Macabro indizio, opera prima della coppia d’autori Mario D’Onofrio e Luigi Gazzola, regala uno spaccato dell’Italia degli anni Ottanta, ponendo l’attenzione sui metodi investigativi dell’epoca, il rapporto con i mass media, la condizione femminile, il potere mafioso e quella provincia italiana fatta di silenzi e verità celate. Gli scrittori hanno condensato le loro esperienze professionali di magistrato e cancelliere in una storia ambientata nel 1982 nell’immaginaria cittadina di Oppida, facendo di Macabro indizio un legal thriller venato di mystery tradizionale. La ricerca della verità investigativa e processuale è scandagliata dagli autori attraverso i personaggi di D’Amico, Torriglia, Mafflove e Marini. Una squadra che cerca la luce nell’oscurità del crimine. Il romanzo prende le mosse da un caso di omicidio che scuote la tranquillità cittadina e procede a ritmo serrato, regalando anche sorrisi e prelibatezze gastronomiche che fanno da contraltare al male e omaggiano i grandi maestri del genere.
Dietro la genesi di Macabro indizio c’è un’intensa collaborazione a quattro mani. Come si è articolato il vostro metodo di scrittura per bilanciare il rigore procedurale con il ritmo della finzione?
«Abbiamo lavorato davvero a quattro mani, sfruttando la nostra esperienza professionale, diversa ma complementare (di magistrato e di cancelliere, entrambi con una lunga esperienza nel settore penale) ci ha permesso di confrontarci sulle situazioni, le procedure del tempo (il romanzo è ambientato nel 1982) e dei personaggi. Abbiamo costruito dapprima l’ossatura del romanzo: la vicenda, i personaggi, i passaggi investigativi e giudiziari, soprattutto i punti di svolta e i colpi di scena. Ogni parte scritta da uno veniva riletta, discussa e spesso riscritta insieme all’altro. In questo modo la voce narrativa è diventata progressivamente comune.
E’ stato importante il confronto per tenere insieme il rigore del mondo giudiziario con il ritmo e la tensione propri del legal thriller. Abbiamo costruito una storia insieme, mettendo continuamente alla prova le idee dell’altro. Il vantaggio della scrittura a quattro mani è quello di avere accanto un primo lettore molto esigente. Il risultato è una voce unica, ma con due sensibilità che si intrecciano».
Gli anni Ottanta emergono dalle descrizioni della città immaginaria di Oppida e nella metodologia investigativa. Dopo l’omicidio di Dalla Chiesa è cambiato il modo di indagare?
«Gli anni Ottanta sono lo sfondo della storia e un’epoca in cui il modo di indagare e gli strumenti a disposizione erano profondamente diversi da quelli a cui siamo abituati oggi. L’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel settembre del 1982, ha rappresentato certamente uno spartiacque. Non che, improvvisamente, siano cambiati tutti i metodi investigativi, ma perché quell’assassinio rese evidente la necessità di una risposta organizzata dello Stato. Proprio in quel settembre venne approvata la legge Rognoni-La Torre che introdusse il reato di associazione mafiosa.
Nel nostro romanzo abbiamo dato conto di quelle modalità di indagine: meno tecnologia, nessuna possibilità di ricostruire in pochi secondi una rete di contatti o di acquisire una quantità enorme di dati digitali. Gli investigatori dovevano lavorare molto sul territorio, sulle persone, sui rapporti, sugli interrogatori e sulla paziente ricostruzione degli indizi.
La capacità investigativa non dipendeva soltanto dagli strumenti disponibili, ma dal saper lavorare in squadra. Nel nostro lavoro abbiamo cercato proprio questo equilibrio: raccontare un’indagine credibile per gli anni Ottanta, con i suoi limiti tecnologici e procedurali, ma anche con investigatori capaci di utilizzare osservazione, esperienza e intuito. Abbiamo ricordato al lettore che un’indagine non la fanno soltanto gli strumenti: la fanno soprattutto le persone che sanno leggere gli indizi e metterli in relazione. Nel romanzo gli investigatori si muovono in un mondo che sta cambiando, sospeso tra tradizione e modernità».
Il ruolo dei Media negli anni Ottanta era diverso da quello di oggi, quanto era fondamentale diffondere le notizie su un caso di cronaca in TV e sui giornali per lo svolgimento delle indagini?
