Un viaggio insospettabile tra miti antichi, ibridi attuali e futuri che attraversa i millenni. Dal mito del Minotauro e dei mostri antichi alle startup robotiche e alle biotecnologie di oggi. L’articolo esplora come l’umanità abbia sempre cercato di superare i propri confini biologici, passando dalle creature immaginarie del passato ai robot umanoidi e alle interfacce cervello-computer del presente. Un’indagine sul transumanesimo, sulla bioetica e sul sottile confine tra curare e potenziare, guidati dal “filo di Arianna” dell’etica.
Apriamo uno squarcio sulle domande che verranno.
A Cnosso le colonne sono rosse e nere nella ricostruzione che oggi restituisce l’immagine del grande palazzo cretese: più larghe in alto e più strette verso il basso, quasi il contrario di ciò che ci aspetteremmo da una colonna. Intorno ci sono scale, cortili, stanze che si aprono in altre stanze e passaggi che sembrano portare da qualche parte e invece ne generano altri.
Il Labirinto di Dedalo appartiene al mito e nessun archeologo serio identificherebbe semplicemente il palazzo di Cnosso con la costruzione nella quale Minosse avrebbe fatto rinchiudere il Minotauro. Tuttavia ci sono luoghi che, a un certo punto, smettono di appartenere soltanto alla geografia: entrano nell’immaginario e lì continuano a esistere molto più a lungo delle pietre. Cnosso è uno di questi. Da qualche parte sotto quel palazzo, da tremila anni, continua a respirare una di quelle creature impossibili che non è mai esistita: il Minotauro, uomo e toro insieme. È una figura che non appartiene interamente a nessuna delle due specie dalle quali l’immaginazione l’ha composta, e forse la sua mostruosità comincia proprio lì, non nell’aspetto, nelle corna o nella forza, ma nella violazione di una categoria. È qualcosa che non dovrebbe esserci.

Per nasconderlo occorre un’invenzione straordinaria, il Labirinto, e Minosse si rivolge a Dedalo: non a un guerriero, ma a un inventore. All’inizio della storia ci sono dunque già una di queste creature impossibili, una tecnologia capace di costruire l’impossibile e il problema di stabilire un confine.
Il Minotauro, però, è soltanto uno dei moltissimi esseri con i quali l’umanità ha popolato per millenni ciò che non riusciva a spiegare, o forse ciò che non riusciva ad accettare nella forma in cui la natura glielo aveva consegnato. Pan, i satiri e poi i fauni oscillano tra umano e animale; le Arpie hanno volto di donna e corpo d’uccello; le Sirene più antiche non sono ancora le seducenti donne-pesce dell’immaginario successivo, ma creature alate la cui terrifica essenza risiede nella voce. La Sfinge spinge il gioco ancora più lontano con volto umano, corpo leonino e ali d’uccello: non le basta un’anatomia impossibile, ma pone enigmi, rivelandosi insieme animale, donna, forza e intelligenza — una crasi di qualità differenti.
Forse l’ibrido mitologico nasce proprio da questa insufficienza: un solo essere conosciuto non basta a rappresentare ciò che si vuole raccontare, dunque bisogna prenderne due, tre o talvolta di più, mescolarli, aggiungere qualcosa e superare il limite.
Attraversando il Mediterraneo, il confine tra umano e animale diventa ancora più sorprendente. Nell’antico Egitto quella che ai nostri occhi appare come una contaminazione entra direttamente nell’iconografia del divino: Horus porta la testa del falco, Anubi quella di un canide, Thot quella dell’ibis, Sobek quella del coccodrillo, Sekhmet ha il volto della leonessa e Hathor può apparire come vacca oppure come donna con corna bovine che racchiudono il disco solare. Non sono naturalmente “ibridi” nel significato biologico moderno della parola, ma immagini simboliche. Il meccanismo dell’immaginazione è affascinante: per rappresentare qualità che eccedono l’umano, il corpo umano viene associato a ciò che umano non è, come la vista del falco, la potenza della leonessa o la forza del coccodrillo. L’impossibile, dunque, non è necessariamente mostruoso: può essere sacro, sapiente e perfino superiore all’uomo.

