Cécile McLorin Salvant chiude la 49ª edizione del Roma Jazz Festival con un concerto magnetico alla Sala Sinopoli dell’Auditorium. Presenta Oh Snap, un album radicale che attraversa jazz, blues, folk e avanguardia vocale.
Cécile McLorin Salvant chiude il Roma Jazz Festival con un concerto magnetico alla Sala Sinopoli, presentando Oh Snap tra jazz, blues e pura sperimentazione. La 49esima edizione del Roma Jazz Festival, diretta da Mario Ciampà, si è chiusa ieri, domenica 23 novembre, con uno degli eventi più attesi dell’intera rassegna. Alle 18, nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, è salita sul palco Cécile McLorin Salvant, cantante, compositrice e performer statunitense tra le voci più influenti della scena mondiale, tre volte vincitrice del Grammy Award e figura cardine del jazz vocale contemporaneo.
Accompagnata da un trio d’eccellenza, Sullivan Fortner al pianoforte, Yasushi Nakamura al contrabbasso e Kyle Poole alla batteria, Salvant ha presentato dal vivo il suo nuovo album, Oh Snap (Nonesuch Records, 2025), accolto con entusiasmo dalla critica internazionale. Un lavoro che riflette la complessità della sua scrittura, la varietà del suo immaginario e la sua volontà di oltrepassare continuamente i confini del jazz.

Oh Snap: l’album più libero, istintivo e personale
Oh Snap è una suite originale di tredici brani che Cécile McLorin Salvant ha costruito seguendo un principio semplice e rivoluzionario: riportare spontaneità e gioia al centro del processo creativo. «Voglio essere un fiume, ma sono un vulcano», afferma l’artista per introdurre il disco, e la frase contiene tutta la tensione che pervade il lavoro: fluidità da un lato, esplosione dall’altro. Non c’è perfezione, non c’è lucidatura accademica. Ci sono appunti sonori, idee catturate in tour, registrazioni in stanze d’albergo, bozze rielaborate tra tastiere e sintetizzatori. Il risultato è un album volutamente stratificato e coraggioso.
“I Am a Volcano” apre tra synth e art-pop; “Second Guessing” vibra di pulsioni R&B; “What Does Blue Mean to You”, ispirata a Toni Morrison, riporta al cuore del jazz; “Eureka” e “A Little Bit More” flirtano con il pop anni ’90; “Expanse” e “Anything but Now” offrono approdi lirici, mentre “Take This Stone”, con June McDoom e Kate Davis, costruisce un dialogo vocale di rara raffinatezza.
Oh Snap
“Oh Snap”, la title track, è una dichiarazione estetica: un brano-scherzo, un rebus ritmico che mescola pop destrutturato, gesto teatrale e improvvisazione. Dal vivo diventa ancora più affilato perché Salvant lo offre come un lampo ironico, alternando rotture improvvise, sospensioni e linee vocali che sembrano smontare e rimontare il tempo. È il manifesto della sua poetica, niente è dove lo aspetti.

La parte più intima si rivela in “Thank You” (dedicata alla madre e alla sorella), in “Nun” (piccolo omaggio alle suore) e nell’haiku finale “A Frog Jumps In”, nato dalla sua fobia infantile per le rane. È un disco che parla di libertà, e soprattutto del coraggio di assumersela fino in fondo.
Voglio essere un fiume, ma sono un vulcano
“I Am a Volcano” inaugura un fraseggio spigoloso, controllato fino al limite. “What Does Blue Mean to You” diventa un’indagine timbrica, quasi un monologo strumentale. “Take This Stone” si apre e si richiude come un respiro irregolare, tra barocco e minimalismo. La scaletta non è mai una sequenza: è un discorso unico, guidato da un’intelligenza musicale ferrea.
Il momento francese: la sala si ferma
Poi arriva il francese. Ed è lì che si compie la vertigine. “Est-ce ainsi que les hommes vivent ?” è un’ incisione emotiva. Salvant riduce tutto all’osso, parola, fiato, silenzio. La sala Sinopoli si immobilizza, nessuna concessione lirica, solo la verità del suono. È il punto in cui la sua arte raggiunge la forma più alta.

I momenti blues
Il blues è arrivato come un cambio di piano, deciso e inatteso. Cécile McLorin Salvant lo ha trasformato in un territorio di libertà totale, rimodellando tre dei brani più “neri” di Oh Snap: l’incalzante “Anything but Now”, il più vicino alla grammatica blues tradizionale; la intensa “What Does Blue Mean to You” e la più moderna “A Little Bit More”, spinta dal vivo verso un groove soul-blues vibrante.
Salvant ha giocato con gli accenti, spostato il tempo, frantumato il fraseggio in improvvisazioni teatrali che rendevano ogni passaggio imprevedibile. Kyle Poole sosteneva il tutto con un drumming asciutto e nervoso, mentre Sullivan Fortner e Yasushi Nakamura costruivano un contrappunto irregolare e densissimo.
È stato uno dei momenti più travolgenti della serata: un blues reinventato, libero, contemporaneo in cui Salvant mostra la sua natura più radicale
Il finale: un taglio netto
“A Frog Jumps In” chiude il concerto senza retorica: un gesto secco, una sospensione.
Applausi lunghi, convinti, meritati. E allora emerge la verità artistica della serata.Il punto non è che Salvant “canta bene”. Il punto è che ridefinisce il ruolo della voce nel jazz contemporaneo. Non tutti i cantanti sanno cosa farne, della libertà, Salvant sì e la usa come un bisturi. Roma, per una sera, ha sentito la precisione del taglio. È lei, artista totale e indiscutibile, a firmare il gran finale della 49ª edizione, una scelta che racconta tutto il prestigio e la visione del Festival.




Si ringrazia il fotografo Fabrizio Sodani per le sue immagini, (nitide, equilibrate e tecnicamente impeccabili) che hanno catturato con precisione la dinamica del trio e le variazioni espressive di Cécile McLorin Salvant. Un contributo fondamentale per restituire, anche visivamente, la complessità e la forza del live.
Un ringraziamento all’Ufficio Stampa del Roma Jazz Festival per la disponibilità e l’assistenza fornita, preziose per la realizzazione di questo servizio.
Leggi anche:
Intervista a Mario Ciampà, fondatore e direttore del Roma Jazz Festival – IL GIORNALE PRESS
Roma Jazz Festival 2025, 49ª edizione tra Harmony, Coltrane e nuove frontiere sonore – attualita.it



