Battaglia di Campaldino. Dante combattente nella Toscana medievale

La Battaglia di Campaldino, combattuta nel 1289 tra Guelfi fiorentini e Ghibellini aretini, cambiò gli equilibri della Toscana medievale. Tra i protagonisti indiretti anche Dante Alighieri, legato ai luoghi del Casentino, a Poppi, a Buonconte da Montefeltro e alle pagine della Commedia.

Una breve pagina di storia che riporta alla memoria la dolorosa lotta fra guelfi e ghibellini, guelfi bianchi e guelfi neri nell’Italia lacerata del XIII secolo. L’11giugno 1289 si combatteva a Campaldino la nota battaglia fra Guelfi fiorentini e Ghibellini aretini. Lo storico scontro  conclusosi con la vittoria dei fiorentini e il successivo decadimento di Arezzo, vide la partecipazione di Dante Alighieri in qualità di “feditore” (cavaliere di prima schiera con leggero armamento).

Campaldino, piana del Casentino in provincia di Arezzo, si estende ai piedi di un borgo architettonico con possenti mura, Poppi, un prezioso gioiello medievale riconosciuto oggi tra i “Borghi più belli d’Italia“, in cui troneggia l’imponente Castello costruito nel XIII secolo per volontà dei Conti Guidi dei quali conserva ancora la denominazione.

Il borgo, dal quale è possibile ancora oggi contemplare i suggestivi scorci della valle del Casentino, in epoca medievale (XIII secolo) assisté alla trasformazione del cassero del castello in residenza signorile dove soggiornò anche il “divin poeta”  che, secondo non poche fonti, ebbe modo di comporre  in loco il XXXIII canto dell’Inferno.

La battaglia di Campaldino, inserita legittimamente, nella biografia di Dante, fu la conseguenza della politica estera perseguita da Firenze che aveva come scopo prioritario la strada libera verso il mare e, quindi, la lotta contro Pisa, e quella verso Roma, con l’inevitabile scontro con Arezzo e Siena. A tutto questo si aggiungeva l’intento di ottenere, in virtù di vittorie militari, facilitazioni commerciali e cospicui introiti.

Le forze ghibelline, memori della battaglia di Montaperti (1260) che, grazie alla vittoria riportata dai senesi aveva segnato il netto dominio della propria fazione in Toscana, ingaggiarono arditamente lo scontro con la parte avversa che aveva il sostegno di Firenze, della Lega Guelfa e di Carlo d’Angió. A Firenze l’ordinamento ghibellino era ormai scomparso – dopo la sconfitta di Manfredi a Benevento e la breve parentesi di Corradino.

Fu in occasione di tale battaglia che acquistarono rinomanza due personaggi che avrebbero svolto ruoli determinanti all’interno delle proprie fazioni: Vieri dei Cerchi per i Guelfi Bianchi, che sostenevano una sostanziale politica di indipendenza da Roma e Corso Donati per i Guelfi Neri, che facevano capo ai maggiori operatori economici connessi al Papato.

Nel corso di tale evento l’iniziativa dell’attacco fu assunta dagli Aretini che riuscirono a mettere allo sbando i “feditori” Guelfi, mentre buona parte dell’esercito nemico arretrava. L’assalto non fu comunque determinante, consentendo così alla fanteria dei Bianchi di minacciare gli avversari sul lato destro.

Guido Novello, allora podestà di Arezzo e comandante in campo delle forze ghibelline, era costretto a fuggire, mentre Corso Donati riusciva a dare la svolta decisiva alla battaglia, che avrebbe peraltro segnato l’egemonia Guelfa sul territorio toscano.

Alla battaglia di Campaldino fanno riferimento due noti eventi conosciuti soprattutto attraverso la lettura della “Comedìa” di Dante: il “tradimento ” del conte Ugolino della Gherardesca, capo provvisorio del governo pisano e disposto a un’alleanza con i Guelfi che lo avevano spinto a sostenere il trattato di Pisa – firmato nel 1272 con Carlo d’Angió – e la sparizione del cadavere di Buonconte da Montefeltro che morì combattendo a favore degli Aretini.

Collocato da Dante nell’Inferno fra i “traditori della patria” che appaiono drammaticamente sepolti nel ghiaccio, il conte Ugolino descrive la crudezza della sua morte, dopo che fu imprigionato e poi murato vivo nella torre insieme ai suoi figli senza ricevere cibo.

Di Buonconte da Montefeltro, appartenente alla casata urbinate e anche lui condottiero ghibellino, il poeta fiorentino ci fornisce un dettagliato ritratto nel V canto del Purgatorio, sottolineandone il pentimento in extremis. Il che lo avrebbe giustificato agli occhi di Dio,  impedendogli così di precipitare negli abissi dell’Inferno, mentre la rabbia del demonio, che doveva portarne con sé l’anima, dette luogo a un furioso temporale che ne trascinò il cadavere dal torrente Archiano alle tumultuose acque dell’Arno disperdendolo fra i detriti del fiume.

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