Poi arrivano i centauri. Forse nessuna creatura immaginaria ha saputo fondere due anatomie con altrettanta naturalezza: nel centauro uomo e cavallo non sembrano quasi più due esseri ricomposti. Dopo secoli di statue, affreschi e racconti, quella forma è diventata così familiare che quasi dimentichiamo che nessun essere simile ha mai galoppato sulla Terra. Anche qui il mito si diverte a complicare le categorie: se molti centauri rappresentano l’istinto, l’ebbrezza e la violenza, Chirone è sapiente, educatore, conoscitore della medicina e maestro degli eroi. L’ibrido non è necessariamente il mostro; anzi, può possedere qualità che l’uomo da solo non possiede.
Per migliaia di anni è rimasto un gioco dell’immaginazione. L’umanità ha preso uomini, tori, cavalli, capre, leoni, serpenti, pesci e uccelli, li ha divisi e ricomposti, ha aggiunto ali, code, artigli e corna, collocandoli nei boschi, nel fondo del mare, davanti ai templi, nell’oltretomba e persino tra gli dèi. Poi, in questo antichissimo bestiario dove il mito cambia materia, è entrato un materiale nuovo: il ferro.
Una creatura supera i due metri di altezza: ha quattro zampe, un torso vagamente umano, due arti superiori e una testa caprina sormontata da grandi corna. Potrebbe essere una scultura contemporanea, il fotogramma di un film distopico o un centauro reinventato da qualcuno con una fantasia particolarmente cupa. Potrebbe, ma questa volta no.
Si chiama Threehalves ed è un robot in sviluppo da Satyress, startup californiana che nell’estate del 2026 lo ha portato all’attenzione del pubblico. La stessa azienda lo definisce un centaur chassis: circa sette piedi di altezza (poco più di due metri), struttura quadrupede, busto e arti superiori antropomorfi. È concepito soprattutto per essere teleoperato — comandato a distanza da un essere umano come avviene con molti droni e robot remoti — in modo che competenza e decisione restino alla persona mentre la macchina affronta condizioni nelle quali un corpo biologico sarebbe esposto a temperature estreme, oscurità, incidenti, sostanze pericolose o rischio di morte. Satyress usa un’espressione che sembra già appartenere al vocabolario del futuro: dare ai lavoratori dei “superpoteri”. Il progetto è però ancora in sviluppo e non è una macchina commerciale già diffusamente operativa.
Anche le quattro zampe hanno meno a che fare con la mitologia di quanto sembri. Una piattaforma quadrupede offre maggiore stabilità di una bipede, soprattutto quando il terreno è irregolare; in fondo, qualcosa di questa elementare geometria lo conoscevano bene anche gli alpini affidandosi ai muli per muoversi e trasportare carichi dove altri mezzi diventavano inutilizzabili. Nel robot, giunti frenati e sistemi di blocco aumentano inoltre la stabilità e la sicurezza in caso di perdita del controllo dei motori. Sopra, invece, rimangono torso e braccia simili a quelli umani: utensili e ambienti di lavoro sono stati costruiti intorno alla nostra anatomia, e conservarne una parte rende più intuitiva la teleoperazione.
Ma Threehalves non ha mani: ai polsi ci sono innesti rapidi ai quali collegare direttamente gli utensili, come una motosega, un avvitatore a impulsi o altri strumenti, fornendo alle attrezzature energia elettrica e aria compressa. La mano, meraviglioso prodotto di milioni di anni di evoluzione, qui può diventare superflua: se deve soltanto trattenere uno strumento, tanto vale che lo strumento diventi direttamente l’estremità del braccio.
