Dall’epopea country di Cowboy Carter all’imminente rivoluzione rock. Come la più grande popstar del secolo sta usando la sua trilogia discografica per compiere un’audace operazione di archeologia sonora e riappropriazione culturale.
Nella sociologia della cultura pop contemporanea, i generi musicali non sono mai stati semplici etichette stilistiche; sono territori geopolitici, recinti storici costruiti dall’industria discografica del Novecento per separare, categorizzare e, spesso, marginalizzare. Nessun artista oggi ha compreso questa dinamica profonda quanto Beyoncé. Con il monumentale progetto della sua trilogia, la popstar texana sta portando avanti la più grande operazione di black reclamation (riappropriazione culturale) della storia della musica moderna.
Analizzare il percorso di Beyoncé oggi significa guardare oltre il glamour delle classifiche e osservare un’intellettuale pop che usa la discografia come uno strumento di saggistica storica e politica.
Il punto di partenza imprescindibile è il suo ultimo album ufficiale, Cowboy Carter. Quando il disco è uscito, l’impatto è andato ben oltre il successo planetario del singolo Texas Hold ‘Em. Beyoncé ha si “fatto un disco country” ma ha anche compiuto un atto di sabotaggio culturale ai danni di Nashville, la roccaforte di un genere che nell’immaginario collettivo americano è diventato sinonimo di cultura bianca, conservatrice e rurale.
Attraverso una curatela d’archivio spaventosa, Cowboy Carter ha ricordato al mondo una verità storica scomoda, il country ha radici profondamente nere. Dallo strumento cardine, il banjo (derivato dagli strumenti a corda dell’Africa occidentale), fino alle prime registrazioni storiche, l’apporto degli artisti afroamericani è stato sistematicamente sbiancato dalla narrazione mainstream. Invitando nel disco pionieri dimenticati come Linda Martell (la prima donna nera a esibirsi al Grand Ole Opry) e accostandoli a icone come Willie Nelson e Dolly Parton, Beyoncé ha ridefinito i confini dell’identità americana, tornando a reclamare una casa che i suoi antenati avevano contribuito a costruire.
Il Disegno Complessivo è Una Trilogia di Riscrittura Storica. Cowboy Carter acquisisce un valore ancora più denso se letto come il secondo capitolo di un trittico strutturato per decostruire la storia della musica occidentale: Act I, Renaissance ha celebrato la House music e la Club culture, riposizionando le comunità Black e Queer di Chicago e Detroit al centro della genesi della musica dance elettronica, oggi dominata da DJ europei e festival miliardari. È stato il suo tributo alla musica House e Dance, celebrando la cultura clubbing e le radici nere dell’elettronica. Act II, Cowboy Carter ha fatto crollare i muri del country, dimostrando che l’esclusione culturale è solo una costruzione politica. È stato il suo viaggio nel Country e nell’Americana, un’operazione di riappropriazione culturale di un genere che molti consideravano “per bianchi”.
A questo punto, la traiettoria intellettuale del progetto impone una tappa finale obbligata. E tutti gli indizi, estetici, musicali e d’archivio , convergono verso un’unica direzione per il prossimo, imminente Act III, il Rock and Roll.
Il Futuro Prossimo è il Rock come Atto Finale, Se c’è un genere che ha subito lo stesso identico processo di “sbiancamento” del country, è proprio il rock. Se oggi pensiamo al rock da stadio, la mente corre subito ai Rolling Stones, ai Led Zeppelin o agli U2. Ma la storiografia musicale più attenta sa che il genere è nato dalle dita di una donna nera, Sister Rosetta Tharpe, che negli anni ’40 distorceva il suono della sua chitarra elettrica nei club gospel ben prima che Elvis Presley o i Beach Boys salissero alla ribalta. È nato dal fango del blues, dalla rabbia giovanile di Little Richard, dall’estetica di Chuck Berry.
Il focus culturale del prossimo capitolo di Beyoncé sarà esattamente questo. Non dobbiamo aspettarci un pop-rock edulcorato per le radio, ma un’immersione violenta e viscerale nelle chitarre distorte, nel blues rurale e nelle radici heavy. Del resto, le avvisaglie c’erano già state in passato (basti pensare alla furia rock di Don’t Hurt Yourself in Lemonade, registrata non a caso con Jack White).
Da un lato i “grandi vecchi” del rock internazionale continuano a presidiare i palazzetti celebrando la sacralità della loro epopea, dall’altro Beyoncé sta facendo qualcosa di radicalmente diverso. Sta usando il suo status di massima icona globale come un cavallo di Troia. Il suo prossimo album rock sarà l’atto finale con cui la più grande popstar del ventunesimo secolo spezza le gabbie dei generi musicali, dimostrando che il rock non ha bisogno di essere “rinnovato”, ma semplicemente riportato a casa. Nell’epoca della massima frammentazione dei linguaggi, Beyoncé compie l’operazione più audace, brandisce il proprio statuto di icona globale alla stregua di un moderno cavallo di Troia, scardinando dall’interno le fortezze dell’industria discografica. L’imminente capitolo rock non si prefigura dunque come un’effimera escursione stilistica, bensì come il compimento di un disegno superiore. Sarà l’atto solenne con cui la più autorevole voce pop del ventunesimo secolo spezzerà definitivamente i recinti formali dei generi musicali. Una catarsi intellettuale tesa a dimostrare che il rock and roll non necessita di alcuna velleitaria restaurazione contemporanea, ma richiede, molto più nobilmente, di essere ricondotto alla propria dimora d’origine.
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