Partendo dalla fotografia Fuori strada di Fabio Sercia e dalla poesia Immota ruggine, Angela Ambrosini esplora il passaggio dall’immagine alla parola. L’autrice riflette sul processo creativo che trasforma la percezione visiva in esperienza poetica, soffermandosi sui temi della memoria, della vecchiaia, del tempo e della metafora, in un dialogo tra fotografia, scrittura e interpretazione artistica.
IMMOTA RUGGINE
Immota ruggine annaspa nell’indaco
gonfio di giugno, là, dalla finestra
la vedi, carcassa d’auto a svellere erbe
e fiori di campo che serica
nuvola pigra sorvola.
E intorno è garrire di grano
e note d’uccelli che scansa
il vento in sordina scrutando
orizzonti da trafiggere prima di sera.
È il gioco di sempre: rincorsa l’orma,
d’infinito il finito si colma.
Ma non per noi.
S’addossa ai vetri la vita,
ai vetri di questa finestra di casa
per vecchi, residence oggi si chiama,
troppo greve è qualche parola.
Dentro, carezza di giugno fluisce
da tavolo a tavolo, da camice a camice,
bianche teste imperlando
senza nuove stagioni.
Inchiodato è il tempo in questa
teca di vite vissute, taciute,
impigliate tra le spine
di tante passioni che pasqua
implorano strozzando paure
e gioie incolori.
Immota ruggine annaspa nell’indaco
gonfio di giugno, qua dentro,
qui, al di qua di questa finestra
la vedi, tu, che passeggi là fuori
di luce rapito, incredulo che di vita
si possa piano
morire.
Angela Ambrosini, Il tempo rappreso, prefazione di Maria Rizzi, LuoghInteriori, 2024
Una poesia per una foto, cioè dall’immagine alla parola: questo è il percorso da me intrapreso per le mie creazioni poetiche sui vari testi visivi cui negli anni mi sono via via ispirata, dilatando la raffigurazione ottica in un’enunciazione verbale che finisce per scavalcarla in epifanie di sensazioni consce e inconsce attraverso una rete emotiva e mentale di immagini e ricordi in filigrana. Le mie poesie riferite ad opere dei linguaggi visivi non assolvono una funzione descrittiva, non si tratta cioè di ecfrasi, quegli abili e apprezzati esercizi di retorica tanto in voga in età classica (valga, fra tutte la celeberrima descrizione dello scudo di Achille nell’Iliade), ma di una sostanza verbale cangiante nella quale, pur essendo distinguibile il dato visivo d’origine, prevalgono la sua percezione e la sua rielaborazione mentale. Del resto, tanto per voler attingere al ricco e saccheggiato repertorio aforistico di Oscar Wilde, “nessun artista vede mai le cose come realmente sono. Altrimenti non sarebbe un artista”. Non che io voglia proclamarmi tale, ma sicuramente una parte di me rifiuta il fenomeno per spingersi oltre e non c’è dubbio che alcune immagini, come questo splendido scatto, predispongano in tal direzione, come se lo stesso obiettivo, per quanto inerte e neutrale, avesse la capacità di “vedere” la realtà in un’autonoma dimensione fluida. La foto in questione, straniante pur nella sua scarna semplicità, a ben guardare s’impernia su una serie di elementi bimembri, sollecitandoci a un tacito gioco del doppio. È fuor di dubbio che il fotografo, Fabio Sercia, non abbia deliberatamente sistemato quell’auto in quel contesto particolare di luce e cromatismi, ma abbia tuttavia captato, restituito e condensato in modo pregnante l’accidentalità di questa particolare visione. Al bicolore, cioè all’azzurro in contrasto con la tonalità ruggine del terreno, fa eco l’opposizione cielo-terra. A questo elemento paesaggistico cielo-terra si oppone a sua volta un elemento fortemente intrusivo, la carcassa d’auto che con voluta accortezza (questo sì) collocata dal fotografo a margine dell’inquadratura, pare prorompere dalle sterpaglie del campo quasi come una concrezione naturale. Da ultimo, il titolo gioca ironicamente sulla polisemia del calembour “fuoristrada” vs “fuori strada”, comunicando prestazioni, assetto ed estetica di un veicolo tutt’altro che “fuoristrada”.
Questo gioco del doppio si travasa a poco a poco anche nel testo poetico, scaturito da una contingenza dolorosa vissuta, per puro caso, nella simultanea visione dell’auto. Poi, come spesso accade nella scrittura, non solo poetica, il dato meramente descrittivo si appropria di una condizione collaterale allontanandosi, spesso al di fuori della nostra coscienza raziocinante, da quella stessa particolare contingenza e non è certo difficile intuire come nei versi il termine “ruggine” cantato nell’esultanza della natura dopo la mietitura di giugno, assurga a nucleo tematico della composizione, non solo definendone il titolo, ma metaforizzandosi, incardinandosi nel concetto di vecchiaia e di stato di sofferenza corroborato implicitamente dal rottame arrugginito della foto. L’aggettivo “immota” a sua volta evoca lo stato di paralisi fisica ed esistenziale, non a caso ribadito in anafora nella seconda parte della lirica, di nuovo tramite il riferimento esplicito alla “finestra”, simbolo inequivocabile di passaggio, con il brusco ribaltamento del punto di vista attuato nella opposizione degli avverbi di luogo “qua dentro, qui”, “al di là” e “là fuori”, per di più riferiti in allocuzione a una generica seconda persona il cui pronome personale “tu”, arretrato in epilogo, dilata e poi tronca il tempo di lettura in una specie di singhiozzo. E dato che “metafora” etimologicamente significa “portare al di là”, cioè al di là del significato denotativo di una parola, ecco che il color ruggine si espande, nel testo poetico, nella connotazione aggiuntiva della vecchiaia e della finitezza, colmando spazi mentali opposti: l’iniziale dato descrittivo traboccante di vita e di luce, si è appropriato metaforicamente di una condizione di sofferenza, uscendo dal recinto fenomenico. Mutatis mutandis, potremmo moltiplicare all’infinito la conturbante osservazione di Italo Calvino nelle sue conturbanti Città invisibili: “L’occhio non vede cose, ma figure di cose che significano altre cose”.
Molti si chiederanno se il procedimento poetico sia deliberato o casuale, domanda alla quale chi scrive non sempre sa rispondere, non essendoci spesso piena consapevolezza nel processo di scrittura, perché, come sagacemente insegna la filosofa e poetessa spagnola Maria Zambrano, “il segreto si rivela allo scrittore mentre lo scrive, mai quando lo pronuncia”. A volte un invisibile ma tenace filo pare annodare alla penna (o alla tastiera) il serbatoio della mente nella sua sfera sia razionale che inconscia, come se persino l’autore fosse spettatore esterno al suo stesso processo creativo.
Rainer Maria Rilke a 150 anni dalla nascita – IL GIORNALE PRESS


