La Joie de vivre tra Filosofia e Pittura

La Joie de vivre nell’universo filosofico e la sua felice rappresentazione estetica nella pittura fauve di Henri Matisse

Il mondo della natura celebrato nella sua immediatezza e sensualità è quello che l’artista Henri Matisse raffigura nel suo capolavoro del periodo Fauve, in antitesi al pessimismo dilagante del primo decennio del XX secolo.

Non si tratta della riproduzione sic et simpliciter della realtà esistente, ma di un sogno, di un’aspirazione che racchiude in sé il bisogno del ritorno primordiale alla natura e del rapporto armonico dell’uomo con essa. L’essenziale è recuperato e rivissuto senza ricorso alle regole degli schemi accademici: il mondo è osservato con l’immediatezza e lo stupore dello sguardo di un bambino.

Nell’opera pittorica dell’artista francese è possibile cogliere il filo conduttore di una filosofia d’impianto epicureo: l’invito al carpe diem e al godimento dell’attimo presente attraverso il piacere dei sensi e la riconquista dell’originaria libertà umana.

La gioia di vivere è una delle emozioni fondamentali della vita umana: un’affezione dell’anima, talora arricchita di un significato in consonanza con l’equilibrio razionale; talaltra, segnata da connotati di una piacevole tonalità diffusa, ma con aspetti di casualità e provvisorietà.

Il filosofo Epicuro identificava la gioia della vita con l’assenza di dolore (aponia) e l’imperturbabilità d’animo (atarassia).

René Descartes ne Les passions de l’âme considerava la gioia “un gradevole sentimento dell’anima”, ovverosia il godimento che essa prova nella percezione del bene che le impressioni del cervello le rimandano come suo. Alla luce dell’indagine filosofico-psicologica di uno dei più noti pensatori del razionalismo moderno, valeva a dire che tutte le passioni si rapportano al corpo in quanto prodotte dalle forze meccaniche (spiriti vitali) in esso agenti, per cui l’anima tende ad accogliere e a favorire le azioni utili alla conservazione e alla perfezione del corpo e a respingerne quelle nocive (come la tristezza).

Per Spinoza, la laetitia è nel passaggio da una perfezione minore a una superiore; funge da stimolo dentro di noi per il conseguimento dello stato più alto di perfezione, l’amor Dei intellectualis, la massima gioia che coincide con la comprensione razionale della necessità dell’ordine naturale e divino.

Una spiegazione inusuale – in perfetto accordo con l’inattualità e l’originalità del suo pensiero – è quella proposta da Friedrich Nietzsche. Il teorico della “volontà di potenza” e il nunzio dello Übermensch intende la gioia nell’accezione tragica dello “spirito dionisiaco”, che induce all’accettazione piena, entusiastica ed orgiastica della vita nella globalità dei suoi aspetti esistenziali. Una visione che si propone in termini antitetici riguardo a ogni forma d’intellettualismo etico e alla morale cristiana dell’abnegazione e della rassegnazione, da lui ritenute cause prime della decadenza della Civiltà Occidentale.

La vita si profilerebbe allora attraverso gli aspetti più variegati, che vanno da dolore, lotta, distruzione, crudeltà, fino alla gioia, alla forza e alla salute, che solo un’indomita volontà di potenza riesce a imporre e ad accettare in virtù dell’amor fati.

Ma che cos’è la gioia e come la si potrebbe definire ai nostri giorni? Partendo dal presupposto che l’essere umano non è riducibile a materia e mera sensibilità, ma estensibile alla dimensione dello spirito e della razionalità, l’emozione della gioia non può ridursi all’appagamento di un piacere sensibile e transitorio o alla conquista di un bene desiderato, ma pur sempre temporaneo.

La gioia è un’emozione che sgorga libera e spontanea nel nostro animo e lo pervade di un piacere più intenso e duraturo che sfida le barriere dello spazio e del tempo, rendendoci consapevoli della nostra grandezza ideale.

La gioia trova posto anche nel sentimento di meraviglia e di stupore che proviamo di fronte alla bellezza della natura che, per dirla con Kant, nasce dalla consonanza della nostra spiritualità con gli oggetti, o a fronte di un’opera d’arte prodotta dal “genio” che agisce spontaneamente come la natura, acquisendo il meccanicismo di essa al finalismo della ragione.

Il dipinto di Henri Matisse costituisce un’allegoria esemplare di questo concetto. L’artista, che aveva maturato non pochi contatti all’interno delle Avanguardie novecentesche, non volle condividerne le componenti più specificamente iconoclaste, pessimiste e nichiliste. Nonostante il debito nei confronti di Gauguin, non fu turbato dalla “torturante angoscia” per la decadenza della Civiltà.

Amava dipingere e per lui la pittura doveva trasformarsi in esperienza gioiosa, pura e spontanea anche per quanti si soffermassero dinanzi alle sue tele, il cui scopo essenziale era trasmettere piacere.

Matisse, nel corso della sua esistenza, non volle rinunciare al conseguimento di una condizione di gioia e di felicità, necessarie ad ogni singolo individuo per vivere bene la propria vita. Questo spiega il fondamento di ottimismo e di positività alla base delle sue produzioni artistiche.

La Joie de vivre è ritenuto dalla critica il progetto più ambizioso e significativo del periodo fauve del pittore francese, intuibile dalla creazione di zone piatte di colore e di forme primitive, insieme al ritorno del soggetto umano allo stato natural-primordiale ricavato da Gauguin.

A una più attenta lettura ci si rende però conto che la figura umana non può ridursi all’immagine tradizionale del “buon selvaggio”. Il tema della Natura si trasferisce nel mondo della classicità pagana, nell’universo greco dei Baccanali che compare nei dipinti del Tiziano, a testimonianza della formazione accademica che aveva comunque ricevuto.

Ispirato anche dalle pitture orientali, l’artista ha rappresentato figure di nudi femminili, con l’intento di fondere insieme uomo e natura, aggiungendo, rispetto a Gauguin, una più attenta armonizzazione e semplificazione delle forme.

I colori dalle ardite tonalità sono innaturali, come l’albero rosa che ripropone il colore della pelle delle figure umane, probabilmente per sottolineare l’unità e l’armonia fra uomo e natura, sulla scia dei dettami fauves. I contorni, invece, sono scuri e assimilabili ad arabeschi orientaleggianti.

La scenografia complessiva rivela i tratti di un’umanità felice ed idilliaca. Sul paesaggio semplice e lineare acceso da vividi colori verdi, rossi, viola, si stagliano figure di pura invenzione, ognuna delle quali sembra vivere la propria vita in completa autonomia, se pur poste in raccordo con il piccolo gruppo impegnato nel girotondo danzante.

Se pur evidenti le forti tonalità di colore fauve, l’artista, rispetto a tale movimento, mostra di voler recuperare le linee sinuose e decorative che gli risultano essenziali per conseguire l’armonia tipica delle grandi opere classiche. Secondo alcuni critici d’arte, l’uso innaturale, anzi addirittura erroneo dei colori, sarebbe un invito rivolto per scoprire il bello attraverso la semplicità.

Nell’atmosfera serena e quasi paradisiaca del dipinto, dove si uniscono in perfetta simbiosi uomo e natura, l’intensità forte dei colori e il ritmico movimento delle figure in girotondo diventano i simboli autentici della Joie de vivre identificati nella formula esistenziale propria di Matisse.

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