Intervista a Luca Giordano, vincitore del 38° Premio Letterario Camaiore

Luca Giordano vince il 38° Premio Letterario Camaiore – Francesco Belluomini: con 14 voti su 40 votanti effettivi, la Giuria Popolare lo ha proclamato vincitore assoluto dell’edizione 2026 del PLC con l’opera “Campi assolati – Contro la guerra”, edita da Studium edizioni. Questa la motivazione con cui la Giuria Tecnica aveva inserito nella cinquina finalista il libro di Luca Giordano, intitolato appunto “Campi assolati” e con sottotitolo “Contro la guerra”.

La potenza delle immagini e dei sentimenti che muovono i versi nei racconti di guerra, sia che si tratti di vere frontiere (che ci riportano quasi al canto ungarettiano de L’Allegria) che di realtà urbane, non manca di proporre una comunanza con le vittime di ogni specie. Lo sguardo si fa denuncia, la poesia si fa voce soprattutto per i bambini dalle vite spezzate. La storia dei nostri giorni, lucidamente qui denunciata, contrasta con la seduzione della vita che Giordano sente, e rende forte una richiesta di vita e condivisione ai suoi lettori”. “Questa vittoria non è solo mia, ma di tutti. Perché è la poesia ad essere di tutti, e tutti la possono usare – le parole a caldo di Luca Giordano -. E proprio questo, a volte, è il problema della poesia. Come dice Orazio, ‘carmina non dant panem’, cioè i canti, le poesie, non danno il pane. Però possono dare felicità, verità, giustizia. Proprio per questo, la poesia è il mezzo più importante che abbiamo per migliorare il mondo” Congratulazioni dal Circolo IPLAC!

Nato a Roma nel 1969. Ci parli dei tuoi esordi letterari?

Ho esordito con la Raccolta “L’intruso”, che conteneva poesie brevi alternate a filastrocche; seguita dalla Silloge “”Passa dal corpo il cielo”, che rappresenta la sintesi del mio pensiero sulla vita e nel comporre la quale sono stato aiutato da Mariella Bettarini, che mi ha guidato a chiarirmi le idee sulla poesia. Ho pubblicato poi la raccolta “Nessuno ecluso”, che ritengo un libro di passaggio.

Hai scritto solo e sempre in poesia?

No, dopo la Silloge citata, ho attraversato il periodo dei racconti con la la raccolta intitolata “Il tuffo”, nella quale l’afflato lirico restava molto forte. Subito dopo ho desiderato cimentarmi in una sceneggiatura.

Ci racconti la genesi di questo progetto?

L’idea nacque come una serie di monologhi tra poeti famosi, che uscivano dal mare. Il poeta, amico e videomaker Pio Ciuffarella, mi ha aiutato a trasformare lo spunto iniziale in un’autentica sceneggiatura, grazie a una sorta di chimica fortunata.

Cosa si proponeva l’opera?

Partiva dall’idea che il poeta prende su di sè alcuni dei mali del mondo. Scelsi tre artisti che non riuscivano ad adeguarsi alla società, il titolo era esaustivo in merito: “Maledetti poeti”. Ognuno dei poeti scelti recava la sua carica di maledizione. Si trattava di Pier Paolo Pasolini, Dino Campana e Primo Levi. Pasolini portava avanti la rivoluzione all’Italia borghese; Dino Campana non sopportava la guerra. La sua follia era dovuta al fatto che era cresciuto con uno zio psicotico, l’unico che l’aveva accettato. Finì in manicomio, ma possedeva una particolare visione del mondo, come se riuscisse a vederlo dall’esterno. Il terzo poeta, Primo Levi, che era stato internato in un campo di concentramento, si accorgeva che quando parlava della sua esperienza il mondo non lo capiva, e soprattutto, lo spaventava vedere quando il male si stesse riorganizzando… del suo aspetto profetico ne  possiamo prendere atto oggi. Non vedeva possibilità di cura e si suicidò nel 1987. In realtà il suo non è stato vero suicidio, ma come disse Andrea Riccardi, egli rappresentò una vittima  postuma dei campi di concentramento.

Dopo quest’esperienza sei tornato alla poesia?

Si, e stilisticamente ho cominciato ad avere maggiore cura verso gli endecasillabi, che ho sempre adottato, e ho scelto toni prettamente lirici. È nata la silloge “Sanpietrini”, scritta con la collaborazione di Francesca Romana De Angelis.

Cosa introduci con “Sampietrini” a livello contenutistico nella tua poetica?

La volontà di un’opera che trovi la sua compiutezza attraverso le idee che porta avanti. Rappresenta la bellezza di Roma e il desiderio di guardare le persone comuni come fossero anche loro opere d’arte. Tra l’altro già nel libro “L’intruso” cercavo questo tipo di sguardo sull’umanità.

Potresti dire che è con la Silloge “Sampietrini” che viri verso la poesia in modo netto?

La poesia è sempre stata la prima scelta, infatti quando diedi da leggere i miei versi a Luca Serianni, italianista scomparso da poco, mi consigliò di concentrarmi su di essa.

Luca, come definiresti la poesia?

Credo sia un mezzo di comunicazione complesso e il suo rapporto con la società è cambiato nel tempo. In questo periodo sta mutando ulteriormente, perché è il luogo dove si nascondono i significati scomodi, è il luogo dove non si possono falsificare i pensieri. È difficile che la poesia sia un inganno e non si percepisca, è una sorta di  tornasole, che rivela quando stiamo mentendo a noi stessi. Credo che la scarsità di produzione poetica sia dovuta proprio al fatto che non si vogliano leggere certe verità.

E la tua poesia?

Io cerco di seguire alcune linee guida, innanzitutto essere sintetico, ovvero eliminare il superfluo,  ottenere un testo il più pulito possibile, scevro dai sentimenti e dalle sensazioni personali.

Credi che l’elemento autobiografico possa inficiare?

Non posso dire che danneggi,  per quanto lo si voglia eliminare, è l’elemento che inevitabilmente torna, se non altro nell’uso del linguaggio.

Quanto credi che giovi alla poesia procedere per sottrazione?

Credo sia un’operazione necessaria per liberarsi del proprio egocentrismo.

Ci parli della raccolta “Campi assolati” – contro la guerra – Studium edizioni, che ti è valsa il premio Camaiore?

Il testo nasce dell’incontro con un gruppo di amici ucraini, che conoscevo da prima del conflitto, che mi hanno parlato delle loro esistenze stravolte. Credo che il libro abbia una maggiore compattezza, perché pur mantenendo il mistero, insito nella poesia, diviene anche lo strumento per dimostrare quanto la guerra sia la madre di ogni povertà.

Quale pensi sia la metafora della poesia?

Ho sempre pensato che la metafora del lirismo sia l’antinomia. In un tempo violento chiede pace; in un tempo dove domina la forza parla di debolezza; in un tempo di ipocrisia e falsificazione riporta a un po’ di verità.

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