Un ritratto intimo, arguto e malinconico dedicato a Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salustri, il poeta che ha saputo trasformare il dialetto romanesco nello specchio del proprio tempo. Questo articolo ripercorre la vita e l’opera dell’artista tra salotti e osterie di Roma, esplorando la sua visione disincantata dell’amore, lo straordinario successo di pubblico mai del tutto compreso dalla critica e la satira pungente rivolta all’ipocrisia del potere. Dalla morale delle sue celebri favole agli aforismi di saggezza popolare, fino alla fedeltà di Rosa Tomei e all’eredità custodita a Trastevere, emerge la figura di un uomo capace di divertire il popolo nascondendo, dietro un’allegria di cartapesta, una profonda bussola morale e una sincera compassione per la fragilità umana.
In Via Maria Adelaide, su un fabbricato pubblico restaurato una terntina di anni fa, tra infissi d’alluminio e vetri blindati, spunta una lapide che ci ricorda che lì c’era lo studio di Trilussa. V’è incisa una delle sue liriche più toccanti:
La strada è lunga, ma er deppiù l’ho fatto
so dov’arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l’anima serena
der savio che s’ammaschera da matto.
Nato nel 1871 e morto nel 1950, Carlo Alberto Camillo Salustri, in arte Trilussa, è sempre vissuto a Roma, apprezzando occasionalmente piacevoli soggiorni in varie città italiane e straniere. Gran frequentatore e animatore di salotti e teatri, ma anche di osterie, caffè e varietà, “corteggiatore” di belle signore”, con le quali amava andare per le passeggiate di Roma, fu certamente un tombeur de femmes, ma anche un ex mammone, un narciso cinico e disincantato. A causa di ciò visse da scapolo fino alla morte:
Anche l’Amore è un’arca
che salva dal silenzio della vita.
Ma, a tempesta finita,
non si sa mai la roba che si sbarca.
Guardate cosa fa dire ad una scimmia a proposito dell’amore degli uomini (e delle donne!):
L’ommo ner fa’ l’amore, è più ideale;
Lo scopo è quello nostro, se capisce:
ma lui cia più maniera e lo condisce
co’ quarche porcheria sentimentale
e co’ ‘na mucchia de parole belle
che però, su per giù, so’ sempre quelle.
La femmina per solito lo fa
per vizzio, per ripicca, per prudenza,
per ambizzione, per riconoscenza,
per interesse, per curiosità,
per un momento de cattivo umore,
e quarche vorta, puro per amore…
oppure
Nella lotta d’amor vince chi fugge;
massimamente si se scappa in due.
e che dire della vedova di due mariti che se ne va in giro portando sul petto un medaglione coi ritratti di tutt’e due, uno per parte?
Li tie’ rinchiusi in un cerchietto d’oro
da una parte e dall’antra, sottovetro:
Gustavo avanti e Benvenuto dietro,
che così nun se vedono fra loro
e ognuno se figura e se consola
d’esse rimpianto da una parte sola.
Del resto una volta, in gioventù, aveva pensato di sposarsi: quando si era recato a chiedere la mano di Nina, scolaretta conosciuta a sedici anni, lo zio, suo tutore, di professione chiromante, lo scambiò per un cliente e, per cinque lire, gli lesse la mano, predicendogli un avvenire di corna e delusioni se si fosse sposato. Ecco la conclusione del sonetto in cui Trilussa descrisse l’episodio:
se nun m’avesse detto
l’avvenire
chi sa, forse a quest’ora…
Quante vorte ho benedetto
quelle cinque lire!
Ciò che Trilussa sapeva fare meglio, e la gente per questo gli voleva bene, era divertire il prossimo, soprattutto il popolo, e quello di Roma prima di ogni altro. Popolo che, sapeva a memoria le sue poesie, le recitava per la strada, le cercava sulle riviste, le declamava insieme in famiglia, cosa che faceva beare il Poeta che, come abbiamo detto era un gran narcisista!
La gente, difatti, incontrandolo lo salutava, offrendogli un bicchiere di “frascati” mentre i vetturini, ben volentieri gli davano passaggi gratis fino allo “studio” dove viveva: una specie di androne dalla volta altissima, tappezzato e morbido, una sorta di compromesso fra l’estetismo di una “corte della bellezza” ed una ricercata residenza decadente col sacro glamour d’una pucciniana soffitta bohémienne.
“Arazzi, canapé, tappeti, quadri, disegni, animali imbalsamati, arredi preteschi, luci soffuse, piccole librerie ordinate, statuette, strumenti musicali; inoltre una vera enormità di fotografie e una grande quantità di caricature”.
