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giovedì, Marzo 12, 2026

IL GIORNALE PRESS

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Le favole del Genio di Vinci all’Horafelix di Roma

Il libro “Leonardo. Le Favole” del prof. Nicolò Giuseppe Brancato è stato al centro di una serata IPLAC dedicata alle favole di Leonardo da Vinci

Le favole del Genio di Vinci sono tornate protagoniste in una serata speciale firmata IPLAC, che ha portato a Roma uno degli appuntamenti più significativi della stagione culturale. Sabato 29 novembre, al Caffè Letterario Horafelix, il pubblico ha assistito alla presentazione del volume “Leonardo. Le Favole”, curato dal prof. Nicolò G. Brancato e pubblicato da Arti Grafiche Brancato: un’opera che restituisce un Leonardo intimo, immaginifico e sorprendente.

La serata, moderata da Maria Rizzi, presidente Iplac, ha intrecciato ascolto, studio e poesia. Il poeta e critico letterario Sandro Angelucci ha proposto una relazione profonda e appassionata, qui riportata integralmente, mettendo in luce il valore morale, simbolico e naturale delle favole leonardesche, ricchissime di significato. Le letture di Livia Cattan, intense e calibrate, hanno dato voce alle parole del Genio di Vinci, restituendo musicalità, ritmo e profondità emotiva.

La presenza dell’autore, il prof. Nicolò G. Brancato, insieme all’artista e moglie Eugenia Serafini, ha permesso di approfondire la genesi del volume, la ricerca, la selezione dei testi, la traduzione e la cura editoriale che rendono questo libro un vero gioiello, prezioso non solo per gli studiosi ma per tutti gli amanti del mondo leonardesco.

Tra gli interventi, quello dell’artista Stefania Camilleri, che ha omaggiato l’IPLAC con alcune copie del suo acquerello “Icaro”, un contributo visivo che ha aggiunto poesia e arte alla serata.

Leonardo da Vinci rimane una delle figure più importanti del nostro Rinascimento: una mente curiosa e geniale, capace di spaziare con naturalezza tra pittura, scienza, ingegneria, architettura, scenografia, anatomia e matematica. La sua capacità di osservare, sperimentare e meravigliarsi ha generato opere e idee che ancora oggi sorprendono per profondità e modernità.

Esiste però un lato meno conosciuto della sua personalità, quello più immaginifico e leggero, che lo ha portato a scrivere favole brevi e sorprendenti: piccoli racconti in cui si intrecciano ironia, natura, simboli e filosofia. Testi che ci restituiscono un Leonardo diverso, più intimo e giocoso, capace di parlare al cuore prima ancora che alla mente.

Per offrire al lettore un’esperienza diretta, proponiamo due di queste favole, “Il pesco e il noce” e “La fiamma e la candela”, riportate integralmente nelle loro versioni antiche, affiancate dalla traduzione contemporanea (del curatore). I testi provengono dal volume “Leonardo. Le Favole”, raccolto e curato dal prof. Nicolò Giuseppe Brancato dopo anni di studi e ricerche, che ha riportato alla luce il patrimonio favolistico del Maestro, restituendolo nella sua forma originaria.

La relazione di Sandro Angelucci

(riportata integralmente)

La relazione che segue è stata letta per intero durante l’evento ed è presentata qui, come omaggio alla rigorosa analisi del relatore.

Quando si parla di favole, il pensiero ci porta indietro negli anni e apre, nella memoria, la porta più custodita, che spesso si tiene chiusa per timore reverenziale nei confronti della nostra più intima personalità, la porta dell’infanzia.

La preoccupazione è comunque giustificata in quanto, nella stanza che si schiude, non tutti i ricordi sono piacevoli, essendo la puerizia l’età prima, quella che racchiude tanto gli incontri quanto gli scontri del bambino con il mondo che inizia a conoscere.

La fiaba, dunque, come strumento rivelatore dell’inconscio nell’unico momento in cui – dialogando con se stesso – l’uomo mette a nudo la propria interiorità. Ma, anche, elemento di saggezza perché riferentesi all’antico come modello da seguire per le nuove generazioni.

Bene fa la Prefatrice, Gianfrancesca Pascucci, a sostenere che il genere favolistico – già presente nelle società preletterarie – “ […] ha molto da offrire emotivamente ed intellettualmente perché con i suoi contenuti allusivi fa lavorare la fantasia, diverte ed istruisce, comunica simultaneamente con tutti i livelli della personalità umana in termini apparentemente tanto semplici da essere stat(o) relegat(o), ingiustamente ed immeritatamente, nell’angolino della letteratura per l’infanzia.”.

La favola “Il pesco e il noce”

La favola  del Genio di Vinci "Il pesco e la noce" di Leonardo da Vinci in versione antica con la traduzione contemporanea.

Se confinarlo in quel cantuccio è stato un errore, sicuramente farne oggetto di riflessione e considerazione, da parte di un Genio qual è stato Leonardo da Vinci, denota non soltanto una rivalutazione ma un prezioso lasciapassare per il genere, del quale andare fieri.

Un plauso va altresì rivolto al Prof. Brancato (autore del testo) che, con certosina maestria, ha voluto e saputo dare vita ad un’opera di assoluto valore, sia letterario (per quanto concerne la non facile catalogazione e traduzione a fronte dei brani vinciani) sia tipografico ed editoriale (nella cura di un libro particolarissimo con una tiratura di mille copie numerate che lo rendono un vero e proprio gioiello).

