Tra il ritrovamento di un vecchio manoscritto e la memoria della Firenze tra il 1954 e il 1964, si schiude il racconto di un’adolescenza complessa e vibrante. Non ho chiesto di esistere (Edizioni Helicon, 2023) raccoglie l’esordio narrativo che Laura Casadei compose ad appena quindici anni. In un suggestivo dialogo tra il presente delle amiche riunite e la voce corsiva del passato, la fragile ricerca di identità della protagonista Lisa si scioglie nella bellezza di una scrittura che sfida lo scorrere degli anni.
Un romanzo di formazione, se la storia non si interrompesse in fase adolescenziale. Un taglio diaristico, ma in terza persona immersa. Un doppio arco narrativo, uno interno e uno esterno. Questi sono alcuni dei tratti caratterizzanti l’opera prima di una ragazzina di soli quindici anni, pubblicata oltre cinquant’anni dopo (e in seguito alla stesura, in età adulta, di ben altri tre romanzi) dalla donna che sarebbe diventata poi. Il salto che l’autrice quindicenne si accinge a spiccare nella bella istantanea in bianco e nero della copertina, la porterà anche metaforicamente dall’altra parte del crepaccio che immaginiamo nella foto e che nella realtà non sarà stato così profondo quanto le difficoltà della vita. La storia di questo libro è coinvolgente e in un certo senso aureolata da quella quota di indecifrabilità da cui sovente siamo investiti nelle più normali vicende quotidiane e che riteniamo stia alla base del titolo, il j’ accuse di una giovane alle prese con le asperità di un’esistenza nella quale si sente catapultata per caso. Eppure, alla penna della Laura Casadei appena adolescente è stato concesso il privilegio di saper trasfondere, in una combinazione ben calibrata di spontaneità e autocontrollo rari a quell’età, gli interrogativi e le attese di un sogno chiamato vita, ma corrucciato da una situazione famigliare non idilliaca. Non è casuale, anche se non deliberato, crediamo, che i nomi dei genitori non siano mai menzionati e che le loro stesse figure appaiano fumose e marginali, essendo gli altri personaggi, le amiche e gli amici della protagonista, il fulcro dell’attenzione della giovanissima scrittrice che solo nell’ultima parte del libro farà pace con la vita e con chi gliel’ha data.
Il taglio diaristico cui alludevamo emerge sia dalla disposizione diacronica degli eventi, sia dal gusto del frammento narrativo dipanato in uno stile paratattico, avaro di subordinate e nessi subordinanti, a volte sincopato, con frequenti punti a capo, come si usa in un diario, spesso derivante da una somma scompigliata di annotazioni e sensazioni che nel romanzo d’esordio della Casadei disseminano la trama di suggestive ellissi e salti temporali. Non è infrequente, infatti, intercettare avvenimenti già conclusi, privi di un previo ammiccamento al lettore. Ma, a ben vedere, stessa modalità è reperibile in qualsiasi diario, laddove lo scrivente lo lasci chiuso nel cassetto senza aggiornamenti puntigliosi. Il flusso diegetico, inoltre, si interrompe per lasciare respiro alle riflessioni sul senso della vita, della famiglia, dell’amicizia, dell’amore, proprio come in un diario personale, e il compito di cadenzare anche visivamente l’andamento sinusoidale è sagacemente affidato dall’autrice a una serie di sequenze narrative e descrittive demarcate dal segno grafico dei trattini che in un certo senso sostituiscono l’inserimento più convenzionale della data, conferendo al testo l’impronta di un continuum. Ma, a differenza della stesura di un diario, la vicenda si snoda in terza persona, scelta confermatami dalla stessa scrittrice come espediente deliberato per oggettivare le vicende attraverso una lente di lontananza e di riservatezza. È tuttavia evidente la totale simbiosi tra la protagonista, Lisa, narratore immerso, e l’autrice, simbiosi che dà luogo a una focalizzazione interna da un punto di vista soggettivo. Il narratore insomma ne sa esattamente quanto il personaggio che, non dimentichiamolo, sta vivendo in un presente continuo, il “suo” presente (sebbene declinato in passato) e che non si tratti di narratore onnisciente è palese nell’episodio centrale della trama che per ovvi motivi di tenuta della lettura non intendiamo certo svelare, ma che contribuisce a scatenare suspense e sorpresa in chi legge, che, appunto, legge con gli occhi di chi non ha una visione a tutto campo degli accadimenti in fieri, proprio come succede a tutti noi nella vita mentre la viviamo.