Ed è forse qui che Threehalves diventa davvero interessante. Non è un ibrido biologico che mescola specie viventi, ma è un ibrido iconografico e funzionale che riunisce nello stesso corpo artificiale anatomie, immaginari e funzioni differenti: quadrupede come un animale, torso antropomorfo, arti costruiti per il lavoro umano, utensili che sostituiscono le mani e una testa caprina appartenente a un immaginario che arriva da molto più lontano della robotica. È come se il progettista non si fosse domandato quale creatura esistesse già in natura, ma quale combinazione di forme fosse più utile allo scopo: quattro gambe anziché due per avere più stabilità, l’utensile al posto delle mani, e l’essere umano al riparo mentre opera un corpo artificiale resistente al fuoco, al gelo o alla contaminazione. L’essere artificiale non deve più necessariamente imitare l’uomo: può selezionarne alcune caratteristiche, abbandonarne altre e aggiungerne di nuove.
E poi c’è la testa caprina, angolosa, cornuta — una testa che sembra arrivata da un repertorio di creature infernali molto prima che da un’officina californiana. A che serve? Satyress non attribuisce pubblicamente una necessità ingegneristica a quella particolare estetica, ma le corna nascondono una curiosità sorprendente. L’azienda dichiara apertamente che una macchina di quelle dimensioni, dotata di forza e mobilità considerevoli, richiede sistemi di sicurezza fisici. Threehalves viene fortemente rallentato dal passaggio attraverso una normale porta pedonale americana e non può manovrare liberamente in corridoi particolarmente stretti; se necessario, possono essere montate corna più larghe proprio per impedirgli fisicamente di attraversare le porte destinate alle persone, mentre freni e blocchi lo immobilizzano in caso di perdita della pressione del sistema.
È difficile resistere alla coincidenza narrativa: l’uomo costruisce la creatura e contemporaneamente progetta il limite che non dovrà oltrepassare, mettendole addirittura le corna per impedirle di passare una soglia. A Cnosso, nel mito, Dedalo aveva costruito un’intera architettura attorno al Minotauro, mentre oggi basta una porta.
Naturalmente Threehalves non è un Minotauro e non esiste alcun motivo per trasformare un progetto robotico in un presagio sinistro, ma la domanda che emerge è sorprendentemente antica: come si costruisce qualcosa capace di superare alcuni limiti dell’uomo senza perdere la capacità di stabilire altri limiti? Soprattutto, Threehalves è ancora rassicurante per una ragione fondamentale: la creatura è là, l’uomo è qua, e il confine è ancora visibile.
Ma non è sempre così, specialmente quando il confine entra nel corpo. L’ibrido del futuro viene spesso immaginato come un essere metà carne e metà metallo: è un’immagine spettacolare ed è anche un buon modo per non accorgersi che, in un senso molto meno cinematografico, l’integrazione tra organismo e tecnologia è già cominciata da tempo.
Basta partire da qualcosa di talmente comune da non farci più alcun effetto: la cataratta. Quando il cristallino naturale dell’occhio diventa opaco, durante l’intervento viene rimosso e sostituito con una lente intraoculare artificiale, la IOL (Intraocular Lens). Un piccolo dispositivo rimane stabilmente dentro l’occhio e ne sostituisce una parte naturale perché la visione possa essere recuperata. È una pratica così familiare che difficilmente qualcuno la assocerebbe all’idea di un uomo “integrato” con la tecnologia, eppure il principio è già lì.
Poi ci sono dispositivi che intervengono sul cuore, protesi che sostituiscono arti e impianti cocleari che trasformano il suono in segnali elettrici destinati al nervo uditivo. Nella stimolazione cerebrale profonda, elettrodi impiantati inviano impulsi elettrici a specifiche aree del cervello per trattare i sintomi di alcune patologie neurologiche. Non si tratta di ibridazione biologica e sarebbe improprio confondere i termini, ma se parliamo di integrazione funzionale tra organismo e tecnologia, il confine non coincide più necessariamente con la pelle.
