“Ti parlo con il pane” di Nico Mauro

La raccolta Ti parlo con il pane di Nico Mauro trascende la memoria del padre per farsi autentica indagine dell’esistenza. La memoria si fa varco verso una dimensione altra, entro cui oblio e parola si fondono. Il poeta attraversa l’assenza per ritrovare senso, affidandosi al potere creativo e rivelatore della parola epifanica e creativa, che si rivela così l’unico strumento capace di ricucire lo strappo dell’assenza e restituire senso al vivere.

I versi contenuti nella raccolta “Ti parlo con il pane”(Les Flâneurs Edizioni) sono dedicati dall’autore al ricordo ed alla ricerca del padre non più vivente. Ci si aspetterebbe, dunque, un memoriale di reminiscenze, più o meno malinconiche, che vadano a riempire il vuoto lasciato nell’anima dalla scomparsa del genitore o, comunque, ne rievochino il transito terreno.

Non è così. E non perché Nico Mauro non fa ricorso al ricordo (sarebbe impossibile scrivere qualora così fosse) ma per il fatto che la memoria, nel Nostro, assume un significato totalmente diverso: anziché rappresentare un cammino, una strada da seguire per riportare alla luce il passato; il richiamare alla mente è soltanto il primo passo, il collegamento, ma non con il tempo andato bensì con quello a venire. In altre parole, al poeta non interessa dolersi, egli vuole scoprire se stesso attraverso un’assenza. È un viaggio arduo, che comporta essere disposti a dimenticare, giacché la dimenticanza è il massimo grado di memoria, è contemporaneamente il passato, il presente e il futuro: “Siete al mondo anche per me,– scrive –/ per guardare ogni forma diversa di padre,/ per cu­stodire ogni mia dimenticanza”.

Lo stesso prefatore dell’opera, Gianfranco Lauretano, rafforza il concetto sostenendo: “Con questo poema al padre il poeta ha deciso di provare a dire l’indicibile. Perché il padre cambia forma: prima è il suo, ed è già inafferrabile, poi diventa lui stesso, il che è come cercare di affermare l’essere, per poi passarlo al padre del futuro, il figlio.”.

Ecco, questa continuità, questo passare il testimone di generazione in generazione è da ritenersi il punto più alto della poetica in questione. Leggiamo insieme il testo che segue:

tra le virgole

Ho davanti la grafia di tanti padri

fino alla mia.

E non trovo linee tonde e serene

quasi d’armonia.

Ora rubo dai loro appunti

parole tra le virgole.

Sia mai vi veda padri,

figli miei

La chiusa è potente e rivelatrice di come si passa da una condizione filiale a quella paterna, di come – leggendo gli incidentali degli appunti dei padri – si speri di ritrovarli tutti nei propri figli.

È una visione del mondo – quella che si propone Mauro – che non si accontenta di memorizzare. Vuole di più: intende investigare, indagare in profondità; non nel tempo, però, che lo porterebbe null’altro che al già acquisito, ma in una dimensione differente, indefinita, molto più prossima alla dimenticanza, all’oblio, all’abbandono piuttosto che al ricordo ed alla presa di possesso. Il poeta non desidera scendere all’Ade accompagnando il suo canto con il suono della lira: questo equivarrebbe a morire, mentre la sua aspirazione è vivere, abitare la parola a tal punto, che non abbia più limiti o segreti oltre le sue stesse mura. Ciononostante a pag. 60 si legge:

[…] Ho provato a vegliare il tempo con il tuo sguardo,

ho immaginato il suono della tua mente

che lenta piegava all’infinito

Il frastuono danzava aspettando che si aprisse

una porta e fosse di spalle il congedo […]

a dimostrazione del fatto che non risulta di facile attuazione il proponimento dell’autore, la sua ricerca è ostica perché sceglie la strada più impervia per arrivare al padre. Tanto poco praticabile da indurlo ad ammettere, nella splendida chiusa:

Non trovo le parole per farti morire,

per farti vivere.

