stesso Paolo che a volte si lascia travolgere dal richiamo dei sensi. Ma Loredana sembra vivere in un mondo tutto suo, che Paolo cerca invano di squarciare.

Molto ben descritta è la condizione psicologica dei giovani, sia di quelli che appaiono più superficiali, sia, in particolare, di una ragazza apparentemente leggera, ma fragile nel desiderio di modernità.

Una sola adulta tra loro. E’ la zia di Loredana, che, anche se per ora si intravede poco, rappresenta la presenza di un mondo genitoriale molto, forse troppo, ingombrante.

Con grande delicatezza Paolo indaga nell’animo torturato di Loredana, finché ne scoprirà il mistero, facendo luce su cause nascoste nell’inconscio della ragazza, sconosciute anche a lei stessa.

In questa prima parte lo scrittore offre un quadro molto esaustivo della gioventù di quegli anni, senza giudizi morali o di altro tipo. Nella seconda parte emergono tutte le contraddizioni di una società patriarcale, ipocrita e confusa.

Il ritorno a scuola e all’università separa i due giovani. Loredana, che ormai ha compreso la causa del suo disagio, dal quale non è ancora guarita, si trova stretta tra l’incomprensione della famiglia — che individua in Paolo la causa del problema — e la scuola, dove viene sbeffeggiata per il suo carattere chiuso e ritroso.

Sono i sintomi di problemi che ci riguardano ancora oggi. Da un lato il patriarcato, solo apparentemente scomparso; dall’altro il bullismo, diffuso in ambienti scolastici e non solo.

Loredana resta prigioniera del suo dramma iniziale e la situazione peggiora tra incomprensione familiare, cattiveria dei compagni e la lontananza di Paolo, che la cerca senza trovarla.

Compare un altro personaggio. Un’amica, la cui dolcezza e sensibilità attenuano la tragedia della protagonista. Ma il percorso di Loredana non è ancora concluso.

Emerge anche il tema dell’omosessualità perché l’amica Ivana si innamora della compagna di banco e le confessa i suoi sentimenti. Il sentimento sembra ricambiato, ma il ritorno di Paolo complica ulteriormente la situazione, fino a sfiorare la tragedia.

Per rispetto dei lettori, non sveleremo il finale. Il romanzo è uno spaccato di un mondo che può apparire lontano, ma che continua a parlarci. A chi lo leggerà, la risposta».


Nel prosieguo della narrazione, il romanzo mette in luce le contraddizioni di una società ancora fortemente patriarcale, attraversata da incomprensioni e rigidità.

Emergono temi di grande attualità, il disagio giovanile, il bullismo, il peso delle convenzioni sociali e la ricerca dell’identità.


La presentazione si è conclusa in un clima di partecipazione e dialogo, confermando l’interesse per un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma invita a una riflessione più ampia sulla fragilità e sulla crescita.

Un’opera che, come suggerisce il titolo, chiede al lettore di procedere senza difese, accettando il rischio, e la verità, di ogni passo.


Il volume è stato presentato nella Capitale, nell’ambito della rassegna IPLAC, presso il Caffè Letterario Horafelix, in un incontro che ha messo al centro non solo la narrazione, ma il suo significato più intimo.

L’incontro, moderato da Valeria Bellobono, ha visto gli interventi delle relatrici Nunzia Gionfriddo e Maria Rizzi, offrendo al pubblico una lettura articolata e complementare dell’opera. A chiudere il quadro, il profilo dell’autore restituisce la misura di un percorso umano e professionale di grande rilievo. Giuseppe Minicone, dopo una lunga carriera nella magistratura amministrativa, culminata nel ruolo di Consigliere di Stato, si è dedicato alla scrittura creativa, ottenendo negli anni numerosi riconoscimenti. La sua produzione narrativa, premiata in importanti contesti letterari, conferma una voce matura e consapevole, capace di coniugare rigore e sensibilità nel racconto dell’esperienza umana.


Giuseppe Minicone nasce a Napoli nel 1939 e vive a Roma. Laureato in Giurisprudenza con lode nel 1962, ha svolto la sua carriera come magistrato presso i TAR di Toscana e Lazio, concludendola come Consigliere di Stato.

Autore di saggi giuridici, si è successivamente dedicato alla scrittura creativa, ottenendo numerosi riconoscimenti in ambito letterario. Tra le sue opere: Memorie di Andromaca (Laura Capone Editore, 2022), vincitore del Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea 2021; La decima Musa (Keira Editrice, 2022), vincitore del Premio Letterario Residenze Gregoriane 2020 e del Premio EquiLibri 2025; Madri (Viola Editrice, 2025), vincitore di diversi premi, tra cui il “Gocce d’Inchiostro” 2024 e il Premio Internazionale “Voci – Città di Roma” 2025.


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