Entrando nei contenuti, c’è anzitutto da mettere in evidenza l’alta considerazione che Leonardo riserva alla natura, perché libro aperto sui segreti universali e fonte di sapere e di esperienza oltreché di bellezza.

Un’altra peculiarità di questi scritti è la concisione che, in diversi esempi, arriva a presentarsi sotto forma aforistica. Raramente il lettore s’imbatterà in fiabe che superano la lunghezza di una pagina, ciononostante, in nessun caso gli verrà meno il dato saliente e tipico del genere letterario, ossia la morale che il discorso presuppone.

A tal riguardo, ritengo interessante ed esaustivo riportare ciò che Natalino Sapegno ebbe a dire, nel suo Compendio di storia della letteratura italiana, a proposito della produzione leonardesca: “Non ha lasciato libri, – scrive – ma una imponente mole di appunti disseminati confusamente nei manoscritti; notazioni di ricerche scientifiche; abbozzi di definizioni e di soluzioni; discussioni polemiche acute e mordaci; pensieri scaturiti da una profonda meditazione ovvero dettati dalle vicende quotidiane; esposizioni dei suoi ideali artistici e dei fini che egli proponeva alla pittura; apologhi, facezie, favole, sentenze”.

Una mente, quindi, sostenuta da un’inesauribile curiosità, pronta ad aprirsi a tutte le branche dello scibile umano. La straordinaria varietà dei suoi campi d’azione non deve, tuttavia, indurci a pensare ad una sorta di zibaldone poiché molto più unitario di quanto sembri è stato, in ogni ambito, il suo pensiero.

Gli scritti, che il Prof. Brancato ha curato, sono favole ad ogni titolo. Siano esse contenute in pochissime righe o distese in qualche pagina, rispondono ognuna a tutti i crismi del genere.

È giunto il momento di dare voce a questi componimenti. Se mi è concesso, vorrei proporvi due esempi: il primo concernente una fiaba di media lunghezza e l’altro attinente un pensiero di un rigo e mezzo, solo in apparenza definibile una massima.

Sto parlando de L’umiltà della neve e de Il fuoco ingordo. Vado a leggervele […]

Si scopre in calce una nota del Curatore, che così scrive: “La favola è di una delicatezza poetica ineguagliabile. L’elogio dell’umiltà avviene mettendo in risalto il procedimento di autocritica del protagonista, la presa di coscienza della sua limitatezza, la decisione finale per culminare, come alla fine di un crescendo, nell’esaltazione. È anche, ovviamente, un monito per i presuntuosi.”.

Condivido totalmente queste considerazioni. È soltanto attraverso l’autocritica che si può raggiungere l’autentica modestia, che tutt’altro è rispetto a certi verecondi atteggiamenti di facciata. “Io voglio fuggire dall’ira del sole e trovare un posto adatto alla mia piccolezza” – dice la neve -. Mi domando quanti uomini, nella società odierna, sono disposti a prefiggersi traguardi di questo tipo, invece che insuperbirsi nella rincorsa ad occupare i posti più in alto?

Ma l’etica, la filosofia morale di Leonardo si estende anche ad altre manifestazioni, che ricordano per traslato riprovevoli comportamenti umani.

Così, l’ingordigia del fuoco che brucia la cera della candela e finisce con l’annientarsi, è la stessa, nostra cupidigia. Mentre consumiamo le risorse non ci rendiamo conto di non averne abbastanza per tutti. E quando finirà la cera, anche noi ci spegneremo.

Quello della moralità non è, tuttavia, l’unico aspetto da mettere in risalto nel pregevole lavoro di Nicolò Brancato. L’Autore non si lascia certo sfuggire altri due indubbi requisiti delle fiabe leonardesche: l’aspetto didascalico e l’attualità delle stesse.

Di più, penso di poter affermare che il suo testo nasca dalla sicura volontà di mettere in risalto i pregi del lavoro del Genio di Vinci. Tutti gli scritti tengono fede alla necessità di lanciare un messaggio alle future generazioni e, per farlo, devono potersi e sapersi calare in ogni epoca.

Approvo – ancora una volta – quanto asserito dalla Pascucci al termine della prefazione, e con le sue parole prendo anch’io commiato esortandovi a leggere queste perle di saggezza che il libro propone.

Riferendosi ai nostri tempi ella ritiene che le favole offrano spunti di riflessione profonda ai contemporanei, nei quali troppo spesso “il desiderio di protagonismo o il vittimismo […] spingono ad intraprendere ‘avventure’ frutto di un illusorio desiderio o ad arrendersi di fronte agli ostacoli […], a fermarsi innanzi alle apparenze immediate o ad alimentare sogni impossibili.”. Come darle torto?

Sandro Angelucci

Nicolò G. Brancato. Leonardo – Le favole. Arti grafiche Brancato Ed.

Civitavecchia. 1991. Pp.178  

La favola “La fiamma e la candela”

La favola "La Fiamma e la candela" del Genio di Vinci in versione antica con la traduzione contemporanea.
I libro LE FAVOLE a cura di Nicolò G. Brancato.

Leggi anche:

Le Favole di Leonardo da Vinci: un tesoro ritrovato – IL GIORNALE PRESS

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