E qui compare una figura che sembra appartenere a un’altra epoca, ma che quell’epoca l’ha lasciata appena ieri: Stephen Hawking. Per molti anni, quando la malattia gli aveva ormai sottratto quasi completamente la possibilità di parlare e muoversi, Hawking continuò a studiare, scrivere e comunicare attraverso una delle tecnologie assistive più avanzate del suo tempo — parole che oggi fanno quasi impressione. Un piccolo sensore a infrarossi montato sugli occhiali rilevava il movimento di un muscolo della guancia, funzionando come un interruttore che gli permetteva di selezionare sul computer lettere, parole e comandi attraverso il sistema ACAT sviluppato con Intel. Una volta composto il testo, il sintetizzatore vocale lo trasformava nella voce elettronica che il mondo intero avrebbe riconosciuto come la sua. Hawking stesso descrisse quel funzionamento con grande precisione: non era un collegamento diretto fra cervello e computer, ed è proprio questo a renderlo un ponte straordinario, poiché il segnale partiva ancora da un movimento del corpo, minuscolo ma sufficiente.
Hawking non fece in tempo a vedere maturare le tecnologie che oggi stanno tentando di eliminare persino quel passaggio intermedio. Le interfacce cervello-computer (BCI, Brain-Computer Interface) possono infatti rilevare segnali dell’attività cerebrale e tradurli in comandi per un dispositivo esterno. Nel 2025 ricercatori sostenuti dai National Institutes of Health statunitensi hanno descritto un sistema sperimentale capace di trasformare rapidamente l’attività cerebrale in parole udibili in una persona che aveva perso la possibilità di parlare a causa della paralisi, mentre altri studi stanno sperimentando persino la decodifica del linguaggio immaginato internamente. Siamo ancora nella ricerca sperimentale e non in tecnologie di uso comune, ma il salto concettuale è enorme: in pochissimi anni il segnale è passato dalla guancia al cervello, e quel “del suo tempo” sembra improvvisamente lontanissimo.
Non è nato il centauro, ma corpo, nervi, elettronica e algoritmi hanno già imparato a parlarsi, e la parola decisiva a questo punto potrebbe non essere più sostituire, bensì aumentare. Finché una tecnologia restituisce ciò che una malattia o un incidente hanno sottratto, il percorso appare relativamente chiaro: una protesi restituisce movimento, un impianto riapre una via percettiva e una neuroprotesi tenta di recuperare una capacità perduta. Ma il corridoio immediatamente successivo pone una domanda diversa: perché fermarsi a ciò che l’uomo possedeva prima?
Se una mano artificiale potrà un giorno raggiungere le prestazioni di quella biologica, perché non renderla più forte o più precisa? Se un sensore può restituire una percezione perduta, perché limitarlo alle frequenze che la nostra evoluzione ha deciso di farci percepire? Se un’interfaccia può trasferire un comando dal cervello a una macchina, quanto lontano potrà trovarsi quella macchina? È qui che terapia e potenziamento cominciano a separarsi, ed è qui che il Labirinto apre il primo vero bivio: curare oppure aumentare.
C’è poi una forma di estensione molto meno visibile che non riguarda le gambe, le mani o gli occhi, ma la mente. Nel 1998 i filosofi Andy Clark e David Chalmers proposero la celebre idea della mente estesa: in determinate condizioni, strutture esterne possono diventare parte del sistema attraverso il quale ricordiamo, ragioniamo e agiamo. Il loro esempio diventato classico era quasi disarmante nella sua semplicità — un taccuino. La tesi è stata molto discussa e non significa che ogni strumento utilizzato da una persona diventi automaticamente parte della sua mente, ma apre una domanda che oggi appare molto meno astratta di allora: dove termina lo strumento e dove comincia il processo cognitivo che lo utilizza?
Dopo il taccuino sono arrivati il telefono, il navigatore, gli archivi digitali e i motori di ricerca; poi sono arrivate le intelligenze artificiali generative. Non sono “protesi cognitive” nel significato medico del termine, ma possono funzionare come estensioni operative del pensiero: strumenti con cui recuperare informazioni, verificare ipotesi, creare connessioni, tradurre, calcolare, simulare e confrontare possibilità. L’integrazione, allora, può non avere neppure bisogno di una vite, di un elettrodo o di una cicatrice, poiché può avvenire nel modo in cui distribuiamo alcune nostre funzioni fra la mente e ciò che la circonda. È una forma assai più sottile del centauro di ferro: Threehalves si vede, mentre una mente che ha incorporato nelle proprie abitudini una memoria esterna o una seconda intelligenza con cui dialogare, no. (Threehalves è un robot centauro sviluppato dalla startup californiana Satyress). Questo robot ha una struttura ibrida, con un torso umanoide e una base quadrupede, progettato per intervenire in situazioni di emergenza, come incendi boschivi e macerie).
