Lettera a Brigitte Bardot, una donna che ha scelto di amare i più indifesi
Cara Brigitte, non ti ho mai incontrata eppure ho sempre avuto la sensazione di conoscerti, come si conoscono certe persone importanti senza sapere bene perché, forse perché parlano a ciò che sentiamo più nostro e che difendiamo in silenzio. Ti penso spesso in quel giorno del 1973 a Saint-Tropez, sul set di Colinot l’alzasottane, non come a un momento storico ma come a uno di quegli istanti intimi e silenziosi in cui ciascuno di noi, almeno una volta, cambia direzione senza nemmeno rendersene conto. Avevi trentanove anni, eri nel pieno della carriera, il mondo ti guardava ancora come si guarda un desiderio, e davanti a te c’era una capretta, una presenza viva e innocente, destinata a essere mangiata durante una festa di paese, detta con la leggerezza con cui si dicono le cose inevitabili. Ma per te non lo era. In quell’istante qualcosa si è incrinato, o forse si è finalmente aperto, e tra il rumore del cinema e il silenzio di una vita che stava per essere tolta tu hai scelto il silenzio. L’hai comprata, l’hai presa con te, l’hai portata via legata a una corda fino alla suite di un hotel a cinque stelle che non aveva mai visto un gesto così semplice e così radicale, e senza proclami, senza drammi, hai capito che non potevi più continuare come prima. Non hai lasciato il cinema per disillusione o per stanchezza, lo hai lasciato per fedeltà, perché quando l’amore arriva chiede spazio e tu glielo hai dato anche se significava rinunciare a tutto. Il tuo impegno per gli animali era cominciato già nel 1962, ma da quel giorno del 1973 è diventato totale, assoluto, una scelta che ti ha assorbita completamente e che ti ha trasformata da attrice amata in paladina scomoda. Ti vedo qualche anno dopo, nel 1977, seduta accanto ai cuccioli di foca destinati alla macellazione in Canada, il ghiaccio sotto di voi e il sangue tutto intorno, un’immagine che ha scosso il mondo e che ha acceso un’indignazione globale, una battaglia lunga anni che ha portato infine alla proibizione della caccia ai cuccioli, come se la tua presenza lì avesse costretto tutti non soltanto a guardare. Ti vedo nel 1978 al Consiglio europeo, con la stessa determinazione, a parlare contro la caccia alle foche, a usare una voce che non chiedeva di piacere ma di essere ascoltata. Da allora sei stata questo per cinquant’anni, una donna che non ha mai smesso di restare accanto a chi non aveva voce, anche quando questo significava essere ridicolizzata, isolata, contestata. A La Madrague hai trovato il tuo rifugio, non una fuga ma una scelta, una casa piena di cani, gatti, maiali, cavalli, capre, una vita appartata con i capelli raccolti e l’amore finalmente al centro, e quando nel 1986 hai fondato la Fondazione Brigitte Bardot per il Benessere e la Protezione degli Animali hai deciso di finanziarla vendendo tutto ciò che il mondo desiderava di te, gioielli, opere d’arte, beni personali, persino la tua villa, come si fa quando si ama davvero e non si trattiene nulla. Oggi quella Fondazione vive ancora, con oltre duecento dipendenti e seicento delegati, riconosciuta dallo Stato francese, con membri onorari come il Dalai Lama, una prova concreta che l’amore quando è ostinato diventa struttura, continuità, futuro. Hai combattuto contro la corrida, contro i mattatoi industriali, contro la Festa del cane di Barjols che definivi una pagliacciata disgustosa, contro il disinteresse generale che consideravi la vera vergogna della nostra società, la prova della sua disumanità. Sei stata una voce scomoda contro governi, abitudini, culture, e non ti sei mai scusata per questo. Hai detto di aver dato la tua bellezza agli uomini e la tua saggezza agli animali, e in quella frase c’è tutta la tua metamorfosi, il passaggio da sex symbol a simbolo etico, da icona a coscienza, la scelta di rendere la fama un servizio. Anche negli ultimi anni guardavi alle nuove generazioni, agli attivisti per il pianeta, a chi lotta per i diritti degli animali, ai vegani militanti, alle associazioni che mostrano ciò che nessuno vuole vedere, come a nuovi alleati, come se sapessi che il tuo amore non era rimasto solo. Ora che non ci sei più, e che avevi chiesto solo questo, di essere ricordata come la fata degli animali, mi sembra giusto dirlo così, senza retorica e senza miti. Sei stata una donna che ha amato, una combattente che ha scelto di essere scomoda, che ha detto no agli applausi e sì alle grida silenziose della sofferenza animale, che ha preferito il fango dei recinti al tappeto rosso. E questo tipo di amore, che non si distrae da ciò che ama e non si volta dall’altra parte, continua a vivere nel tempo, nelle scelte di chi lo riconosce.
