La nuova scoperta su Lost City e la vita oltre la Terra

Dalle profondità dell’Atlantico una nuova scoperta sulla Citta Perduta, svela come l’energia tra acqua e rocce possa sostenere la vita senza luce solare, offrendo un indizio fondamentale per la ricerca di ecosistemi su altri pianeti.

Esistono luoghi sulla Terra che sembrano appartenere a un altro pianeta.

A oltre settecento metri di profondità, nel cuore dell’Oceano Atlantico, il fondale si trasforma in un paesaggio silenzioso e quasi irreale. Decine di torri bianche e color avorio si innalzano nell’oscurità come le guglie di una città dimenticata. Alcune sono sottili e slanciate, altre massicce e ramificate; crescono lentamente da migliaia di anni, scolpite non dal vento o dall’acqua, ma da profonde reazioni chimiche tra l’acqua marina e le rocce del mantello terrestre.

Non sono costruzioni umane, né stalagmiti nate nelle grotte. Sono giganteschi camini idrotermali che sembrano custodire il segreto di un mondo perduto. Per questo gli scienziati hanno chiamato questo luogo Lost City, la Città Perduta.

È proprio qui che una ricerca pubblicata il 12 luglio 2026 sulla rivista Geochemistry, Geophysics, Geosystems dell’American Geophysical Union (AGU) ha aggiunto un nuovo tassello fondamentale. Per la prima volta, la scienza ha dimostrato come la struttura di Lost City possa spiegare la presenza della vita oltre la Terra.

Gli studiosi hanno trovato la prima evidenza diretta che acqua proveniente dal sottosuolo, dopo aver raggiunto temperature superiori ai 300 °C, potrebbe alimentare questo incredibile ecosistema. Un ambiente dove la vita prospera pur non ricevendo mai un solo raggio di luce solare.

Il segreto è racchiuso in un processo geologico chiamato serpentinizzazione. Quando l’acqua penetra nelle profondità della crosta terrestre e incontra rocce del mantello, come la peridotite, si innescano reazioni chimiche che liberano idrogeno e altre molecole ricche di energia. È questa energia, e non quella del Sole, a sostenere comunità di microrganismi capaci di vivere in condizioni estreme.

Questa scoperta ci ricorda anche un altro aspetto fondamentale della ricerca: le domande più importanti raramente appartengono a una sola disciplina. Qui la geologia incontra la chimica, la biologia dialoga con l’oceanografia e tutte insieme aprono nuove prospettive all’astrobiologia. L’incontro tra competenze diverse non è un dettaglio del metodo scientifico: è spesso la chiave che permette di osservare la realtà da prospettive nuove e di raggiungere risultati che nessuna disciplina, da sola, potrebbe ottenere.

Se la vita può svilupparsi grazie all’energia prodotta dall’incontro tra acqua e rocce, allora ambienti simili potrebbero esistere anche negli oceani nascosti sotto la superficie ghiacciata di Europa, luna di Giove, e di Encelado, luna di Saturno. Gli studi su Lost City e sulla vita oltre la Terra rendono questi mondi lontani tra i luoghi più promettenti per la caccia a forme di vita extraterrestri.

Forse è questa la lezione più affascinante.

Mentre continuiamo a costruire telescopi sempre più potenti e sonde capaci di raggiungere mondi lontani, la Terra ci ricorda che custodisce ancora laboratori naturali in grado di insegnarci come potrebbe nascere e sopravvivere la vita nell’Universo.

Forse l’esplorazione spaziale non prende forma soltanto nelle missioni oltre l’atmosfera, ma anche ogni volta che impariamo a osservare con occhi nuovi il nostro pianeta.

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