Qualche corridoio più avanti ci si può concedere il privilegio che apparteneva a Jules Verne: non quello di indovinare il futuro, ma quello molto più audace di prendere qualcosa che esiste e spingerlo oltre il confine del presente. Da qui in avanti non ci sono profezie, ci sono esperimenti mentali.
Un chirurgo potrebbe avere ancora le proprie mani, ma vedere sovrapposte al corpo del paziente strutture anatomiche, immagini e parametri che l’occhio nudo non potrebbe percepire, oppure le sue mani potrebbero terminare funzionalmente in strumenti robotici capaci di movimenti più piccoli e precisi dei suoi. Un soccorritore potrebbe entrare in un edificio in fiamme senza entrarci affatto, prestando vista, intenzione e capacità di giudizio a un corpo artificiale che resiste dove il proprio non potrebbe. Un tecnico potrebbe operare sotto l’oceano rimanendo su una nave, così come un astronauta potrebbe camminare sulla superficie di un pianeta attraverso un corpo remoto mentre il proprio rimane al riparo dalle radiazioni e dalle temperature estreme. Un essere umano potrebbe acquisire sensori capaci di tradurre l’infrarosso o l’ultravioletto in informazioni utilizzabili dal cervello, oppure un arto potrebbe non limitarsi a sostituire quello perduto, ma essere progettato per una forza, una resistenza o una precisione che l’evoluzione non ha mai dato alla nostra specie.
E poi c’è il corridoio militare, inevitabile ogni volta che una tecnologia aumenta una capacità umana: un soldato protetto da strutture meccaniche più resistenti del proprio corpo, dotato di sensori che estendono la percezione e forse, spingendo ancora più lontano l’immaginazione, una struttura di mobilità che non abbia neppure bisogno di rispettare l’anatomia bipede. Il soldato con i cingoli appartiene ancora alla provocazione, ma la domanda che lo precede non è più fantascientifica: quali limiti del corpo umano decideremo di conservare, e soprattutto chi lo deciderà? La medicina, il mercato, la necessità, gli eserciti o il desiderio personale?
Se esistesse un potenziamento sicuro che permettesse di vedere meglio, lavorare più a lungo o imparare più rapidamente, rimarrebbe davvero una libera scelta? Se un lavoratore aumentato diventasse più produttivo, quello rimasto biologicamente “normale” potrebbe continuare a competere? Se un esercito adottasse determinate forme di potenziamento, gli altri potrebbero permettersi di non farlo?
Il futuro potrebbe produrre uno dei paradossi più strani: la creatura insolita potrebbe non essere più l’uomo aumentato, ma l’uomo che ha scelto di restare com’era. Ed ecco che il problema smette di essere soltanto tecnologico per diventare sociale, politico, economico e profondamente umano. Ma per ora abbiamo percorso soprattutto il corridoio del ferro: il Labirinto ne contiene un altro, ed è fatto di carne, ovvero quando la chimera entra nel laboratorio.
La parola chimera appartiene al mito, ma appartiene anche alla scienza, e questa volta non per metafora. In biologia, una chimera è un organismo che contiene popolazioni cellulari provenienti da fonti geneticamente differenti; nelle chimere interspecifiche quelle popolazioni possono appartenere a specie diverse. La International Society for Stem Cell Research invita espressamente a utilizzare il termine in senso scientifico neutro, distinguendolo dal suo significato mitologico. Il cortocircuito linguistico rimane comunque vertiginoso: dopo migliaia di anni la chimera è uscita dai vasi, dai poemi e dai bassorilievi ed è entrata nel vocabolario del laboratorio.