Ma a frequentare il Trilussa più quotidiano, specie grazie alle sue camminate giornaliere, vi era una pletora di guardaportone, fantesche, giovani di bottega, uomini di fatica, geni e cucitrici, bottegai, vetturini, osti cioé i personaggi che animavano i suoi versi.
Per Trilussa, il caldo affetto che fin dai primi esordi lo circondò, divenne un’incredibile popolarità che non lo abbandonò mai; ma tutto ciò, non gli fece guadagnare al cuna critica letteraria, giacché in Italia il successo popolare è stato sempre guardato con sospetto da parte di certi principi delle recensioni.
“Il popolo non ha gusti letterari raffinati”, ergo non può decretare veri successi. Ma, il Salustri, sbaragliò l’argine delle critiche ottenendo, con la propria attenta sensibilità di forgiatore della parola italiana e romanesca, l’attenzione dei lettori alla sua poesia “nata in mezzo al popolo”, come amava dire.
Le sue raccolte di poesie ben presto incluse nelle collezioni di un grande editore come Mondadori, ebbero subito un immenso successo. Per le migliaia di copie pubblicate e vendute di ciascuna edizione si poteva parlare di un vero e proprio fenomeno letterario, che per l’Italia aveva del miracoloso. Trilussa fu l’unico fra i poeti italiani, a poter vivere dei suoi “versi”, forse perché nell’Italietta il popolo amava sentirsi spalleggiato e protetto contro i potenti, nascondendosi tra le sue rime.
Spesso, più che la stima, è la prudenza
che ce consija a fa’ la riverenza.
Quanta gente, in politica, ha addoprato
er vecchio lavamano de Pilato.
Ed era, come se, con Lui, ciascuno si sentisse autorizzato a schernire, a ridicolizzare, a smitizzare con un atteggiamento di irriverenza, tutti e tutto. Contenuti semplici, parole alquanto veloci e pungenti, a volte intrise di saggezza popolare; il tutto espresso anche in un romanesco aperto e comprensibile anche a chi romano non era. Lui, porgeva a tutti, il piacere della lingua parlata nella Roma neo capitale d’Italia, dando la possibilità a tanti funzionari venuti da Torino o da Firenze di sciogliere le loro loquele nell’imperante dialetto teverino e papalino. Trilussa, generosamente, ha rappresentato, per tanti immigrati, una serena fase di adattamento; una possibilità, data a tutti, d’impossessarsi del mito di Roma e potersi sentire “civis romanus”.
La Roma, in cui si muove Trilussa, è la nuova capitale, che inizia a diventare il centro burocratico ed amministrativo d’Italia.
Lo struzzo magna più der necessario
perché se crede un arto funzionario.
Nei piani alti del potere, nelle stanze dei bottoni, si inaugurava la stagione sempreverde del trasformismo con un alto numero di piccoli impiegati, segretari, portaborse, portinai, facchini e camerieri: tutta la variegata fauna, immersa nella mentalità piccolo borghese dell’ “italietta”, che si muove intorno ai palazzi del potere e che andrà ben presto a far parte del suo “serraglio”.

La sua vita.
Trilussa è figlio di un cameriere e di una sarta, ma figlioccio del marchese De’ Cinque Quintili che, dopo la precoce morte del padre, ospitò la famiglia nel suo palazzo.
Ed ha, da buon romano, anche il solito zio prete. Par di vederlo, il giovane Carlo Alberto, che dal quinto piano di palazzo De’ Cinque, scruta tutto un brulicare di signore e di gagà. Ascolta, argutamente incuriosito, le confidenze delle signore della buona borghesia che frequentano la sartoria materna. Alzati gli occhi, guardava la biancheria stesa ad asciugare, e più in là i tetti e le mansarde fiorite, le gradazioni del cielo, e con i suoi “fonetici colori”.
Li panni stesi giocano còr vento
Tutti felici d’asciugasse ar ssole:
zinali, sottoveste, bavarole,
fasce, tovaje …Che sbandieramento!
Dopo aver frequentato senza grandi risultati due collegi, nel 1888 il nostro bel giovine, inveendo contro un futuro che non l’attraeva e contro i consigli dello zio prete, abbandonò definitivamente gli studi e di lì a poco iniziò a pubblicare sonetti su riviste locali e, già prima della fine dell‘800, divenne redattore del “Don Chisciotte”.
