A trentadue anni dalla scomparsa dell’indimenticabile attore napoletano, Maria Rizzi ripercorre ricordi, emozioni e momenti vissuti accanto all’amico conosciuto nell’adolescenza. Dal Teatro Spazio di San Giorgio a Cremano al successo de La Smorfia, da Non ci resta che piangere a Il postino, emerge il ritratto autentico di un artista unico, capace di trasformare la malinconia in leggerezza e la semplicità in arte.
Il pomeriggio del 4 giugno 1994 alle 18.00 Massimo Troisi si spense a casa della sorella nel sonno. Aveva 41 anni e le riprese del suo capolavoro Il postino, erano terminate il giorno prima. Non riuscì a vederlo, ma lo girò “co’ ‘o core suo”, nonostante tutta la troupe, gli attori, la compagna Natalie Caldonazzo, lo avessero esortato a interrompere le riprese per recarsi a Houston dove il cuore nuovo era pronto. Lui aveva deciso di invertire il finale del libro dello scrittore cileno Antonio Skármeta dal quale il film era tratto. Nel romanzo moriva il poeta, Pablo Neruda, nell’opera cinematografica moriva il postino. Fu candidato postumo all’Oscar come migliore attore e per motivi che restano tuttora oscuri non lo ricevette. Il suo paese natio San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, il giorni dopo la notte degli Oscar gli tributò onorificenze incredibili. Il premio lo ricevette dalla sua gente … e dall’Italia intera. Si suppone che l’ingiustizia potesse addebitarsi alla presenza nel film dello scrittore cileno, in esilio per le idee comuniste, ma l’opera non aveva alcun intento politico, era interamente dedicata alla Poesia di Neruda. Per parlare di Massimo ho iniziato dalla fine. In realtà il nostro rapporto è nato nell’adolescenza, ho avuto il privilegio di viverlo come amico. Lui abitava a San Giorgio a Cremano, io frequentavo il Liceo classico Orazio Flacco, che si trovava vicino al casello stradale di fronte al suo paese. Massimo non poteva definirsi studioso, era iscritto all’Istituto per geometri e saltava regolarmente la scuola, tant’è che prese il diploma in dieci anni solo per l’insistenza del padre. Il liceo classico, frequentato prevalentemente da ragazze, era la sua meta quotidiana. Nell’intervallo lo trovavamo fuori al cancello e raccontava gli episodi che avvenivano a casa sua, gli stessi rielaborati poi nel gruppo La Smorfia. Viveva in una sorta di compagnia stabile, tra genitori, fratelli, zii, arrivavano a essere quindici – diciassette persone. La famiglia fu il suo primo teatro. Confesso che ero innamorata di lui, di quella dolcezza venata di malinconia, della capacità di incarnare l’uomo pigro, perdente e di andare controcorrente. Era già malato di cuore. Doveva sostituire una valvola e facemmo una grande colletta per favorire il suo viaggio e l’intervento. Quando tornò giocava molto con il concetto di morte, come ha continuato a fare nei suoi film, forse per esorcizzarla… Ricordo una festa di quelle che si svolgevano a casa, lui era più grande e di solito preferiva le discoteche, ma quel giorno venne e ballai un lento con lui. La magia era interrotta da un rumore simile a quello dell’orologio e Massimo, consapevole del mio stupore, prevenne la domanda esclamando: «Statte zitta, Marì, è ’o core mio»! Era amico del mio compagno di scuola Enzo De Caro, e insieme progettavano grandi cose. Il plurale, in realtà, non si addice a Massimo, che per la sua indole pigrissima avrebbe continuato a recitare nel garage adibito a Teatro Spazio sul viale di San Giorgio. I pomeriggi ero quasi sempre lì. Il garage era in discesa e finivamo per arrivare sul palco dove lui si esibiva, quasi sempre vestito da donna, ed era a dir poco esilarante. L’ascesa del gruppo fu merito di Enzo De Caro, molto più intraprendente di Massimo. Credo sia inutile narrare la sua incredibile storia cinematografica. Mi piace ricordare il film “Non ci resta che piangere”, girato con Roberto Benigni senza sceneggiatura. Un autentico colpo di genio. Sul set ridevano tutti rallentando le riprese. Dopo averlo perso rifiutai di vedere Il postino per cinque anni. Non riuscivo ad affrontare lo tsunami emotivo. Quando lo vidi piansi e fui scossa da brividi lunghissimi. Decisi di ripercorrere le orme del mio amico e del suo magico film recandomi a Procida. L’ufficio del Postino era diventato un ristorante. Fuori di esso era esposta la famosa bicicletta – oggi tornata a San Giorgio -, e nel locale erano esposte decine e decine di foto di Massimo. Rimasi immobile, mentre le lacrime scivolavano da sole e, senza accorgercene, io e mio marito, iniziammo a battere le mani. Poi spiegai al proprietario che eravamo stati molto amici e lui rispose che non si meravigliava. Di fronte a quella parete e alla bicicletta si erano fermati in silenzio ad applaudire cinesi, giapponesi, gente di tutto il mondo! L’attore che parlava napoletano e si temeva non venisse capito al nord era diventato famoso dovunque!. Mi permisero anche di passeggiare sulla spiaggia, chiusa al pubblico, dove Pablo insegnava al postino la magia della metafora. E per finire mi piace ricordare una serata a teatro nella quale si celebravano le colonne sonore più belle dei film italiani. Ascoltammo Moricone, Nino Rota, Armando Trovajoli ed ero certa che si concludesse con Nicola Piovani e La vita è bella, invece la rassegna terminò con il Premio Oscar de Il Postino di Louis Bacalov. La gente chiese il bis e il soprano aggiunse le parole, mentre sullo schermo appariva Massimo. Cantava: “Mi mancherai, mi mancherai, amico mio… mi mancherai”. Sono certa che un uomo così, identico nella vita all’attore, innovativo, contro ogni stereotipo, lieve e superbo non nascerà mai più. Arrivederci amico mio! ❤️
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