Biennale 2026, artisti italiani esclusi dall’esposizione

La Biennale 2026 accende il dibattito culturale dopo l’esclusione degli artisti italiani dalla mostra principale. Una scelta che solleva interrogativi su identità, rappresentanza e rapporto tra arte contemporanea e tradizione nazionale.

Invitiamo gentilmente gli italiani a non andare a visitare la Biennale di Venezia. Il plurale è maiestatis, la responsabilità di tale invito è da attribuire unicamente a chi scrive. E diciamo, maestosamente consapevoli, perché.

È ben noto, poiché è stato accolto da un sia pure moderato sussulto di coscienza critica messo in riga dalla critica italiana, che alla mostra principale dell’appena inaugurata Biennale d’arte di Venezia, edizione numero 61, non è stato invitato nemmeno un artista italiano. È la prima volta che succede e la cosa non ha mancato di sollecitare qualche commento piccato. Poca roba però, solo qualche risentita e rassegnata lagnanza. Non certo una sollevazione popolare, che tuttavia non c’era da aspettarsi, poiché l’arte è Pop solo nelle definizioni algide del mercato e del pubblico alto borghese.

E nemmeno tra le fila del pubblico selezionato e colto dell’arte contemporanea, si può ben dire, vi è stata l’appropriata reazione a quella che un buon giudizio oggettivo classificherebbe come onta nazionale. Non vi è altra parola: onta, ovvero indignazione rabbiosa scatenata da grave umiliazione.

Ora, partiamo dai fondamentali, visto che se ne è persa del tutto la traccia: la Biennale di Venezia è nata oltre un secolo fa come esposizione d’arte “nazionale”. La manifestazione si è poi rapidamente evoluta in un evento periodicamente consacrato come raduno internazionale delle arti, appositamente dedicando – Venezia, l’Italia, la patria mondiale dell’arte, in segno di ecumenica generosità ospitale – alle diverse, meritevoli arti delle nazioni del mondo un proprio padiglione espositivo.

Bene ha fatto il presidente Buttafuoco a ripristinare l’ospitalità ottusamente negata alla Russia – e anche a Israele -, una scelta che ha legittimamente recuperato pure un principio di ecumenica onestà, enfaticamente e dottamente sostenuto e argomentato, da par suo, dal presidente dell’ente, a cui, direttamente ci rivolgiamo: perché, presidente Buttafuoco, nel suo ispirato discorso di apertura del semestre dell’arte mondiale nella Laguna, ella non ha parimenti condannato, o almeno stigmatizzato, l’insensata, tracotante, invereconda assenza degli artisti italiani dall’esposizione che fu “nazionale”?

Le nazioni sono i luoghi dove gli artisti nascono, l’Italia è la nazione dell’arte, Venezia è il luogo di residenza e di cittadinanza della nazione degli artisti del mondo. Gli artisti italiani – non è più scontato doverlo osservare – sono i primogeniti di quella nazione.

È Ius Soli codesto. Non è populismo sovranista, non è suprematismo, non è razzismo culturale. Stiamo parlando, semplicemente, di diritto alla vita nella propria vita.

Chiaro?

A noi pare chiaro come la prima luce dell’alba. Peccato che però stiamo dando conto dell’ultima luce del tramonto. Anzi, della tenebra compieta. Perché sull’arte italiana in Italia il buio è oggi totale. Il mondo dell’arte, ospite in Patria, nella Patria dell’arte, ha spento la luce in casa nostra. E noi, assai poco patriotticamente, dormiamo saporitamente.

Si, è ben vero: è ancora concessa la presenza di uno e un solo artista italiano nel padiglione nazionale all’Arsenale. Una prassi avviata tre edizioni fa, e destinata probabilmente a estinguersi del tutto pur essa, visto l’andazzo. Ricordiamo pure che il nobile spazio centrale ai Giardini era un tempo ormai già remoto riservato all’Italia, e poi offerto per sempre, in segno di prona devozione, al resto del mondo. Che oggi ha letteralmente espropriato lo spazio, negandone del tutto l’ingresso ai padroni di casa.

A questo punto è pure del tutto inutile perdere tempo a commentare criticamente la presenza di Chiara Camoni curata da Cecilia Canzani nel ghetto Italia all’Arsenale, perché prima che di arte, nella presente situazione, appare più opportuno rivendicare i diritti umani violati. La situazione infatti, eticamente, richiama l’immagine di un confino in isolamento stretto, o di una riserva indiana, di un’apartheid culturale, antropologico.

Va infine segnalato, per onestà di cronaca, che alcuni artisti italiani, come da prassi consolidata, e non ancora bandita, trovano ancora ospitalità nei vari padiglioni stranieri, oppure in contesti espositivi privati non ufficiali, i cosiddetti “eventi laterali”.

L’arte italiana, insomma, è un evento “collaterale” alla Biennale di Venezia o, se si vuole, una pietosa presenza ospite di un enclave extraterritoriale in Patria.

Detto tutto questo, messi in fila gli argomenti, estratti dalla pura e spietata oggettività, perché mai il pubblico italiano dovrebbe andare a visitare la mostra di Venezia, da dove gli italiani sono stati banditi?

Italiani (omettiamo l’esclamativo), delle due l’una: riconquistate Venezia, altrimenti disertatela, per i prossimi sei mesi.

ARTE ALLA RISCOSSA, OLTRE L’IMPOSTURA DEL ‘900 – IL GIORNALE PRESS

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