Naturalmente nessuno sta costruendo una Sfinge o un Minotauro: la ricerca sulle chimere uomo-animale riguarda cellule, sviluppo, modelli sperimentali, comprensione delle malattie e, fra le prospettive studiate, la possibilità di produrre specifici tessuti o organi. Proprio perché alcune di queste ricerche attraversano confini particolarmente delicati, le linee guida internazionali prevedono controllo scientifico ed etico e dedicano particolare attenzione ai casi nei quali cellule umane possano contribuire in modo significativo al sistema nervoso centrale o alla linea germinale dell’animale.
Accanto alle chimere c’è la xenotrapiantologia. La definizione della Food and Drug Administration statunitense comprende il trapianto, l’impianto o l’infusione nell’uomo di cellule, tessuti o organi vivi provenienti da animali non umani. Una delle ragioni è drammaticamente concreta: la necessità di organi umani supera largamente la loro disponibilità, e fra le possibilità studiate ci sono organi, cellule e tessuti di origine suina.
Qui il discorso cambia ancora una volta: non si tratta più di un uomo con una macchina, ma di attraversare confini all’interno del vivente. Ed è proprio qui che bisogna resistere alla fantascienza facile: un rene proveniente da un animale e trapiantato in un essere umano non crea un “uomo-maiale”, così come una chimera cellulare non è la reincarnazione scientifica del Minotauro. Le stesse linee guida della ricerca invitano a evitare rappresentazioni sensazionalistiche che attribuiscano alle chimere caratteristiche umane, coscienza o capacità che la scienza attuale non dimostra.
Ma sarebbe altrettanto miope non vedere la domanda che compare dietro queste ricerche: quanto è stabile la definizione di ciò che consideriamo interamente umano? Non perché stia per nascere una di queste creature impossibili di natura biologica, ma perché medicina, genetica, bioingegneria e tecnologia stanno rendendo sempre più numerosi i modi in cui un corpo può essere riparato, integrato, sostenuto e modificato.
Anche qui la storia offre un piccolo campanello. Nel 1996 nacque Dolly, la pecora ottenuta trasferendo il nucleo di una cellula adulta in un ovocita privato del proprio nucleo: prima di allora la clonazione di un mammifero a partire da una cellula somatica adulta apparteneva, per il pubblico, quasi interamente alla fantascienza. Dolly non dimostra affatto che la clonazione umana sia desiderabile, sicura o accettabile, né giustifica fantasie su futuri eserciti di cloni, ma dice qualcosa sulla prudenza con cui dovremmo usare una parola come impossibile.
Ed ecco che Verne può accompagnarci ancora qualche passo: organi coltivati per essere compatibili con un singolo individuo; tessuti biologici e materiali artificiali integrati al punto da rendere meno utile domandarsi quale parte sia “vera” e quale artificiale; sensi aggiuntivi; corpi capaci di tollerare condizioni ambientali per le quali Homo sapiens non è stato selezionato. E poi lo spazio: se un giorno uomini e donne partissero per viaggi talmente lunghi da sapere che non torneranno sulla Terra, non basterebbe più chiedersi come proteggerli durante il viaggio, ma bisognerebbe chiedersi che cosa accadrebbe alle generazioni successive. Come si svilupperebbe un organismo umano concepito e cresciuto con una gravità diversa? Come affronterebbe radiazioni, pressioni, temperature e atmosfere incompatibili con la nostra biologia? Continueremmo per sempre a trasformare l’ambiente per adattarlo all’uomo, oppure, in un futuro molto più lontano, qualcuno comincerebbe a domandarsi se non sia possibile fare anche il contrario, adattando l’uomo all’ambiente?
Qui siamo molto oltre ciò che la scienza può oggi promettere, ma non oltre ciò che può essere domandato. Potrebbero esistere un giorno stazioni o colonie spaziali nelle quali la riproduzione stessa debba essere assistita dalla tecnologia? Potrebbero essere studiate modificazioni biologiche capaci di aumentare la resistenza ad ambienti extraterrestri? Quali sarebbero ereditabili? E, soprattutto, chi avrebbe il diritto di decidere per persone che nascerebbero con quelle modificazioni e non avrebbero mai potuto sceglierle?
Non è necessario credere che tutto questo accadrà, è sufficiente accorgersi che le domande sono diventate formulabili. Ed è questo che rende il futuro così diverso dal mito: gli antichi potevano immaginare qualunque creatura perché non avevano il potere di costruirla, mentre il nostro problema potrebbe diventare esattamente l’opposto.
