Oltre il visibile. Il limite dei sensi e la pluralità del reale

Dai limiti dei sensi allo spettro invisibile della luce, fino allo sguardo dell’arte. Un percorso oltre il visibile per comprendere come la realtà si estenda ben oltre ciò che percepiamo.

Oltre il visibile. I nostri sensi non sono strumenti per conoscere il mondo, ma per vedere, toccare e ascoltare quanto basta per orientarci, riconoscere un pericolo, restare vivi. Non sono fatti per comprendere tutto.

E forse è da questa limitazione originaria che tutto ha inizio.

La scienza nasce dentro questo limite e cerca di superarlo. Costruiamo strumenti, telescopi, sensori; estendiamo lo sguardo oltre i suoi confini naturali, strappiamo piccoli frammenti di realtà a ciò che continuamente ci sfugge. Ma restano frammenti. Eppure continuiamo a dimenticarlo: ciò che vediamo è solo una minima parte di ciò che esiste.

Nel caso della luce è addirittura una frazione minima. I nostri occhi percepiscono solo un intervallo ristretto dello spettro elettromagnetico, tra circa 400 e 700 nanometri: lì vivono tutti i colori che conosciamo, e lì si arresta la nostra percezione.

Al di fuori di questa sottile striscia si estende un universo invisibile: raggi gamma, raggi X, ultravioletti, infrarossi, microonde, onde radio…e chissà quanto altro ci attraversa senza chiedere di essere visto. Il mondo non è solo ciò che percepiamo: è, soprattutto, ciò che ci sfugge.  Il reale non coincide con il visibile, ne è solo una traccia.

Poi arrivano nuovi strumenti e, con essi, la sorpresa. Il vuoto si riempie, il semplice si complica.

Una nebulosa osservata nella luce visibile racconta una storia; la stessa nebulosa, osservata in altre lunghezze d’onda ne racconta molte altre. Non esiste un’unica realtà, ma una pluralità di realtà.

E ogni nuova scoperta ha un effetto silenzioso ma profondo: frantuma le certezze precedenti.

La scienza non costruisce verità definitive; costruisce visioni via via più ampie, ma sempre provvisorie.

E poi ci sono i colori: quelli che vediamo e quelli che non vedremo mai. Perché il colore, in fondo, non appartiene al mondo: è una traduzione.

Al di fuori di noi esistono onde; dentro di noi diventano esperienza.

Ed è qui che, quasi senza accorgercene, entra l’arte.

Il blu dei cieli di Giotto non è soltanto una lunghezza d’onda: è qualcosa che si imprime. Un blu profondo, compatto e assoluto, capace di entrare nell’animo umano e restarvi; un blu di lapislazzulo che la natura aveva creato, prima che diventasse visione.

Quei cieli non descrivono il mondo, lo interpretano. E forse compiono qualcosa di ancora più radicale: ci mostrano che vedere non è soltanto ricevere luce, ma trasformarla in senso e in emozione.

Allora la domanda si sposta, si fa più sottile: non più “che cosa esiste?”, ma “esiste per qualcuno?”.

Se i colori vivono solo in uno sguardo, se il mondo che percepiamo è una piccola porzione del reale, se ogni scoperta amplia ma non esaurisce, dove inizia davvero ciò che esiste? E dove finisce?

Esiste davvero ciò che non viene osservato? Un universo buio e freddo, privo di uno sguardo che lo riconosca, è davvero un universo?

www.stefaniacamilleri.it

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