Ralph Towner, chitarrista, compositore, narratore del suono e polistrumentista statunitense tra i più influenti del jazz acustico moderno è morto a Roma il 18 gennaio 2026 all’età di 85 anni. Maestro della chitarra classica a 12 corde e fondatore del gruppo Oregon, ha lasciato un’eredità sonora di rara profondità, umanità e grazia riconosciuta in tutto il mondo
Aveva 85 anni ed era da anni residente a Roma, dove aveva trovato casa e ispirazione. La sua musica rimane, per chi l’ha amato e per chi ancora deve scoprirla, un cammino di profondità e grazia. Cerchiamo di riassumerne i motivi.
In sala di registrazioe Towner chiuse gli occhi e disse: “Non sto suonando le note… sto cercando il silenzio che parla tra le note” ed è forse questo delicato equilibrio tra suono e silenzio che più di ogni altro spiega il suo fascino.
Era nato il 1° marzo 1940 a Chehalis, nello stato di Washington, in una famiglia dove la musica era il linguaggio quotidiano della casa; la madre insegnava pianoforte, il padre suonava la tromba, e quel modo di respirare note e ritmi fin da bambino ha lasciato un’impronta indelebile nel suo modo di ascoltare il mondo.
Da piccolo iniziò con pianoforte e tromba, e già allora c’era qualcosa di curioso nel suo approccio, non suonava per farsi notare, ma per capire come funzionavano i suoni insieme. Quando arrivò all’Università dell’Oregon si immerse nello studio della composizione ed imparò non solo gli accordi e le regole, ma anche l’arte sottile dell’equilibrio e della forma.
In quegli anni incontrò amici e partner musicali che sarebbero rimasti con lui per tutta la vita. Per caso, quasi per gioco, comprò una chitarra classica e fu amore a prima vista. Decise di andare a Vienna a studiare chitarra classica con Karl Scheit, un maestro rigoroso, e furono quegli anni all’estero a dare a Ralph una tecnica solida, ma soprattutto un modo di sentire lo strumento come se fosse una voce, non solo un mezzo per suonare note.

Tornerà negli Stati Uniti negli anni Sessanta, attraverserà la vivace scena jazz di New York, e sarà qui che si unirà al Paul Winter Consort. Da quell’esperienza nascerà poco dopo, nel 1970, Oregon, insieme a Glen Moore, Paul McCandless e Collin Walcott, un gruppo che non poteva essere facilmente etichettato perché era folk, jazz, improvvisazione e soundworlds lontani che si mescolavano, come le conversazioni tra amici in un pomeriggio di sole. Era semplicemente una una band pionieristica che sfidava le etichette musicali.
Preferiva ascoltare, capire, lasciare spazio. Anche nel suo lavoro solista, con decine di album pubblicati, molti per l’influente etichetta ECM, con la quale collaborò per decenni, si avverte sempre quel senso di cura, di rispetto per ogni singola nota perché guardava l’essenza, le verità sonore e non l’apparenza, non le mode e gli effetti vistosi.
Nel corso della sua carriera Towner pubblicò decine di album, sia con Oregon sia come solista, collaborando con artisti di fama mondiale. Più che suonare la chitarra parlava con essa, quasi come se la sua chitarra (a 12 corde) fosse un interlocutore con cui discutere poesia e ritmo. La sua musica, sospesa tra struttura classica e libertà jazz, era bella perché sincera, senza artifici.
Negli ultimi anni Towner aveva scelto l’Italia, prima Palermo e poi Roma, come casa e l’ispirazione per nuovi affondi emotivi nella sua musica. Spesso camminava per i vicoli del centro con la sua chitarra a tracolla, salutando amici e sconosciuti con un sorriso gentile, come se ogni giornata fosse un’opportunità per ascoltare qualcosa di nuovo. Questo rifletteva la sua filosofia perché considerava la musica non solo tecnica, ma presenza, relazione, ascolto profondo.
Quando si pensa a Ralph Towner, “Icarus” arriva per primo, quasi naturalmente. È il suo volo più riconoscibile, una melodia aperta, luminosa, che unisce slancio e misura. Non a caso è diventato il cuore del repertorio degli Oregon. “Blue Sun” è il lato notturno di Towner. Intimo, malinconico, atmosferico. Poche note, molto spazio, una profondità che cresce lentamente. “Anthem” rappresenta la sua maturità piena. È un pezzo tecnicamente impeccabile che mette in risalto la sua capacità di far suonare la chitarra classica come un’intera orchestra, tra contrappunti complessi e una dinamica sonora straordinaria.
“Father Time” è il brano del tempo accettato, non temuto. E’ elegante, leggero, consapevole. Questi brani, messi uno accanto all’altro, raccontano tutto, l’inizio, l’introspezione, la maturità, il tempo, l’equilibrio perfetto tra le note e ciò che resta in silenzio.
Riascoltare oggi questi brani significa capire che Ralph Towner non ha mai cercato di essere memorabile. È diventato indimenticabile proprio perché ha sempre messo la musica prima di sé e in queste composizioni, così diverse eppure così coerenti, continua a parlarci con la stessa voce calma, profonda, necessaria.
Sul sito UK Jazz News, ad esempio, si legge che Towner era considerato “una delle più grandi persone, non solo per il suo spirito artistico, ma anche per il suo carattere generoso e magnanimo“, un elogio che parla più alla persona che al musicista. Anche chi lo descrive come innovatore sottolinea la profondità e raffinatezza con cui affrontava la musica, qualità che spesso riflettono una rara sensibilità interiore.
Tributi degli addetti ai lavori lo confermano, sottolineando la sua umanità e il profondo rispetto per la musica e per gli altri. Towner aveva una raffinata curiosità artistica e un suo approccio di pensiero alla musica che riflette profondità di sentimento e apertura mentale, caratteristiche che spesso si collegano a un temperamento umano curioso, pacato e rispettoso.
Ralph Towner era considerato bello dentro, oltre che un artista straordinario.
Foto di Fabrizio Sodani
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