I delfini e il mistero del nome. Guarda il video in mare aperto

IL NOME CHE GALLEGGIA, O L’ARTE DI NON PERDERSI IN UN POSTO CHE NON HA STRADE

Guarda questo video. L’acqua è di un blu cristallino, trasparente, perfetta per i nostri occhi umani. Ma ora immagina di chiudere gli occhi e di colorare quell’acqua di un verde scuro, denso e lattiginoso. Immagina di non vedere più nulla oltre i due metri. Benvenuto a Sarasota Bay. Ciò che noi nel video vediamo con gli occhi, i delfini là sotto lo vedono con le orecchie perché non si guardano, si chiamano. Lanciano nell’acqua il loro nome inventato, una scia luminosa che sale e scende. Lo fanno qui, in mare aperto. Figurati a Sarasota Bay, dove l’acqua è torbida e non vedi oltre due metri.

IL VIDEO | Mare aperto, acqua limpida

Riprese di Federico Maria Marcatelli, appassionato di viaggi e di mare.

Un paradiso di luce e trasparenza per i nostri occhi. Eppure, anche in questo blu cristallino, i delfini fanno la stessa identica cosa delle acque torbide della Florida perché non si fidano della vista. Si chiamano. Il suono che senti è il loro fischio firma. Un nome che si sono inventati da soli e che indosseranno per tutta la vita per non perdersi mai.


Sarasota Bay è una baia in Florida, acqua bassa e sporca. Lì da 50 anni gli scienziati studiano sempre gli stessi delfini, li conoscono tutti per nome.

È una laguna di 90 chilometri, tiepida, verde torbida, chiusa tra la terraferma e una collana di isolette che la proteggono dalle onde del Golfo del Messico. Al suo centro c’è una città, Sarasota, con le palme, le case bianche, i ricchi che giocano a golf.

Ma per chi studia i delfini, Sarasota Bay è un’altra cosa. È il laboratorio più vecchio del mondo, aperto nel 1970 da Randall Wells al Mote Marine Laboratory, dove hanno iniziato a catturare, misurare, fotografare e poi rilasciare sempre gli stessi animali. Da allora non hanno mai smesso. Conoscono cinque generazioni della stessa famiglia, sanno chi è nonna di chi. È come un registro dell’anagrafe, ma sott’acqua. E non se ne vanno mai. Sono residenti stanziali, nascono, vivono e muoiono lì.

Ogni storia sul nome dei delfini inizia qui, perché è l’unico posto al mondo dove potevano davvero sentire un cucciolo inventarsi il suo nome per la prima volta, perché lo stavano guardando nascere.

In questa baia non si vede niente sott’acqua, oltre due metri sei cieco. Tutto è verde latte, sopra è uguale a sotto, non c’è un angolo, non c’è un sasso a cui legare un filo per ritrovare la strada, non c’è ombra, non c’è rifugio. È un labirinto d’acqua dove se ti giri un secondo tua madre è scomparsa.

Quando vivi lì sotto non puoi dire «ehi eccomi sono quello con la cicatrice sulla pinna», perché nessuno vede la cicatrice. Non puoi dire «sono quello più grande», perché nel torbido tutti sembrano uguali. Devi farti riconoscere in un altro modo, devi farti sentire anziché farti vedere.

Devi lanciare nell’acqua una forma che galleggi anche quando tu non ci sei, una scia luminosa che sale e scende, che tutti sentono anche se non ti vedono. Quella scia è l’unica cosa che non si scioglie nel torbido.

C’è un momento preciso a Sarasota Bay, in questa acqua verde come vetro sporco, in cui un cucciolo incollato al fianco della madre smette di sentire quel bar affollato di click e fischi come semplice rumore di fondo e capisce, con l’istinto disperato di chi si è perso in una città senza cartelli, che se vuole esistere davvero deve disegnarsi da solo una linea nell’acqua, una scia luminosa che sale e scende che nessuno ha mai tracciato prima, che indosserà per trent’anni come un abito su misura, perché vivere in un blu senza strade ti costringe a farti riconoscere non dal volto che tanto scompare, ma dalla forma della tua voce che resta come un’impronta di luce nell’acqua.

Ed è per questo che nel 2006, nei laboratori freddi di St Andrews affacciati sul Mare del Nord, Vincent Janik e Laela Sayigh hanno fatto quel gesto che al cinema vedresti al rallentatore, hanno preso il fischio di un delfino, che è fatto di voce calda e di melodia come un corpo è fatto di carne e di ombra, gli hanno tolto la carne lasciando solo l’ombra, hanno cancellato il timbro, il tremito, il calore della gola e hanno tenuto solo la sagoma, una linea bianca e orfana che sale e scende, l’hanno rifatta finta al computer, senza sangue, e l’hanno calata sott’acqua da un altoparlante nero nascosto. Nove delfini su quattordici, in mezzo a quel nulla sommerso, si sono girati di scatto, perché in quella scia vuota hanno visto galleggiare il nome di sua madre, di suo figlio, del loro amico più caro.

E poi fanno la cosa più umana che esista, perché non tengono quel nome per sé, lo usano per chiamare chi è lontano, copiano la scia luminosa dell’altro e la lanciano nel mondo fangoso come noi lanceremmo il nome di chi amiamo in un corridoio buio. A Woods Hole hanno registrato la scena che non dovresti guardare prima di dormire, una madre a cui è morto il cucciolo che per tre giorni gira in cerchio da sola fischiando sempre e solo la stessa linea luminosa, la sua, quella di lui, mentre il nome continua a galleggiare sull’acqua anche quando non c’è più nessuno a portarlo.