Al lettore non sfugge tuttavia il compito di trarre deduzioni e riflessioni non solo nello schema dinamico, ma anche psicologico della trama, apparentemente lineare nella pur complessa ricerca della propria identità e del senso doloroso della realtà, tanto più doloroso se riferito a un’adolescente dalla spiccata sensibilità emotiva e culturale. Nell’ambientazione principale, la Firenze del decennio 1954-1964, si inseriscono altri spaccati geografici dovuti a spostamenti per vacanze o esigenze di famiglia e di studio e in tutti i casi costante è l’eco degli avvenimenti storico-politici e di costume (musica, moda, svaghi giovanili di allora) che contrassegnarono la storia non solo italiana del periodo in esame, come pure costante è il richiamo al contesto tipico nel quale s’incardinano amicizie, formazione culturale ed esperienze di vita di ogni adolescente: l’ambiente scolastico. Il linguaggio stesso, sia quello espositivo che quello diretto, cioè i fitti, martellanti dialoghi tra i personaggi (dialoghi nei quali, a differenza della linea narrativa orizzontale, abbondano subordinazioni e incisi)risente della formazione specifica del liceo frequentato dai giovani protagonisti, oltre a recare le impronte di inevitabili toscanismi e di una certa terminologia legata all’epoca, come dichiaratamente espresso dall’autrice nell’incipit quando fa riferimento “all’uso del pronome personale femminile soggetto ‘ella’ che adesso non si usa più!”. Ribadiamo infatti che tra la stesura del manoscritto e la sua pubblicazione intercorrono decenni nei quali la lingua, creatura viva, si è inevitabilmente modificata in alcuni segmenti lessicali come pure a livello di sinfonia globale della costruzione sintattica ed è stata scelta precisa dell’autrice mantenere inalterata la pellicola linguistica degli anni ai quali risale l’effettiva redazione del manoscritto. Del resto, a nessuno di noi verrebbe mai in mente di rivisitare un vecchio diario personale sulla scorta delle trasformazioni del linguaggio.
E arriviamo ora a un dato saliente del libro: la sua complessa struttura. Nella più ampia impalcatura di due parti suddivise in sette capitoli ciascuna, sono ininterrottamente incastonati (nel prosieguo di tutti i quattordici capitoli) due archi narrativi tipograficamente individuabili a colpo d’occhio per non depistare il lettore che, fin dall’epigrafe d’esordio, è reso consapevole dell’esistenza di questo vecchio manoscritto redatto dalla narratrice in età giovanile e dalla stessa narratrice condiviso nella lettura, in età adulta, con le amichedi sempre, Rossella e Livia, che insieme avevano vissuto avvenimenti e umori adolescenziali interrotti poi, come spesso accade, dall’iscrizione agli studi universitari. Il primo arco narrativo, proposto in carattere rotondo, è quello che chiameremo “esterno” e si snoda in prima persona da un tempo presente palesemente metaletterario nel quale l’autrice, personaggio guida, si alterna nella lettura del diario con le due amiche appositamente ritrovatesi per rievocare quel lontano decennio che le vide insieme. Il secondo arco narrativo, che definiremo “interno”, completamente evidenziato in corsivo, coincide con la stesura stessa del vecchio diario, e costituisce una specie di presa diretta sebbene deliberatamente allontanata, come già segnalato, dall’uso della terza persona, come pure del passato nel quale il frequente ricorso al “grado zero” dell’azione, cioè l’imperfetto, sfuma fatti e informazioni in una sorta di fotogrammi incantati, a dispetto dell’amarezza di alcune riflessioni. Non mancano bellissime, assidue intrusioni ritmiche della natura (con cui la giovane si sente “in tacita alleanza”) ad accompagnare meditazioni sul senso della vita, nella ricerca ininterrotta di un tempo perenne. “Prima di dormire, Lisa restò alla finestra. Guardava le stelle lontane pensando che di tanto agitarsi nel mondo solo il cielo era unico, era sempre”. L’esplorazione di una categoria duratura che scavalchi l’asse temporale, è incessante nel sottostrato tematico del romanzo e non è un caso che nella “magia della scrittura, in un tempo divenuto perenne”, trovi approdo e appagamento la giovanissima autrice che, molti anni dopo, a seguito del rinnovato incontro con le ex compagne di liceo, tornerà a ribadire la sua ansia di infinito “Gli schemi cronologici non mi hanno mai convinta. Questa breve vita è un continuo presente, costituito e inondato di eternità”.
Lasciamo le tre amiche alle prese con l’ingiallito manoscritto, intente a farne tre copie per potersi scambiare ricordi, osservazioni e tracce di vita. Nessuna di loro avrebbe certo mai immaginato che infase di pubblicazione di questo stesso libro sarebbe improvvisamente comparsa un’altra amica, non tra i personaggi del romanzo, ma nel suo apparato paratestuale: colei che sta redigendo la prefazione…
Prefazione di Angela Ambrosini (dal libro “Non ho chiesto di esistere” di Laura Casadei, Edizioni Helicon, 2023)
Dall’opera
Di seguito un estratto dal romanzo di Laura Casadei
Lisa camminava quel giorno guardando la campagna toscana. Una nuvola si era spostata nel cielo, lasciando libera una pioggia di luce.
Il sole investì con fasci luminosi le nubi, rendendole come acque tumultuose di una cascata che precipitasse verso di lei.
Lisa ebbe la sensazione di uno sguardo profondo come tutta una vita…ed oltre.
Quel percorso iniziato insieme allo zio Ermanno per indagare sul disaccordo tra i suoi genitori, il ritorno con Marco… stavano imprimendo in lei un significato.
Ella non credeva più di essere il risultato di una serie di fallimenti, un’incapace a vivere, una straniera nella sua stessa vita. Sentiva che si era interrotta quella discesa della propria anima verso la disperazione.
Vedeva ora come l’affetto più vero è quello che si tempra, mediante contatti semplici e umani con gli altri, attraverso una ricerca: per realizzarsi reciprocamente con umiltà e coraggio; rifuggendo soprattutto dall’egocentrica pretesa di una statica, illusoria perfezione.
In ciò la dimensione da percorrere non è quella verso se stessi, bensì quella di un cammino graduale insieme verso l’unità.
Così Lisa comprendeva che la vita di ogni giorno può avere, deve avere, un significato dinamico e profondo.
Ella sentiva di emergere da una scossa violenta che l’aveva tratta fuori dagli squilibri del suo scetticismo.
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