Da allora, non smise più di scrivere. Presto, per i suoi i sonetti e le sue favole iniziò il successo: venne acclamato prima a Roma, poi in Italia e in Europa e infine anche in Argentina, dove nel 1924 ricevette un’accoglienza trionfale. Amò certamente la vita mondana, quella notturna, le belle donne e la compagnia di uomini intelligenti, anche se i dotti e i pedanti lo infastidivano. Tuttavia, a causa della sua innata capacità di spendersi i soldi presenti e futuri il suo vero chiodo fisso fu proprio la preoccupazione piccolo borghese di arrivare alla fine del mese. La prima battuta che fece alla sua fedele governante Rosa, quando nel ‘50 venne nominato senatore a vita, per gli altissimi meriti letterari, fu: “semo ricchi”.
Ma non ne godette, perché soli venti giorni dopo, con la stessa eleganza con la quale visse, se ne andò. Che beffa! Se fosse nato settant’anni dopo sono certo che oggi Trilussa sarebbe stato talmente ricco da non riuscire a spendere tutti suoi soldi neppure con le mani bucate che sicuramente aveva. Che successo avrebbero avuto le sue apparizioni negli show televisivi, le sue performances di cabarettista, i testi che avrebbe sicuramente scritto per i comici di tv, teatro e cinema!
Rosa Tomei gli fu vicino tutta la vita, in silenziosa adorazione. Alla sua morte lottò (ahimé invano) affinché lo studio non fosse smontato e conservò gelosamente tutte le carte, i disegni e le cose lasciatele dal “sor padrone” vivendo della generosità di amici, ma non vendendo nulla. Morì a cinquant’anni nel ‘66, lasciando tutto all’Istituto di Studi Romani e fornendo la base per l’istituzione del Museo di Trilussa in Trastevere.
Il Poeta “mascherava”, come tanti, le proprie emozioni occultandole, magari dietro ad una lacrima, e tra le risate, toglieva il velo ai buoni sentimenti e alle ideologie di tutti i colori. Rivoltava, smontandoli, dall’ipocrisia anche i buoni propositi per scoprire che “fratellanza” fa sempre rima con “panza”: aristocratici, intellettuali, politici, preti, gente del popolo, ce n’era per tutti. Con la sua pungente satira Trilussa, da buon romano, abituato a vivere tra sacro e profano, ebbe a includere tra i sui versi, anche cose che riguardavano “le nere tonache”, ovvero gli uomini di chiesa, senza mai dissacrarne alcuno.
Don Pietro, er presidente, fa la storia
de come vanno l’organizzazione;
dice: – Co’ li tranvieri va benone,
co’ li scopini è stata una vittoria.
Poi parla de le cariche sociali,
de l’elettori, de l’affari sui,
e de banche e de sconti e de cambiali.
De tutto parla meno che d’Iddio,
e forse er Cristo penserà fra lui
– Se so’ scordati che ce sto’ pur’io!
La sua satira non risparmiava nessuno perché era lui per primo, nei suoi versi, a non prendersi sul serio.
Da allora in poi nasconno li dolori
de dietro a un’allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità
Amò molto, ma con moderazione, il buon vino:
Si me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino,
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia
Dentro a ‘sta boccia trovi er bonumore
che canta l’inni e t’imbandiera er core.
Durante una campagna elettorale i socialisti affissero per tutta Roma le rime de “La cornacchia liberale”, una poesia che conclude così:
Oggi che la coscenza nazzionale
s’adatta a le finzioni de la vita
Oggi ch’er prete è mezzo libberale
e er libberale è mezzo gesuita
se resti mezza bianca e mezza nera
vedrai che t’assicuri la cariera
detto fatto, un’ora dopo i liberali rispondevano, per le rime, con altri versi di Trilussa, quelli de “Er compagno scompagno”
No, no: – rispose er Gatto senza core
io non divido gnente co’ nessuno:
Fo er socialista quanno sto a diggiuno
ma quanno magno so’ conservatore!
Versi, che qualcuno, ingiustamente e con “il senno di poi”, ha giudicato intessuti di malafede e di cinismo. Ma, ogni essere pensante, in tali versi, dovrebbe solo riconoscervi una verità spicciola non smentibile. La coerenza non fa parte, in genere, del corredo cromosomico degli uomini politici. A elezioni tenute, chi fosse il vincitore poco importa, ecco “Er ministro novo”:
Mò va gonfio, impettito, a panza avanti:
nun pare più, dar modo che cammina
ch’ha dovuto inchinasse a tanti e tanti
Inchini e inchini: ha fatto sempre n’arte!
