Relazione critica
ULISSE E LA SUA ISOLA: LA PAROLA AVVOLGENTE E INNAMORATA DI NAZARIO PARDINI
Nazario Pardini – poeta e scrittore di raffinata sensibilità nonché intellettuale onesto dalla lunga e sicura frequentazione letteraria – ci fa dono, graditissimo, di due raccolte in versi: Alla volta di Leucade e Canti d’amore che – crediamo – possano efficacemente compendiare l’intero e non certo esiguo spazio della sua poetica.
Abbiamo letto i libri con l’attenzione, razionale ed emotiva, che merita una scrittura genuina, avvolgente, priva di fronzoli qual’è quella del Nostro. E ci siamo resi conto che, nonostante la distanza temporale che le separa, le due opere sono legate da un invisibile filo conduttore che, pure, permette di stabilire dei nessi, di rinvenire gli specimina di questo canto. Così, seguendo l’ordine cronologico, ci siamo occupati, per primo, del testo la cui pubblicazione si colloca sul finire dell’ultimo millennio.
Alla volta di Leucade è un volume complesso ma non nel senso di una qualche complicatezza o difficoltà, tutt’altro, la sua fruizione è agevole, decisamente accessibile; la complessità è, qui, piuttosto, sinonimo di molteplicità. Ci spieghiamo: Pardini mostra – in queste pagine – d’essere in grado di spaziare senza mai venir meno ai presupposti, alle ragioni profonde della sua poetica, riuscendo a mettere in atto un trasferimento: la riproposizione dei temi a lui più cari sotto diverse angolazioni in modo tale che “l’afflato rurale – come sostiene Vittorio Vettori in sede di presentazione – travalic(hi) ogni limite di provincia, ricollegandosi. . ., nel segno catartico di quella solitudine che ha in sé la forza catartica della comunione, all’ideologia metafisica dell’Impero”. Il fatto stesso che l’opera si sviluppi distendendosi nelle sezioni che vanno dai Canti liguri, contenuti in Stagioni, ai Poemetti serali; dai Canti arcaici alla Fuga da Settembre è già una chiara conferma della buona disposizione dell’autore ad amplificare, quanto più sia possibile, il proprio respiro.
Ma di cosa si nutre questa inspirazione-espirazione? Cos’è che il poeta introduce dentro di sé per, poi, dare voce ed anima alle proprie sensazioni? “Un rapporto diretto e appassionato con l’ordine naturale è alla base della (sua) formazione, è sostanza delle sue radici paesano-campagnole” – afferma Floriano Romboli in una postfazione (sulla quale torneremo ancora) di rara bellezza ed efficacia –; l’inclinazione dello spirito ad una non celata malinconia dai toni tipicamente autunnali e, su tutto, “quel fascino seducente della memoria. . . che pervade l’intera raccolta e ne garantisce la compattezza strutturale” (di nuovo, dalla postfazione).
Sono, senza dubbio, questi gli elementi su cui si fonda la scrittura di Alla volta di Leucade; si pensi – e valgano d’esempio – ai musicalissimi versi de Lo stradone di scuola, lirica compresa in Fuga da Settembre e, forse, in assoluto tra le più belle: “Che lanciavamo sassi ti ricordi? / Erano così veloci che anche i falchi / restavano di stucco nel sentirli / sibilare nell’aria. Si sperdevano / e ancora non li ho visti ricadere. / Senz’altro hanno percorso un bel tragitto / se dura più del tempo di una vita. / . . . . / . . . Mi provo, / quando nessuno vede, ad impugnare / un cimelio di fionda. Da un tuo ciglio / miro dritto alle cime e scaglio il sasso, / ma guardo attorno e quasi mi vergogno / per come vola basso e poi ricade. . .”.
C’è, però, un aspetto molto importante da porre in evidenza che salva il recupero memoriale pardiniano dal rischio di crogiolarsi nell’inevitabile senso di perdita ad esso connesso. Ci stiamo riferendo a quanto è implicito nel titolo stesso: partire per raggiungere l’isola, quello scoglio da cui gettarsi in mare, dopo essere fuggito da Settembre, “mese addolorato”, non concede al Nostro né la morte né l’oblio “ma solo la ricchezza / d’immagini feconde rivissute / da un’anima al di sopra delle povere / storie del giorno. . .”. Ecco, allora, che il ricordo, il salto, il volo non è motivo di dispersione parziale o definitiva bensì di perpetuità: “. . . E ti rivissi vita, / con un sentire lieve e tanto amato / che in ogni fatto lieto o meno lieto, / ma scampato, vidi un superbo dono.”.
Se, dunque, da un lato la memoria può essere un valido aiuto quando prevale l’amarezza e la malinconia, dall’altro finisce ineluttabilmente col porre l’uomo di fronte agli eterni interrogativi correlati alla sua specifica condizione. Tanto intensamente il poeta avverte l’umana lacerazione da arrivare a chiedersi se valga “di più restare immoti nella stasi / di un eterno sereno che provare / il dolce senso del dolore umano”. E la risposta – ancora una volta – è quella della vita, quella del ritorno di Ulisse ad Itaca, quella delle sue sagge parole: “Se il mio destino vuole che ritorni / ai familiari usi ed ai barlumi / dell’isola agognata, porterò / con me più luminoso il cielo.”. Ma la sfida “è sempre aperta”: “come restare indifferenti – dice Floriano Romboli – all’impulso vitalistico che da tanti secoli l’Ulisse omerico e post-omerico ci trasmette?”. Non si può, non può sopirsi nell’anima “la voglia del viaggio” sia che questo equivalga a “. . . tornare / nuovi. O superbi spegnerci per via.”.