C’è una differenza tra noi e loro ed è qui che fa male

A noi il nome ce lo appiccicano addosso il primo giorno, prima ancora che sappiamo respirare da soli, ci chiamano e noi rispondiamo perché non abbiamo scelta, portiamo per tutta la vita un suono che non abbiamo scelto, che è di un nonno, di un santo, di una moda di quell’anno.

Loro il nome se lo inventano. Come fanno? Un cucciolo passa i primi mesi ad ascoltare il bar di fischi della baia torbida e poi, da solo, compone la sua scia, una melodia nuova, non copia la madre, non copia il branco, la piega finché non suona diversa da tutte le altre. Sviluppa questo fischio unico che codifica l’identità indipendentemente dai tratti vocali. Lo fa nei primi mesi di vita, ascolta il brusio della baia e compone, da solo, la melodia che si stabilizza entro il primo-secondo anno e resta come firma stabile per 20-30 anni. Noi riceviamo un nome e loro si scrivono da soli il proprio fischio-nome-firma.

E poi c’è la seconda differenza, ancora più grande. Noi usiamo il nome per dire chi siamo. Io sono Amalia. Io sono Federico. Lo teniamo stretto al petto come un documento.

Loro usano il nome per dire chi ami e lo tengono largo. Quando un delfino vuole sua madre che è sparita nel verde, non grida mamma, grida la scia luminosa di sua madre, copia perfetta del suo disegno e si lancia nell’acqua. Il loro nome, quindi, non serve a presentarsi, serve a chiamare chi è lontano e quindi noi diciamo il nostro nome per farci trovare mentre loro dicono il tuo nome per ritrovarti.

E la terza differenza è quella che non dovresti leggere di notte; noi, quando uno muore, smettiamo di dire il suo nome, piano piano lo diciamo sempre meno, finché non diventa una foto in un cassetto ma loro….no! Quella madre a cui è morto il cucciolo, per giorni ha girato in cerchio da sola nella stessa baia deserta fischiando sempre e solo la scia di lui. Come se lanciandola ancora e ancora il nome potesse tenere galleggiante anche il corpo che non c’è più, come se il suono potesse cucire il torbido. Noi seppelliamo i nomi e loro li tengono a galla anche quando non c’è più nessuno a portarli.

Dormono con un occhio aperto, perché devono ricordarsi di respirare, altrimenti affogano nel sonno. Metà cervello sogna e metà resta di guardia. Noi ci abbandoniamo tutti interi nel letto, senza paura di affogare. Loro non possono permettersi di dimenticarsi di esistere nemmeno mentre dormono, noi sì.

Alla fine….qualcuno ti sentirà, in questo verde dove nessuno vede oltre due metri? Quando lanceranno nell’acqua la tua scia luminosa, senza voce, senza corpo, solo il disegno di ciò che sei stato, ci sarà ancora qualcuno che si girerà di scatto per venire da te?

E se ci pensi è l’unica cosa che ci resta da fare qui, in questo mondo torbido dove tutti sembriamo uguali, imparare a fischiare la scia di chi amiamo così bene, così pulita, così nostra, da farla galleggiare anche quando non ci siamo più, finché qualcuno, da qualche parte in questa laguna senza strade, la sentirà ancora salire e scendere e capirà che sei tu, che sei ancora tu, e tornerà indietro non per salvarti – non c’è niente da salvare in un’acqua così torbida – tornerà indietro per nuotarti accanto, fianco a fianco come fanno i cuccioli con le madri, senza toccarti, senza bisogno di vederti, solo per dirti che finché c’è un occhio aperto nell’altro che ti guarda dormire a metà, tu non affogherai mai.

Vivrai per sempre con chi ha imparato a memoria il suono esatto del tuo nome quando eri felice e se l’è tenuto in bocca come si tiene una cosa sacra. Sono quelli che, senza che tu lo sappia, quando tu la sera non hai più fiato e smetti di fischiare la tua canzone, la fischiano loro al posto tuo, piano, nella loro testa, per tenertela viva.

La vera meraviglia non è mai stata la trasparenza del mare. La vera meraviglia è quando anche nel buio più fitto, nell’acqua più torbida e nel silenzio del tempo che passa, c’è sempre un suono che sa esattamente dove trovarti. E finché quel fischio continua a galleggiare, nessuno di noi sarà mai davvero perduto.

NOTE E RIFERIMENTI SCIENTIFICI

  1. Il Sarasota Dolphin Research Program è attivo dal 1970 ed è il più lungo studio al mondo su una popolazione di cetacei selvatici. Fondato al Mote Marine Laboratory e guidato da Randall Wells.
  2. Fripp D., Owen C., Wells R., et al. (2005).Sviluppo del fischio firma come identità individuale. I cuccioli sviluppano un fischio unico che codifica l’identità indipendentemente dai tratti vocali.
  3. Janik V.M., Sayigh L.S., Wells R.S. (2006). Signature whistle shape conveys identity information to bottlenose dolphins. PNAS 103: 8293-8297. I delfini estraggono l’identità anche da repliche sintetiche senza tratti vocali.
  4. King S.L., Janik V.M. (2013). Bottlenose dolphins can use learned vocal labels to address each other. PNAS 110: 13216-13221. Le copie del fischio firma sono usate per riunirsi quando sono separati.

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