Cosa vuole dire? Il Nostro cerca un punto di contatto con il padre ma le parole non lo aiutano perché incapaci, inadeguate a dare una risposta che soddisfi il desiderio del poeta.

E – chiediamocelo – cosa si augurerebbe? Egli vorrebbe, in qualche modo, ricucire uno strappo. Non è importante la condizione in cui gli si presenterebbe il genitore: defunto o in vita. Trovare le parole opportune gli consentirebbe di percepirlo ancora accanto. Mauro lo sa, conosce il potere prodigioso della parola.

Prendere atto della difficoltà, tuttavia, non lo scoraggia, non lo fa desistere. È consapevole che lo sforzo darà i suoi frutti.

È noto – soprattutto nell’ambito della psicologia del profondo – che il figlio debba “uccidere” il padre per essere indipendente e fare in modo che la propria personalità si esplichi nella sua interezza. Questa teoria, per quanto veritiera, viene ampiamente superata dall’autore della presente opera poetica, in quanto la sua ricerca più che centrarsi sullo scavo interiore dell’inconscio, si affida alla parola epifanica e creativa.

Ne è riprova il testo immediatamente seguente a quello appena citato. Come nelle favole – questo il titolo – è, in effetti, il racconto di un viaggio di un uomo, disperso in mare, che annasp(a) tra i righi (le onde) dei versi e ad un sorso enorme di memoria viene ingoiato nel buio, dove trova ad aspettarlo il padre in un’attesa luminosa, però, che nulla ha a che vedere con il buio della (sua) notte, della sua morte.

Ti ho raggiunto nel ventre della balena

di ritorno dalla mia vita.

Scrive, rendendo manifesta l’allusione alla favola di Pinocchio. È, dunque, ingoiato nella pancia dell’enorme cetaceo e laggiù vede suo padre che lo attende. Fuor di metafora, è il viaggio verso il centro della terra che accoglie i naufraghi della vita. Ma cosa rimpiange il poeta? Che né lui né il padre sono stati in grado di raccontare il naufragio – “a modo nostro”, dice – come nelle favole appunto.

L’indagine, che il poeta si propone, è perciò decisamente di tipo semantico: è attraverso la parola e le sue più riposte verità che si può affrontare il cammino della vita. Un percorso che – lo sappiamo fin dal nostro primo vagito – ineluttabilmente conduce alla morte, ma perché la stessa non rappresenti un punto di non ritorno bisogna prepararsi e non ricusare alcunché di diverso, di difforme dal logos razionale del pensiero; includendo, invece, ed accettandone il più trascurato segno linguistico del Verbo.

La parola, il Verbo, era da principio, e sempre lo sarà. Coniugare l’amore significa – com’è accaduto a Nico Mauro – comunicare davvero con l’anima. Senza infingimenti, dire al padre, e al figlio:

ti parlo con il pane.

La presentazione si è svolta presso il Caffè Letterario Horafelix. Ha dialogato con l’autore Roberto De Luca con le intense letture di Federica Sciandivasci e la conduzione di Maria Rizzi per la rassegna Iplac.

Nota sull’autore

Nico Mauro (Galatina, 1962).  Ha pubblicato: La voliera del silenzio (1997), Canto dell’abbandono  (2010), La polvere e l’acqua – parole lungo la via della croce (2015), La perfezione della sera (2021).  Hanno scritto di lui: Giorgio Caproni, Giovanni Raboni, Davide Rondoni, Roberto Cotroneo, Gianfranco Lauretano, Dante Maffia, Marcello Semeraro, Romano Sgarbi, Lucio Romano, Aldo Bello, Beatrice Stasi. È presente su: GraphieVersante ripidoI luoghi dell’infinitoAlmanacco dei Poeti e della poesia contemporanea.

Leggi anche:

Per gente sola di Fabio Dainotti. La solitudine esistenziale tra poesia ed ermetismo – IL GIORNALE PRESS

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