Ne siamo convinti: è l’ulissismo, in Pardini, a giocare il ruolo preponderante; ed è il medesimo spirito, la medesima sete di conoscenza a tessere il filo – di cui si parlava in apertura – per mezzo del quale è possibile riscontrare quella coerenza, quella continuità creativa che è poi la base del suo e di ogni autentico fare poesia. Già, il vero poeta è sempre fedele ai suoi principi ispiratori; certo, l’arte sua s’evolve, s’affina, matura ma mai gli farà rinnegare le sorgenti del canto. Dalla stessa polla sgorgano, quindi, come tanti rivi anche le liriche successive, raccolte sotto il titolo di Canti d’amore e, sebbene esplicito, ciò non toglie che il tema venga trattato – in funzione di quella capacità di spaziare di cui si è detto – con estremo riguardo, appunto, alle priorità, agli stimoli dettati dalle convinzioni più radicate e tenaci.
Ci sono molti passi che dimostrano la costante attenzione riservata all’incessante fluire della vita, e l’amore non può, come tutto, che esservi immerso: “Tanto vale (allora) abbandonarsi alla corrente, / ai flutti che trascinano / i nostri pensieri nel vuoto azzurro.”; tanto vale serbare intatto l’istante che “resta / all’anima aggrappato / ed alla pelle”, l’istante eterno che “né svanisce né muore” sul volto dell’amata “che incolto ancor più / pare divino.”. E’ così che il sentimento amoroso diventa parte integrante della poesia pardiniana, e acquista – a nostro modo di vedere – una valenza che lo eleva al di sopra della nobile, ma pur sempre misera e terrena, esperienza umana. E’, di nuovo, Ulisse, che torna dalla sua Penelope rinnovato e pronto a riprendere il mare, che è consapevole ora del vento che soffia sulle sue vele, a dire: “Ma io ti abbraccio / piccola donna amica dei miei sogni / . . . . / . . . Ed è reale. / Tutto quello nascosto / dalle crepe di un tempo indifferente / ritornerà vivace e colorito. / Io vincerò quel tempo. . .”.
Con queste premesse, “le tematiche erotico-amorose. . . non riguardano solo il femminile, ma il tutto: la natura, la religione, il mondo nella sua misteriosa complessità (v. nota critica di C. Lapusata). La natura, quella delle colline cosparse di uliveti e di vigneti, quella della sua terra pisana si rispecchia ovunque: è bellezza desiderata e amata, è l’immagine delle donne dallo “stampo etrusco” che “mischiano al sole e al cielo / aperto ai campi / volti bruniti / sui capelli smossi.”. I temi nostalgici, ma anche quelli primaverili e solari, che accompagnano le descrizioni naturali sono esemplari e denotano un innamoramento senza riserve, un vincolo di sangue con le albe e i tramonti che si susseguono, risvegliano e addormentano il paese natìo.
Ma – l’abbiamo detto – questa non è parola che si accontenta di restare dentro i confini; ama muoversi liberamente, ama universalizzarsi partendo e tornando al luogo d’origine, è luna piena “sui camini affocati” contro cui “si staglia l’ombra del nibbio” per lo scatto repentino “sul merlo disattento in cuore al leccio”, è l’immagine cara che “con la mano deterger(à) ancora le camelie / asperse dal tatto verginale / d’iniziazione pudica alla vita.”.
E, a proposito di pudore, come non convenire con Aristide La Rocca che proprio nella discrezione trova quella qualità che conferisce al dettato di Pardini “una sorta di autonomia espressiva, di nobile idioma” che mentre “si fa ammirare si tiene a rispettosa distanza” dando voce ad un “tenero bisbiglio” percorso dalla memoria.
Quest’ultima considerazione ci proietta, quasi senza accorgercene, sul versante formale: siamo al cospetto (sia per l’uno che per l’altro volume) di un versificare elegantissimo: il ricorso al metro tradizionale, l’endecasillabo, non è mai manieristico ma sempre sostenuto dalla necessità che il canto sia il più equilibrato ed armonico possibile (“ciò che subito si avverte dalla lettura. . . è la grande musicalità che promana dai suoi versi”, v. nota critica di E. Andriuoli). Alla stessa esigenza rispondono le figure retoriche e, non di rado, l’uso dell’enjambement che contribuisce, a nostro avviso, in modo determinante, alla fluidità ed al felice dispiegarsi dell’elaborazione poetica.
Cos’altro aggiungere se non ringraziare l’autore per averci offerto l’opportunità d’ascoltare una voce, troppo spesso mistificata, che riconosciamo distintamente come l’unica, inconfondibile voce del vero. Saremo di parte, ma quando s’incontra un poeta come Pardini ci si sente più vivi e meno esposti ai soprusi di chi, ogni giorno, fa di tutto per offendere la poesia.
Nazario Pardini. Alla volta di Leucade. Mauro Baroni Ed. Viareggio-Lucca. 1999. Pp.128. € 9,30 – Canti d’amore. Book Sprint Ed. 2010. Pp.86. € 7,00.
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