Che novità sarà pe’ quela schina de
sentisse piegà dall’antra parte!
La religiosità
Niente per Trilussa appariva intoccabile, né abbastanza sacro ma, per quanto si accanisse contro i preti, nulla nei suoi versi fu gratuito, volgare o offensivo nei confronti di Dio.
Egli ebbe un’alta idea della divinità: la Fede è qualcosa di puro, di essenziale, attuato, al tempo stesso, con una prassi complicata e macchinosa.
Credo in Dio Padre Onnipotente, ma..
-Ciai quarche dubbio? Tiettelo per te.
La Fede è bella senza li ‘chissà’,
senza li ‘come’ e senza li ‘perché
Lo stile
Il mondo di Trilussa è fatto di “gentaglia e gentarella” con tutte le caratteristiche degli uomini comuni. Ce n’è per tutti, uomini e donne con le loro falsità, la loro fatuità e la loro irriconoscenza per il bene ricevuto.
Il mondo che è immerso nei suoi sonetti spesso presenta un vivere discutibile, gretto, insufficiente. La sua metrica e la sua ritmica sono degni della grande tradizione roma nesca del Belli e la stessa critica gli riconosce una grande perizia, sia lirica che tecnica. Ha, secondo molti, la facoltà di concepire tutto in sonetti; di ridurre il mondo e la vita dentro al suo spadroneggiare, di far quadrare le rime e gli endecasillabi che divengono una sublime canterina espressione: come il cantare dei sampietrini “de via nazionale” sotto alle ruote di una carrozzella di piazza.
Come il Belli, Trilussa è maestro, nel rispetto del “romanesco”, della ferrea cornice del sonetto. Entrambi dipingono quadri vivi ed essenziali, senza superfluità, né ritagli, né sforature, con quei versi precisi e cadenzati nei quali la frase combacia logicamente con l’endecasillabo.
Molti, critici, fin dagli inizi, quasi a denti stretti, dovettero dire che “Trilussa è artista di piccola, ma sicura forza”.
Le “Favole”
La stessa abilità si ritrova nelle favole, concepite in forme più libere rispetto al sonetto con metri e strofe diversi che si mescolano tra loro; cambiano anche i personaggi, che non sono più uomini, ma animali, sempre vittime dei potenti, della loro natura e delle loro meschinerie. Sostanza e la filosofia restano quindi le stesse, anche se alle “bestie” spesso Trilussa riconosce qualità morali superiori a quelle degli uomini: ecco come il porco consola il somaro condotto al macello:
-bisogna esse filosofo, bisogna
je disse er Porco – via nun fa’ lo scemo
ché forse un giorno se ritroveremo
in quarche mortadella de Bologna
Dopo aver riveduto e corretto le favole della tradizione si slanciò nell’invenzione originale con una vera parata di fuochi d’artificio: polli, oche, somari e cavalli, piccioni e aquile, sorci e gatti, leoni, pecore e maiali, tutti intenti a disquisire, a sentenziare, a litigare nel comune segno del tornaconto. Ecco, ad esempio, il dialogo fra l’Aquila Romana e la Lupa chiusa in gabbia, che conclude:
Pur’io, va’ là, ciò fatto un ber guadagno
a fa’ la balia a Remolo! accicoria!
Se avessi da rifa’ la stessa storia
invece d’allattallo me lo magno!
Quanto poi alla differenza originaria fra l’Uomo e le Bestie, ce la dice una Scimmia ne « L’Antenato »:
L’Omo è sceso da la Scimmia:- barbottava un Professore
nun me pare che ‘sta bestia ciabbia fatto troppo onore …
E’ questione de modestia, – je rispose un Ranguttano
l’importante è che la Scimmia nun sia scesa dar cristiano.
E quanto lirismo c’è in questa tartaruga!
Mentre, una notte, se n’annava a spasso,
la vecchia Tartaruga fece er passo
più lungo de la gamba e cascò giù
co’ la casa vortata sottinsù.
Un Rospo je strillò: – Scema che sei!
Queste so’ scappatelle
che costano la pelle …
– Lo so: – rispose lei –
ma, prima de morì, vedo le stelle.
Per non parlare della sana morale della colomba, incidentalmente atterrata in una pozzanghera s’inzaccherò le penne e bonasera.
Un Rospo disse: – Commarella mia,
vedo che, pure tè, caschi ner fango …
-Però nun ce rimango …
– rispose la Colomba. E volò via.
È già satirico rappresentare nella bestia l’uomo con i suoi vizi, ma Trilussa è andato oltre; ha ritratto la bestia come migliore dell’uomo e ha sottolineato come spesso essa ne sia la vittima.
