Leopardi e la scienza. L’incanto della camera oscura

Dalla camera oscura alla lanterna magica, Leopardi e la scienza si incontrano nel punto in cui luce, ombra e illusione rivelano che la realtà non coincide mai del tutto con ciò che l’occhio vede.

In che modo si possono spiegare le “illusioni” di Leopardi con la scienza

L’incanto della “camera oscura”

Ciascuna epoca, quando riceve nuove idee,
ottiene pure nuovi occhi.

Heinrich Heine

Il 29 giugno 1798, a Recanati, nasceva Giacomo Leopardi. Il 14 giugno 1837, a Napoli, si spegneva una vita breve e immensa, destinata a cambiare per sempre il modo di pensare la poesia, la natura, il desiderio, il limite.

Leopardi e la scienza si incontrano in una zona affascinante del suo pensiero. Accanto al poeta dell’infinito, del dolore e delle illusioni perdute, emerge il giovane studioso capace di interrogare l’astronomia, l’ottica, la prospettiva e i meccanismi della visione. Da questa trama di studi nasce una lettura più profonda delle illusioni leopardiane ossia immagini della mente e dello sguardo, create nel punto in cui la luce incontra l’ombra e la percezione trasforma il mondo. La scienza mostra a Leopardi che l’occhio interpreta la realtà; la poesia ne raccoglie il mistero, la vertigine, l’incanto.

L’interesse di Leopardi per la luce e per le ombre – che si stemperano, quasi senza soluzione di continuità, «in quei luoghi dove la luce si confonde ecc. ecc., colle ombre, come sotto portici in una loggia elevata» (Zib. 1744), dove tutto sembra dissolversi in un gioco fantasmagorico, nasce fin dai primi suoi studi scientifici sugli strumenti che la tecnica metteva a disposizione, per migliorare la visione. La scienza sperimentale, l’ottica, la fisica e l’astronomia, oltre alla prospettiva geometrica, sono gli ingredienti fondamentali di cui il poeta si serve, per “dipingere” con le parole «vedute» naturali e leggiadri ritratti.

Il rapporto tra Leopardi e la scienza nasce già nei suoi studi giovanili, quando l’ottica, la fisica e l’astronomia diventano strumenti per comprendere il mondo visibile.

Prendono corpo, pertanto, come stampati su vetrini colorati, accarezzati dalla luce delle lanterne magiche, figure come quelle di Silvia, di Nerina, della donzelletta, «col suo fascio dell’erbe», della vecchierella, seduta «con le vicine Su la scala a filar», del «garzoncello scherzoso», dello «zappatore», che rientra a casa dal lavoro, fischiettando e così via. O, ancora, si stampano nella nostra mente, come su una lastra fotografica, vedute e prospettive di paesaggi campestri, di vicoli e piazzette popolate, di golfi luccicanti sotto il tremolio delle stelle, di notti immobili, dove domina una “insensibile” luna, visioni magiche che paiono riprodotte sul fondo delle camere oscure, portate in giro durante le fiere popolari dagli ambulanti, “venditori di immagini”.

Come un “icononauta” che viaggia con i suoi strumenti ottici, responsabili dello stupore, della meraviglia e delle illusioni affioranti nei cuori pulsanti degli spettatori, così Giacomo viaggia tra le immagini del cosmo, consapevole che queste sono le sole che ci sia dato conoscere, icone di una realtà ben diversa da quella che ci offre il senso della vista.

Cosa ha imparato Leopardi di questo mondo nuovo delle immagini generate dai giochi della luce sugli oggetti; su quali testi ha studiato i fenomeni della riflessione, della rifrazione, della diffrazione e della diffusione del lumen, delle ombre e penombre, i fenomeni ottici responsabili delle forme prodotte nella camera oscura o dalla lanterna magica, strumenti usati dagli scienziati per fare esperienze, e dai lanternisti, per divertire le folle?

Si sa che il giovanissimo studioso recanatese, lettore accanito dei libri della biblioteca paterna, scrisse, tra il 1813 e il 1815, le Dissertazioni filosofiche, la Storia dell’Astronomia e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, opere che oggi sono oggetto di interesse da parte di studiosi di scienza e di filosofia. In questi volumi si trovano le fonti scientifiche della riflessione filosofica leopardiana sulla vita e sull’esistenza. In esse si è diffusamente dimostrata la presenza, se non altro, di un buon sapere scientifico e filosofico, che, credo, possa essere considerato qualcosa di più.

In queste opere, Leopardi e la scienza rivelano un legame profondo, che aiuta a leggere in modo nuovo anche la sua riflessione sulle illusioni.

Non starò qui a parlare di tutti i filosofi e scienziati di cui non solo cita i nomi, ma ne descrive le teorie. Ne riempirei un volume, come ho fatto a suo tempo, ma chi è esperto di filosofia e scienza li conosce. Ma sfido chiunque a riconoscere alcuni nomi di studiosi non citati nemmeno nelle note dei libri universitari. Si può capire adesso perché Margherita Hack sia rimasta entusiasta di un tale genio di soli quindici anni.

Ciò che mi interessa analizzare ora è come spiegare le illusioni leopardiane alla luce di ciò che ho detto in particolare degli studi di Giacomo sulle neuroscienze, i meccanismi sensoriali, la luce, e, quindi, l’ottica e le leggi della prospettiva.

Parlare di Leopardi e la scienza significa anche entrare nel territorio della prospettiva, dove la forma visibile nasce da leggi geometriche e da sottili inganni dello sguardo.