A questo punto i corridoi del Labirinto sono troppi: riparare oppure potenziare; sostituire oppure aggiungere; restituire un senso perduto oppure crearne uno che Homo sapiens non ha mai posseduto; usare una macchina fuori dal corpo oppure integrarla nel corpo; aumentare forza, precisione e percezione lasciando ogni decisione all’essere umano, oppure accettare che sistemi algoritmici assumano un ruolo crescente anche nelle decisioni; intervenire sul ferro oppure sulle cellule; modificare il singolo o modificare ciò che una società considera normale.
Ogni biforcazione ne produce un’altra. Chi potrà permettersi queste tecnologie? Chi ne possederà i dati? Chi controllerà un dispositivo quando sarà diventato parte indispensabile della vita di qualcuno? Un potenziamento scelto liberamente può diventare, attraverso la concorrenza economica o sociale, una necessità? Esisterà il diritto di aumentarsi, ed esisterà con la stessa forza il diritto di non essere aumentati? Che cosa resterà privato se una tecnologia potrà leggere segnali sempre più vicini all’attività cerebrale? Che cosa significherà autonomia quando lo strumento che aiuta a decidere conoscerà quantità di informazioni che nessun individuo potrebbe possedere?
Sono domande molto più difficili di quella che poneva la Sfinge, perché la Sfinge conosceva la risposta, mentre noi no. E forse soltanto adesso diventa evidente che, durante tutto questo viaggio, il Labirinto non era mai stato lasciato davvero alle spalle: era semplicemente cambiato. Non è più fatto di pietra, è fatto di possibilità.

ARIANNA
Nel mito, quando tutti cercano la forza per affrontare il Minotauro, Arianna porta qualcosa di infinitamente più fragile: un filo. Non combatte la creatura, non abbatte il Labirinto e non impedisce a Teseo di entrarvi, ma gli permette di non perdere la strada.
Forse è una delle immagini più precise che l’antichità ha lasciato per pensare il futuro: l’etica non dovrebbe essere il muro costruito davanti alla conoscenza, né il divieto di entrare nel Labirinto o la paura preventiva di ciò che ancora non esiste. Potrebbe essere il filo che permette di inoltrarsi molto lontano continuando a ricordare il punto da cui si è partiti: dignità, libertà, responsabilità, consenso, equità, identità, il diritto di scegliere e il diritto di rifiutare.
Threehalves porta addosso, quasi grottescamente, una piccola anticipazione di questo problema: grandi corna possono impedirgli di attraversare una porta. Una capacità viene costruita e, nello stesso momento, viene progettato il suo limite. Per le creature future non sarà sempre così semplice, poiché non basterà abbassare una porta o stringere un corridoio: occorrerà decidere quali soglie non debbano essere attraversate, quali possano esserlo soltanto in determinate condizioni e quali, invece, sarebbe ingiusto impedire all’umanità di superare.
Forse i miti non hanno previsto i nostri laboratori, gli elettrodi, gli organi trapiantati tra specie, le intelligenze artificiali, i corpi remoti e i sensori capaci di ampliare la percezione. Hanno fatto qualcosa di più sottile: hanno raccontato con millenni di anticipo il nostro rapporto con il limite. Dedalo è ancora la capacità di costruire, Icaro la vertigine di poter andare oltre, il Minotauro ciò che accade quando le categorie conosciute non bastano più, il Labirinto l’enorme moltiplicarsi delle possibilità, e Arianna ciò che impedisce al viaggio di trasformarsi in smarrimento.
A Cnosso le colonne sono ancora rosse e il Minotauro non c’è mai stato. Eppure, dopo tremila anni, continuiamo a entrare nel suo Labirinto — solo che questa volta tali creature impossibili potrebbero non aspettarci al centro, ma potremmo essere noi a costruirle lungo la strada. E allora la domanda non sarà soltanto fin dove sapremo arrivare, ma se, arrivati molto lontano, avremo ancora il filo in mano.
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