«Negli anni Ottanta i media avevano un ruolo importante, ma molto diverso da quello che hanno oggi. Non esistevano internet, i social network, gli smartphone e quella circolazione istantanea delle informazioni a cui siamo abituati. La notizia passava soprattutto attraverso i giornali, la radio e i telegiornali. Per questo, quando un caso di cronaca riusciva a conquistare le prime pagine o l’attenzione della televisione, poteva avere una risonanza enorme.
Per un investigatore, la stampa poteva essere uno strumento prezioso soprattutto per raccogliere informazioni, individuare testimoni, far emergere elementi rimasti nell’ombra. Ma poteva anche diventare un’arma a doppio taglio: una notizia pubblicata poteva spingere qualcuno a farsi avanti, ma poteva anche mettere in allarme un possibile colpevole o orientare l’opinione pubblica verso una determinata ricostruzione dei fatti.
Era diverso anche il rapporto tra investigatore e giornalista. Oggi le informazioni sono filtrate dalle conferenze stampa. Allora il cronista di nera frequentava quotidianamente Questura e Carabinieri e costruiva nel tempo rapporti personali con i funzionari, che potevano fornire indicazioni sullo stato delle indagini o utili alle medesime. Nel nostro romanzo abbiamo cercato di sfruttare proprio questa caratteristica degli anni Ottanta. Una notizia sul giornale poteva mettere in movimento persone, testimonianze e informazioni. Per questo, nel nostro legal thriller, il quotidiano locale non appare sullo sfondo della vicenda: è quasi un altro personaggio. Da un lato riferisce ciò che emerge dall’indagine, dall’altro è un canale assai utile agli inquirenti ma, talora, rischia di complicare il lavoro di chi sta cercando la verità».
L’ispettore Maffi detto Mafflowe è una dedica a Marlowe, ci sono altri omaggi letterari nel romanzo?
«Sì, ce ne sono, e sono voluti. Il riferimento più importante è quello alla “teoria della palma”, tratta da Il giorno della civetta. Un omaggio a Sciascia che ha saputo utilizzare il genere ‘giallo’ non soltanto per raccontare un delitto, ma per lanciare un segnale in grado di creare consapevolezza del fenomeno mafioso che è anche l’obiettivo principale del nostro romanzo. Poi c’è un omaggio più giocoso e, per certi versi, più “gustoso”: i riferimenti gastronomici che rimandano a Rex Stout e al suo Nero Wolfe. E, naturalmente c’è Maffi, detto “Mafflowe”, che è un omaggio a Philip Marlowe e a quel genere letterario.
Sono piccoli segnali per chi ama il genere e un modo per dichiarare le nostre letture e le nostre passioni. Abbiamo scritto un legal thriller ambientato negli anni Ottanta, ma dietro la storia di Oppida ci sono tutti i romanzi noir e polizieschi che abbiamo letto e amato. Sono omaggi discreti, mai esibiti, ma riconoscibili da chi ama il genere».
Verità e giustizia non vanno sempre nella stessa direzione?
«È uno dei temi centrali. Verità e giustizia sono collegate, ma non sempre procedono nella stessa direzione.
La verità è ciò che è realmente accaduto; la giustizia deve arrivare a quella verità attraverso regole, prove e garanzie. E può accadere che una verità intuita dagli investigatori non sia sufficiente per diventare una verità processuale. Oppure che una responsabilità appaia evidente a pelle, ma non possa essere dimostrata in giudizio oltre ogni ragionevole dubbio.
È proprio in questa zona di tensione che, secondo noi, nasce una parte importante del legal thriller. Chi indaga vuole sapere cosa è successo, il magistrato invece deve chiedersi se ciò che appare plausibile può essere dimostrato nel rispetto delle regole. Sono due esigenze entrambe necessarie, ma non sempre coincidono. Il romanzo non dà risposte, ma mostra la tensione continua tra le due esigenze.
Forse è questa la domanda che rimane al lettore: è più importante conoscere la verità o riuscire a dimostrarla? Nel mondo della giustizia, purtroppo, le due cose non sono sempre la stessa cosa».
L’agente Silvia Marini e il caso della donna aggredita, nel romanzo c’è una denuncia della violenza sulle donne?
«C’è anche questo aspetto. Il caso della donna aggredita seguito dall’agente Silvia Marini ci interessava soprattutto perché ci permetteva di raccontare una condizione femminile che spesso negli anni Ottanta rimaneva ai margini.