Lo studioso cita matematici, geometri e artisti, come Alberti, Viator, Kircher, Barbaro, Vignola, Commandino e la sua scuola di Urbino, Maurolico da Messina, Guidobaldo del Monte, che teorizzarono le esperienze tecniche dei pittori e degli architetti del Cinquecento. Questa disciplina si connotava, e tuttora si connota, come scienza delle forme e delle illusioni, delle leggi geometriche e della magia, dell’astronomia e dell’astrologia.

«La prospettiva – scrive Baltrusaitis – si svilupperà sempre all’interno di questa opposizione; è una scienza che fissa le dimensioni esatte delle forme e la loro collocazione nello spazio ed è insieme un’arte dell’illusione, che le ricrea». E così sarà, da un lato l’uso di nuove tecniche e di strumenti ottici supporterà l’indagine scientifica nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, avviando quel processo di ottimistico progresso, di cui si farà vanto l’età dei lumi. Dall’altro, in lui, grazie alle teorie di Keplero, Galilei e Newton, si consoliderà la certezza che la matematica e le leggi della prospettiva ci dimostrano che la realtà non è mai quella che il nostro occhio vede perché deformata dalle leggi della visione.

Cosa vediamo nei quadri di Piero della Francesca, Leonardo, Tintoretto, dice Leopardi, se non ciò che essi vedevano nelle “camere oscure” che proiettavano il mondo esterno in prospettiva e non realmente esistenti? Non vale la stessa regola per il Canaletto, che usò la camera oscura per la rappresentazione pittorica della laguna veneta?

È nella camera oscura che Leopardi e la scienza trovano una delle loro immagini più potenti: il mondo appare riflesso, rovesciato, trasformato dalla luce.

La camera oscura fu considerata la metafora dell’occhio negli anni in cui, davanti allo sguardo attonito dell’uomo, si aprivano le vedute del “mondo nuovo”, “nuovo” per la scoperta, al di là delle Colonne d’Ercole, di terre sconosciute ad opera di arditi navigatori, come Cristoforo Colombo; “nuovo” per la frattura dei confini dell’universo, alla ricerca di limiti sempre più lontani – per alcuni infiniti – in seguito all’ipotesi eliocentrica copernicana. Dalla scoperta dell’America e dal momento in cui si diffuse il genio vinciano, fino agli “infiniti mondi” bruniani, le frontiere geografiche, culturali e cosmiche si dilatarono, grazie, anche, agli strumenti ottici e all’uso delle lenti, che aiuteranno a ingrandire e a rimpicciolire le immagini visive.

La stessa scienza si allontanò dal vecchio aristotelismo e dalla magia nera, per dar vita ad un sapere, basato sull’osservazione dei fenomeni naturali, avviandosi verso quella “filosofia sperimentale”, che avrà in Galilei e in Newton i suoi fondatori. La camera oscura, l’emblema della luce e delle ombre, affascina il mondo della scienza, laica e gesuita, ma seduce anche la fantasia e l’immaginazione popolare e gli artigiani che lavorano il vetro e costruiscono lenti sempre più perfette. Increduli e fanciulli si lasciano suggestionare dal fascino di immagini magiche, che appaiono all’improvviso sui campanili delle chiese, nelle “scatole” buie e che rievocano scenari popolati da diavoli, demoni o ombre deformate che incutono terrore. Sono le forme disegnate sui muri delle stanze del terrore notturno, quando da bambini si vede passare la luce attraverso le fessure delle persiane.

La cultura scientifica del Settecento, guidata dall’esigenza di razionalità e di chiarezza, raccoglie le idee della “Rivoluzione scientifica”, l’eredità newtoniana e lo sviluppo delle nuove macchine, avviandosi verso una idea di progresso, che rappresenta uno dei temi più discussi e dolorosi della riflessione leopardiana.

Le macchine ottiche, se da un lato potenziano i sensi dell’uomo, dall’altro rinforzano la consapevolezza che la realtà non è mai ciò che illusoriamente sembra essere. Scrive Leopardi nel 1820: «Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni.» (Zib. 99).

Con la lanterna magica, Leopardi e la scienza si avvicinano al regno dell’incanto, dove l’esperimento ottico diventa meraviglia popolare e visione poetica.

Le illusioni resteranno anche quando la camera oscura non accoglierà più in sé le immagini, prodotte dalla luce esterna: imprigionati al suo interno e proiettati su vetrini mirabilmente dipinti, i raggi luminosi proietteranno le icone all’esterno su bianchi teli. Nascerà così la «lanterna magica», ben conosciuta da Giacomo, visto che ne possedeva una in casa. Non è difficile immaginare il magico incantamento prodotto nell’animo del giovanetto recanatese dalla macchina ottica!

Camera oscura e lanterna magica sono i progenitori rispettivamente della macchina fotografica e del cinema. Non ci sono elementi, mi pare, per affermare che Leopardi fosse venuto a conoscenza della prima esperienza di immagine fotografica del 1826, ripresa da Joseph Nicéphore Niépce con l’ausilio di una camera obscura o che avesse intuito le possibilità che si sarebbero aperte per questo strumento ottico.

Non vi è dubbio, peraltro, che gli automi, dal cannocchiale al microscopio, dal treno al parafulmine, abbiano entusiasmato il giovanissimo Giacomo per il crescente progresso delle scienze e delle tecniche. Ma non si può negare affatto l’orrore che il poeta provò di fronte alla fede del suo secolo nelle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità, un’illusione colpevole di aver voltato le spalle al «risorto pensier» dell’età dei lumi.

Alla fine, Leopardi e la scienza conducono alla stessa vertigine. La realtà non si offre mai allo sguardo in modo puro, ma attraverso immagini, ombre, riflessi e illusioni.

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L’universo è buio e il nulla non esiste – IL GIORNALE PRESS

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