Dalle origini celtiche di Halloween alle tradizioni d’Italia: un viaggio culturale e antropologico alla scoperta dei Riti di Ognissanti e del folklore nazionale, tra storia, cibi rituali e memoria dei defunti.
«Non si spengono mai del tutto le voci di chi abbiamo amato. Basta un giorno, un rito, per sentirle ancora vicine».
L’inizio di novembre porta con sé uno dei passaggi più affascinanti e stratificati dell’anno, in cui il sacro e il profano s’intrecciano senza soluzione di continuità. Mentre la serata del 31 ottobre si è appena conclusa tra maschere, luci e la moderna festosità di Halloween, il calendario ci invita a rallentare e ad addentrarci nel cuore di una tradizione ben più profonda e millenaria. Se Halloween trae le sue radici dall’antica festa celtica di Samhain, la notte in cui il velo tra i mondi si assottigliava per dare il benvenuto al nuovo anno agrario, le giornate dell’1 e del 2 novembre rappresentano la naturale evoluzione spirituale e antropologica di questo bisogno umano di dialogare con l’ignoto. È proprio in questo contesto che affondano le radici i Riti di Ognissanti, capaci di trasformare l’inquietudine per il buio in una liturgia della luce e della memoria.
Ognissanti, celebrato il primo giorno di novembre, nasce come una festa solare e trionfale. Nei primi secoli della cristianità, la celebrazione dei martiri avveniva in primavera, e fu solo nel 609 d.C. che Papa Bonifacio IV consacrò il Pantheon di Roma a tutti i santi, fissando la ricorrenza al 13 maggio. Fu tra l’ottavo e il nono secolo che la Chiesa decise di spostare la data al primo novembre, una scelta strategica per sovrapporsi ai riti pagani del Nord Europa dedicati alla fine dell’estate e all’inizio della stagione buia. In questa giornata non si ricordano soltanto le grandi figure della storia cristiana presenti negli altari, ma si celebra la santità quotidiana, luminosa e invisibile, di tutti coloro che hanno vissuto con amore ed empatia, trasformando la ricorrenza in un inno alla speranza e alla vita.
Il giorno successivo, il due novembre, il tono cambia radicalmente e lo sguardo si sposta dalla gloria del cielo all’intimità delle proprie radici con la Commemorazione dei Defunti. A differenza di Ognissanti, questa festività ha un’origine precisa e documentata, legata alla figura di Sant’Odilone, abate di Cluny, che nel 998 d.C. stabilì che nei monasteri benedettini le campane suonassero a morto subito dopo i vespri del primo novembre per dedicare l’intera giornata seguente alla preghiera per le anime del Purgatorio. Da quel momento la pratica si diffuse in tutto il continente, integrando credenze popolari preesistenti che vedevano nella natura autunnale, ormai spoglia e dormiente, la soglia ideale attraverso cui i cari estinti potessero fare ritorno a casa.
Il folklore italiano custodisce ancora oggi tracce vivissime di questa continuità antropologica tra festa, cibo e ricongiungimento familiare. Esplorando i Riti di Ognissanti nel Lazio e nella capitale, si scopre che in passato le famiglie banchettavano direttamente vicino alle tombe dei propri cari per fare loro compagnia, consumando le fave dei morti, biscotti a base di mandorle la cui forma ricorda proprio la semente antica legata alla terra e al mondo degli spiriti. Un’altra usanza tipica di questo periodo vedeva le persone lasciare la tavola apparecchiata con un lume e del pane dopo cena, affinché le anime dei familiari in visita potessero ristorarsi durante la notte.
Spostandosi in altre regioni, le varianti dei Riti di Ognissanti trovano eco in tutta la penisola. In Sicilia si racconta ai bambini che siano proprio i defunti a portare in dono durante la notte i tradizionali pupi di zucchero e la frutta martorana, trasformando la nostalgia in un momento di gioia per i più piccoli. In Sardegna la ricerca di dolci e monetine da parte dei bambini per le strade prende il nome di is animas, una forma di questua rituale che richiama l’odierno dolcetto o scherzetto ma che affonda le radici in un patrimonio culturale antichissimo. Tra le pagine della letteratura è stato Giovanni Pascoli a catturare meglio di chiunque altro questa atmosfera con i suoi versi dedicati a novembre, dove il freddo imminente e la caduta delle foglie diventano la cornice per un dialogo poetico e struggente con chi ci ha preceduti.
In questo percorso che va dal brivido giocoso di Halloween alla gloria della festa cristiana, fino al silenzioso abbraccio del giorno dei Morti, l’uomo continua da secoli a compiere lo stesso gesto antico. Accendere una luce nel buio dell’autunno per ricordare a se stesso che il legame con chi abbiamo amato non si spezza con il passare del tempo.
«E finché avremo una luce da accendere e un ricordo da custodire, la morte non sarà mai un addio, ma solo un modo diverso di continuare ad amarci».
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