Nel Parco Archeologico di Manduria riaffiora una tomba monumentale risalente al mondo pre-romano, custode di iscrizioni uniche e reperti legati al culto di Demetra.
La sacerdotessa dei misteri ha riportato alla luce un tesoro dal valore inestimabile nascosto nel Parco Archeologico delle Mura Messapiche a Manduria, in provincia di Taranto, nel cuore della Puglia, in seguito a una straordinaria campagna di scavi conclusasi nell’ottobre del 2026. Gli archeologi hanno identificato una sepoltura monumentale appartenuta proprio a una sacerdotessa di Demetra, rendendo questa eccezionale scoperta una testimonianza diretta e straordinaria sul ruolo di primo piano delle donne nel Salento pre-romano.
Alcune storie rimangono sepolte per oltre duemila anni, in attesa del momento esatto per tornare a parlare. È quello che è successo nel Parco Archeologico delle Mura Messapiche a Manduria, dove dagli scavi è riemersa la Tomba 17. Non un semplice sepolcro antico, ma il santuario privato di una donna che deteneva le chiavi del sacro e del mistero. Gli archeologi hanno identificato la tomba come la dimora eterna di una sacerdotessa consacrata a Demetra, la dea delle messi, dei raccolti e dei cicli di vita e morte. A rendere il ritrovamento un vero e proprio giallo storico sono i dettagli riemersi dall’oscurità della terra. Tra i blocchi di pietra finemente affrescati con vividi motivi pittorici, gli scavatori si sono imbattuti in una grande chiave rituale e in un thymiaterion, un antico bruciaprofumi bronzeo. La chiave non serviva ad aprire porte di legno o scrigni di monete, ma i cancelli sacri dei tempietti sotterranei dedicati ai culti ctonii. (I culti ctonii (dal greco chthónios, che significa “sovrumano”, “terreno” o legato alle profondità della terra) erano religioni e rituali dedicati alle divinità del mondo sotterraneo, della terra e dell’oltretomba, come Demetra, Persefone e Ade. Portarla con sé nell’oltretomba significava mantenere il proprio ruolo di guida spirituale anche oltre la vita. Sul bruciaprofumi venivano invece arse resine pregiate durante cerimonie notturne in cui la sacerdotessa guidava i riti d’iniziazione femminili, avvolta dai fumi aromatici che favorivano il contatto con la divinità.
Il vero colpo di scena riguarda le pareti della camera sepolcrale. I Messapi, l’orgoglioso popolo che abitò la Puglia meridionale prima dell’assimilazione romana, non ci hanno lasciato una letteratura scritta e la loro lingua rimane in buona parte indecifrata. Sui blocchi della tomba sono state scoperte due nitide iscrizioni incise nella pietra. Quando gli archeologi hanno spolverato i caratteri, si sono accorti di trovarsi di fronte a dediche rituali dirette ossia parole pronunciate duemilatrecento anni fa e rimaste intatte nel buio. Si tratta di uno dei rarissimi casi in cui è possibile ascoltare la voce diretta di una comunità antica senza la mediazione degli storici romani.
Per cogliere il valore di questo ritrovamento bisogna ricordare l’unicità dei Messapi. Mentre a Taranto i Greci edificavano colonie tradizionali e relegavano le donne nel gineceo, la società messapica riconosceva alle sue sacerdotesse e alle donne dell’aristocrazia un enorme potere decisionale e un prestigio pubblico straordinario. Fabbricavano tre cerchie di mura ciclopiche per difendere la propria indipendenza e adoravano le divinità della terra legando la spiritualità ai cicli della natura salentina. Oggi la tomba di Manduria rappresenta un ponte diretto verso quell’Italia antica e dimenticata, dove prima di Roma esistevano culti affascinanti e la sacerdotessa dei misteri custodiva le chiavi del divino.
Ti potrebbe interessare:
La delicata responsabilità del trasmettere – IL GIORNALE PRESS