English translation
As She Had Asked: Brigitte Bardot, the Fairy of Animals
Letter to Brigitte Bardot who chose to love the most vulnerable
Dear Brigitte, I never met you and yet I have always felt as if I knew you, the way we know certain important people without quite understanding why, perhaps because they speak to what we feel is most deeply ours, and what we quietly protect. I often think of you on that day in 1973 in Saint-Tropez, on the set of Colinot l’alzasottane, not as a historical moment but as one of those intimate, silent instants in which each of us, at least once, changes direction without even realizing it. You were thirty-nine, at the height of your career, the world was still looking at you the way one looks at desire, and in front of you there was a little goat, a living, innocent presence, destined to be eaten at a village celebration, said with the lightness reserved for things considered inevitable. But for you, it was not. In that instant something cracked, or perhaps finally opened, and between the noise of cinema and the silence of a life about to be taken, you chose the silence. You bought her, took her with you, led her away on a rope to the suite of a five-star hotel that had never witnessed a gesture so simple and so radical, and without declarations or drama, you understood that you could no longer go on as before. You did not leave cinema out of disillusionment or exhaustion, you left it out of loyalty, because when love arrives it demands space, and you gave it that space even though it meant giving up everything. Your commitment to animals had begun back in 1962, but from that day in 1973 it became total, absolute, a choice that absorbed you completely and transformed you from a beloved actress into an inconvenient advocate. I see you a few years later, in 1977, sitting beside seal pups destined for slaughter in Canada, the ice beneath you and blood all around, an image that shook the world and ignited global outrage, a long battle that eventually led to the ban on hunting seal pups, as if your presence there had forced everyone to look. I see you again in 1978 at the European Council, with the same determination, speaking out against seal hunting, using a voice that did not ask to be liked but to be heard. From then on, for fifty years, you were this: a woman who never stopped standing beside those without a voice, even when it meant being mocked, isolated, contested. At La Madrague you found your refuge, not an escape but a choice, a home filled with dogs, cats, pigs, horses, goats, a life lived apart, hair pulled back, love finally at the center, and when in 1986 you founded the Brigitte Bardot Foundation for the Welfare and Protection of Animals, you chose to fund it by selling everything the world had desired from you, jewels, works of art, personal belongings, even your villa, as one does when one truly loves and holds nothing back. Today that Foundation is still alive, with over two hundred employees and six hundred delegates, recognized by the French state, with honorary members such as the Dalai Lama, living proof that love, when it is stubborn, becomes structure, continuity, and future. You fought against bullfighting, against industrial slaughterhouses, against the Festival of the Dog in Barjols, which you called a disgusting farce, against the general indifference you saw as the true shame of our society, the proof of its inhumanity. You were a troublesome voice against governments, habits, cultures, and you never apologized for it. You said you had given your beauty to men and your wisdom to animals, and in that sentence lies your entire transformation, the passage from sex symbol to ethical symbol, from icon to conscience, the choice to turn fame into service. Even in your later years you looked to new generations, to environmental activists, to those fighting for animal rights, to militant vegans, to associations that show what no one wants to see, as new allies, as if you knew your love had not remained alone. Now that you are gone, and having asked only this, to be remembered as the fairy of animals, it feels right to say it this way, without rhetoric or myth. You were a woman who loved, a fighter who chose to be inconvenient, who said no to applause and yes to the silent cries of animal suffering, who preferred the mud of enclosures to the red carpet. And this kind of love, which does not get distracted from what it loves and does not turn away, continues to live through time, in the choices of those who recognize it.
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