Silvia è un personaggio che osserva quella realtà con una sensibilità particolare. La sua presenza ci ha consentito di mettere in luce non soltanto la violenza subita dalla donna, ma anche ciò che può accadere dopo: il modo in cui la vittima viene ascoltata, considerata, creduta o, al contrario, messa in discussione. Oggi abbiamo, forse, una consapevolezza diversa del fenomeno, mentre negli anni Ottanta molte categorie culturali suggerivano alla donna di subire in silenzio, di non denunciare per paura. Quindi sì, attraverso Silvia Marini c’è anche una denuncia della violenza sulle donne, ma soprattutto c’è il tentativo di raccontare quanto fosse difficile, per una donna, trovare ascolto e giustizia. E forse il punto che interessava era proprio questo: non fermarsi alla violenza in sé, ma stimolare una riflessione sulla difficoltà della vittima di violenza a stabilire un rapporto di fiducia con la società e le istituzioni. E’ una denuncia, sì, ma fatta attraverso la trama, non attraverso proclami».
Il cibo ha una grande rilevanza nella trama, diventa quasi personaggio?
«La cucina, il cibo e la gastronomia fanno parte della vita quotidiana e, nel romanzo, rappresentano anche un momento di pausa, quello in cui ci si può finalmente staccare dalle preoccupazioni e dal logorio di un’attività professionale spesso stressante. Ci piaceva creare questo contrasto: da una parte l’indagine, la tensione, gli interrogatori, il sospetto; dall’altra la tavola, il piacere del cibo, la convivialità. Il cibo non è solo un dettaglio ambientale è un linguaggio. Segna pause, definisce caratteri, crea atmosfera, diventa memoria culturale. Nel romanzo è quasi un personaggio, perchè accompagna gli investigatori, li definisce, li umanizza.
C’è poi, naturalmente l’omaggio letterario. La gastronomia strizza l’occhio a Rex Stout e al suo Nero Wolfe, per il quale la cucina e il rapporto con il cibo sono parte integrante della narrazione. È un riferimento che abbiamo inserito con una certa ironia, ma anche con affetto, perché appartiene alla tradizione del giallo che amiamo.
Nei momenti più drammatici della vita c’è bisogno di una tavola, di un buon piatto e di qualche minuto per respirare. E ci ricordano che, dietro le indagini e i delitti, ci sono persone con le loro abitudini, i loro piaceri e la loro quotidianità. La tavola non interrompe il noir, ma ne aumenta il contrasto, creando quei momenti di respiro che rendono più intensa la tensione quando l’indagine riparte».
Pensate già a una serialità di questa squadra investigativa?
«È prematuro fare anticipazioni e preferiamo non svelare troppo. Possiamo dire che il crimine, si sa, è sempre in agguato… e Oppida non fa eccezione. D’Amico, Torriglia, Mafflove e Marini sono ormai entrati in sintonia con noi e, forse, sarebbe un peccato lasciarli definitivamente a riposo.
I personaggi hanno ancora molto da dire e Oppida è un mondo narrativo espandibile. Diciamo quindi che non escludiamo affatto che possano tornare presto in azione, alle prese con nuovi casi. Non è una promessa, ma una tentazione. Per ora lasciamo ai lettori che li hanno apprezzati il piacere di chiedersi se e quando li rivedrà. La serialità non è annunciata, ma certo è una prospettiva concreta».

Gli Autori
Luigi Gazzola – Funzionario presso il Tribunale, è stato assessore al Comune di Piacenza con delega alla promozione della cultura della legalità. Per la stessa casa editrice (Parallelo 45 Edizioni) ha pubblicato il saggio Piacenza e la presenza mafiosa, tra passato e presente.
Mario D’Onofrio – Esercita l’avvocatura dopo essere stato magistrato civile e penale. È autore di saggi e monografie nel campo del diritto del lavoro, penale e processuale penale.
Scheda del libro
Titolo: Macabro indizio Autori: Mario D’Onofrio e Luigi Gazzola Casa Editrice: Parallelo 45 Edizioni Collana: Terzo grado, curata da Fabrizio Filios Anno di ambientazione: 1982 Anno di pubblicazione: 2025 Genere: Legal thriller / Mystery Progetto grafico: Laura Calza Foto di copertina: Andrea Mannucci

