Fabio Dainotti ci conduce in un viaggio profondo tra le pieghe dell’isolamento moderno con la sua nuova raccolta “Per gente sola” (Book Editore, 2026) esplorando la solitudine come condizione universale dell’essere. Attraverso una poesia asciutta ed ermetica, l’autore fotografa l’isolamento moderno, dalle case-alveare ai fari solitari, offrendo nella seconda parte del libro, Remedia, piccoli spiragli di luce e connessione umana. Un’analisi necessaria su ciò che significa restare soli con se stessi oggi.
“Per gente sola” (Book Editore, 2026), Fabio Dainotti
Ognuno sta solo sul cuor della terra, / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.
In soli tre celebri versi, Salvatore Quasimodo esprimeva uno dei principali aspetti che caratterizzano il percorso esistenziale dell’uomo. La solitudine è – in effetti – una condizione che ci riguarda tutti: non soltanto coloro che hanno modo di sperimentarla, ma anche chi vive in compagnia e condivide gran parte del proprio tempo con chi gli è accanto. “Persone sole, anche se sposate, / negli alveari dormono, d’estate, / un piede spunta fuori dal sudario.” – scrive Dainotti – a sottolineare, con enfasi, questi dormitori in cui l’idea dell’alveare mette in rilievo (anche visivamente) un insieme di stanze addossate le une alle altre, dentro le quali si suda e ci si avvolge in panni di lino, dai quali, a volte, esce un piede per trovare ristoro. Mi sono chiesto: come mai un solo piede? Credo che il poeta abbia voluto appositamente che l’attenzione del lettore fosse catturata da questa singolarità (sia in senso particolare che numerico). Quel piede è solo come soli sono i coniugi che dimorano nella casa-alveare.
Ho inteso qui dilungarmi perché è mia convinzione che, prima di proseguire, vada tenuto presente di quale solitudine si stia disquisendo. Non è vero che c’è un solo tipo di solitudine, al contrario, ne esistono tante ed ognuna differente dall’altra. Così, il Nostro, non si rivolge al misantropo ma a tutti quegli uomini che sanno, sempre e comunque, di dover fare i conti con la propria condizione esistenziale. E c’è di più: lo stato – del quale ci si sta occupando – non è prerogativa soltanto umana bensì di ogni essere vivente, sia esso animato o no, che esperisce la vita sulla Terra. Si potrebbe obiettare che estendere questa capacità in maniera tanto inclusiva non sia corretto, tuttavia l’autore non esclude nulla in quanto tutto partecipa – e ne convengo – alla legge universale che regola l’esistenza.
Si pensi a questi versi: “L’ora è più sola quando il sole è a picco /
d’estate, poca gente per le strade.”, oppure a questi altri: “Più sola è l’ora e silenziosa dietro / le mura meste / del cimitero, sul vialetto / dalla ghiaia celeste.”.
Il tempo, persino il tempo, non scorre monotono e avulso, estraneo alle vicissitudini terrene. E non si dica che sono suggestioni, in quanto il dettato di Dainotti è sempre asciutto e prende, in questo testo, le dovute distanze da qualsivoglia contaminazione sentimentale.
Ci sono passi in cui l’oggettività e la pura constatazione dei fatti scattano una fotografia fedele e rispettosa della realtà. Si leggano questi ulteriori stralci: “Il guardiano del faro è sempre solo, / vive in cima a una rupe, in faccia al mare.” – “Il guardiano di capre vive solo, / con le rondini in volo / sopra le nubi chiare.” – “Il campanile stretto e alto è solo. / La folla assiepa in basso le navate.”.
Lecito a questo punto, per il mio fruitore, domandarsi se gli estratti riportati costituiscano poesie a sé stanti o se, invece, i versi presi in esame siano parti di testi più estesi. Chiarire questo ragionevole dubbio mi offre il destro per parlare, anche dal punto di vista formale, di Per gente sola.
Il libro si divide in due parti: la prima, L’originale mostrarsi, è un’indagine acuta e profonda sulle molteplici manifestazioni della solitudine (svariate ma pur sempre riconducibili all’idea di un unico essenziale isolamento [n.d.r.] ); la seconda, Remedia, (come il nome stesso suggerisce) si prefigge d’indicare ciò che si potrebbe fare per trovare espedienti che neutralizzino, in qualche modo, gli effetti negativi dello stare da soli.
Per completezza, citerò – anche di quest’ultima sezione – qualche breve passo: “Aprite le finestre, gente sola: / nelle crepe del muro c’è la prima / vïola.” – “Potresti chiamare qualcuno / sentire il suono di una voce umana / di una persona viva, magari in viva voce.” – “Inventarti una storia appassionata / se appena ti sorride la barista.”.
Anche qui, dunque, ci troviamo di fronte a composizioni brevi, se non brevissime. È giunto perciò il momento di fornire una mia personale interpretazione: c’è, in queste poesie, la volontà di essere conciso, ermetico, a volte, finanche aforistico. Ritengo naturale la scelta, dal momento in cui il tema trattato non si presta né a diffusioni né ad effusioni, ma il risultato non è quello di un’opera disgregata poiché – a ben vedere – le tessere sono tenute insieme da un filo conduttore che completa il mosaico.
Non mi resta che augurare una buona lettura a tutti, in particolare a coloro che non hanno paura di restare soli con se stessi e desiderano approfondire il colloquio con l’altro sé attraverso la consapevolezza – come sostiene, parafrasandolo, Dainotti in chiusura – che si possono accettare i consigli, ma ciascuno di noi è in grado di sbagliare da solo.
Leggi anche:



