La barchetta con cui Garibaldi fuggì da Caprera si trova a Collescipoli di Terni.

Nel complesso dell’ex monastero di Santa Cecilia, una piccola imbarcazione, il “beccaccino” di Garibaldi, rievoca la fuga dell’Eroe dei Due Mondi da Caprera nel 1867.

Nel silenzio raccolto del chiostro dell’ex monastero di Santa Cecilia a Collescipoli, piccolo borgo ricco di stratificazioni storiche c’è una barchetta in legno di 4 metri degli anni ’60 dell’800, con il fondo piatto, perfettamente conservata. Questo tipo di imbarcazione si chiama “beccaccino” ed è proprio quella che Garibaldi usò per fuggire dal confino nell’isola di Caprera per andare a liberare Roma.

La scritta ricorda infatti il passaggio del Generale, nel 1867, tra Caprera e l’isola della Maddalena.

La tradizione collega questo tipo di natante a uno degli episodi più noti e avventurosi della biografia garibaldina, la fuga da Caprera nella notte del 14 ottobre 1867.

In quella notte, le acque tra Caprera e La Maddalena erano pattugliate dalle navi della Regia Marina. Garibaldi era sottoposto a stretta sorveglianza poiché il governo italiano temeva una sua nuova iniziativa militare contro Roma e aveva disposto un blocco navale per impedirgli di lasciare l’isola.

Mentre un suo fidato collaboratore, vestito con il celebre poncho, tentava di ingannare le guardie, il Generale si allontanava silenziosamente lungo i sentieri interni dell’isola, dirigendosi verso la costa.

Raggiunta una piccola insenatura, si sarebbe imbarcato su una modesta imbarcazione, leggera e discreta, identificata come beccaccino. La traversata avvenne nel massimo silenzio, sfruttando l’oscurità della notte per evitare i controlli.

Si racconta che Garibaldi si fosse disteso sul fondo della barca per non essere individuato durante l’attraversamento del Canale della Moneta, il breve tratto di mare che separa Caprera dall’isola della Maddalena.

Una volta raggiunta la costa, la fuga proseguì grazie all’aiuto di sostenitori locali, permettendo al Generale di raggiungere il continente e riprendere l’iniziativa politica e militare che avrebbe condotto alla campagna del 1867.

Il beccaccino conservato a Collescipoli nel chiostro di Santa Cecilia si inserisce nella tradizione garibaldina come testimonianza evocativa di quell’episodio.

La presenza del beccaccino arricchisce il valore culturale del complesso, offrendo ai visitatori uno spunto di riflessione sul rapporto tra territori e grandi eventi storici. Collescipoli si rivela così un nodo significativo di memorie diffuse, capace di custodire tracce del più ampio racconto risorgimentale.

Interno del beccaccino in legno esposto nel chiostro di Santa Cecilia a Collescipoli

Il borgo fu terra di volontari, giovani e giovanissimi che presero parte alle imprese di Giuseppe Garibaldi contribuendo al processo di unificazione nazionale. Collescipoli ha dato i natali a Giovanni Froscianti (18111885), che fu con l’Eroe dei Due Mondi in tutte le battaglie e ne fu anche il segretario a Caprera.

Secondo la tradizione locale, il beccaccino sarebbe stato donato dallo stesso Garibaldi alla famiglia Barberini, in segno di riconoscenza per l’aiuto ricevuto durante la fuga del 1867, alla quale avrebbero contribuito anche sostenitori provenienti dal territorio ternano. Successivamente, l’imbarcazione sarebbe stata ceduta al Comune di Terni, divenendo parte di un patrimonio che lega il territorio alla grande storia nazionale.

Tra storia documentata e memoria tramandata, questo episodio conserva ancora oggi il fascino delle imprese compiute ai limiti dell’impossibile.

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Beccaccino storico esposto nel chiostro dell’ex monastero di Santa Cecilia a Collescipoli, legato alla tradizione garibaldina
Beccaccino storico esposto nel chiostro dell’ex monastero di Santa Cecilia a Collescipoli, legato alla tradizione garibaldina

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