Un gatto soriano diceva a un Barbone:
-Nun porto rispetto
nemmanco ar padrone,
perché a l’occasione
je sgramo la mano;
ma tu che lo lecchi tè becchi le bòtte:
tè mena, tè sfotte,
tè mette in catena
cor muso rinchiuso
e un cerchio cor bollo
sull’osso der collo.
Seconno la moda
tè taja li ricci,
tè spunta la coda …
Che belli capricci!
Io, guarda: so’ un Gatto,
so’ un ladro, lo dico:
ma a me nun s’azzarda de famme ‘ste cose … _
Er Cane rispose:
– Ma io … je so’ amico!
Il lirismo e la saggezza
La sua poetica è vita vissuta, sembra la cronaca de “Il Messaggero”. E, a tal proposito Trilussa raccontava che quando la gente, incontrandolo, gli chiedeva “Come fa? I versi che le vengono se li scrive subito? Non ha paura di dimenticarli”?
Lui rispondeva gentile: “quelli che ho dimenticato non meritavano di essere ricordati”. Proprio il suo “cavalcare” la cronaca, gli fece volutamente evitare i fatti della prima e, più tardi, della seconda guerra mondiale e per questo fu rimproverato da molti critici che gli contestarono molte liriche per il clima “pantofolaro” e familiare. In realtà qualche poesia di tempo di guerra, c’è, come: “Il Natale di guerra” o “ La ninna-nanna de la guerra” che, a riprova del cordone ombelicale che lega Trilussa ai romani, molti anni dopo sarebbe stata musicata da Claudio Baglioni. Scorrere ora quelle poesie vuol dire provare un brivido; fanno pensare allo strazio dei bombardamenti e dei massacri che stanno riempiendo le nostre giornate:
“Sur vecchio campanile der convento
nun c’è la rondinella pellegrina
che canta la canzone der momento:
però, in compenso, romba e s’avvicina
un trimotore da bombardamento”.
Salustri, dietro ai versi trilussiani, avvertiva fin da prima della guerra come il suo non fosse sciocco scetticismo piccolo borghese, o banale e superficiale orrore del macello, ma un senso di smarrimento ben più vasto, unito ad una compassione eterna per la piccolezza umana. Trilussa vive incessantemente “co’ ‘na malinconia”, in una tristezza intrisa d’impotenza. Soffre sempre in prima trincea per la giustizia e la verità. Ed è sempre dalla parte degli uomini perché non cessino mai di immaginarle, di sognarle, di sentirsi pronti per dare loro consistenza in terra.
La sua saggezza traspare da questi aforismi:
L’uomo si crede scaltro quando conquista un altro;
ma il migliore successo è conquistar se stesso.
Quasi sempre chi sacrifica la coscienza a l’ambizione
brucia un albero fruttifero per raccogliere carbone.
Quando l’orgoglio pensa: « Non posso » dice: « Non voglio ».
Talvolta più che il merito è l’imbroglio
che viene incoronato in Campidoglio.
Innanzi a certi ostacoli il caso fa miracoli;
l’apostolo Tommaso fu santo per un caso.
Il caso ci protegge più di qualunque legge.
Per raggiunger certi scopi tutti i mezzi sono buoni:
son parecchi quei leoni che si servono dei topi.
—
Il cane spesso pensa: non è giusto
esser fedele ad un padrone ingiusto.
—
Er vecchio Nano de la pantomina,
pe’ comparì più grande e più importante,
se fece pijà in braccio dar Gigante:
ma diventò più piccolo de prima.
Trilussa (che conservava sul comodino, negandolo, i canti di Leopardi) fu anche un delicato lirico:
Perché ciavemo tutti in fonno ar core
la cantilena d’un ricordo antico
lasciato da ‘na gioia o da un dolore
Versi, tesi per l’ “aere” romano, come ricercate lunghe note “respighiane”; stesi per i vicoli romani, come biancheria splendente al sole; quelle rapide aperture sempre mascherate che fanno capolino in una sera d’estate; quei malinconici parchi e scialletti consunti stretti intorno a spalle magre; tutte immagini che sono come un piacere”de sentì” dolore nella favola che tutti conosciamo:
“Pe’ conto mio la favola più corta
è quella che se chiama Gioventù:
perché c’era una vorta
e adesso non c’è più.
E la più lunga? è quella de la Vita:
la sento raccontà da che sto ar monno,
e un giorno, forse, cascherò dar sonno
prima che sia finita”

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