Il concerto di Marilena Paradisi e Kevin Harris (Marilena Paradisi meets Kevin Harris), andato in scena il 4 gennaio al Teatro Il Cantiere di Roma e accolto da un pubblico attento e partecipe, si è mosso fin dall’inizio in una dimensione precisa, quella di un’esperienza da vivere senza interruzioni, senza spiegazioni, senza appigli razionali. Nessuna presentazione dei brani, nessuna scaletta dichiarata. La musica ha chiesto di essere attraversata come un flusso continuo, quasi come un sonno condiviso, in cui ci si abbandona all’ascolto senza il bisogno di riconoscere o nominare. Non a caso si è trattato di un progetto pensato per il contesto teatrale, per uno spazio che impone attenzione, immobilità e concentrazione, e che permette alla musica di svilupparsi senza distrazioni.

Il duo ha lavorato per ispirazione, non per repertorio. I brani di Thelonious Monk, McCoy Tyner e Wayne Shorter non sono mai stati eseguiti in senso tradizionale, ma hanno agito come presenze lontane, come materiali genetici disgregati e rielaborati. Dopo aver individuato questi riferimenti comuni, nulla è stato stabilito in modo esplicito. Harris accennava appena un’armonia e Paradisi la riconosceva immediatamente, senza segnali, senza indicazioni, senza un punto di partenza dichiarato. Era un riconoscimento intuitivo, istantaneo.
L’armonia veniva così disintegrata e ricomposta, in un processo che ricordava un vero e proprio big bang sonoro, frammentazione, dispersione e lenta riaggregazione delle particelle musicali. Harris girava intorno all’armonia, la esplorava, la metteva in tensione, ci giocava, mentre la voce di Paradisi diventava in alcuni momenti una sorta di antenna, mantenendo punti melodici essenziali attorno ai quali il pianoforte poteva muoversi liberamente. Anche i temi, quando affioravano, non restavano mai intatti, venivano accennati, deformati, trasformati. In diversi passaggi non esisteva alcun brano riconoscibile, erano solo i due musicisti e le atmosfere che stavano costruendo insieme.

In questo spazio mobile, il pianoforte di Harris non ha mai assunto un ruolo di accompagnamento. Al contrario, si è mosso continuamente intorno alla voce, talvolta in apparente contrasto, esplorando territori armonici che mettevano alla prova la stabilità stessa del centro tonale. In alcuni momenti si è potuta avvertire una tensione forte, quasi una frizione, come se il pianoforte non sostenesse la linea vocale. In realtà, Harris costruiva armonie volutamente contrastanti per permettere alla melodia di emergere con maggiore forza, sentendosi completamente libero di esprimersi. Da qui è nato un interplay continuo, destinato a mutare ogni volta, perché fondato su un equilibrio instabile e vivo.
Anche il rapporto con il testo si è trasformato radicalmente. Quando la parola emergeva, non era mai semplicemente “detta”. Il senso letterale rimaneva, ma veniva immediatamente trasceso, la parola diventava parola-suono. La pronuncia, l’intenzione, il ritmo interno del linguaggio assumevano una valenza quasi teatrale, senza mai scivolare nella recitazione. La poesia restava, ma si fondeva con il suono, diventando strumento musicale al pari del pianoforte.

Accanto a questi momenti, il concerto ha conosciuto anche spazi completamente liberi, non riconducibili ad alcun autore o riferimento, attraversando territori aperti, costruiti sull’interazione istantanea, sull’imprevisto, sul continuo rilancio di idee. Un vero gioco di rimandi, un ping-pong creativo in cui ogni intuizione veniva raccolta e trasformata dall’altro. In questo flusso sono emersi richiami arcaici, suggestioni africane, così come un passaggio di derivazione indiana, costruito sulla scala Sa – Re – Ga – Ma – Pa – Dha – Ni, affiorata in modo del tutto spontaneo, senza alcuna intenzione citazionistica. L’unico intervento elettronico, un pedale gestito con estrema parsimonia da Paradisi, è stato utilizzato solo nei momenti più dilatati, come colore timbrico, evitando qualsiasi alterazione dell’equilibrio ritmico e armonico.
Colpisce, in questo contesto, l’assenza totale di assoli intesi come affermazione individuale. Non c’è mai stato un momento di esibizione solitaria, nessuna “vetrina”. Tutto è rimasto costantemente in relazione. È una scelta estetica precisa, che rifiuta l’ego e affida il senso della musica alla qualità dell’ascolto reciproco. Quando questo rapporto si mantiene vivo, la musica resta intensa; quando si perde, rischia di svuotarsi. Qui, fortunatamente, il dialogo non si è mai interrotto ed è stato un gran successo!
Un progetto di questo tipo comporta un rischio altissimo, quello di fallire completamente, ma è proprio questo rischio condiviso a renderlo necessario. La grande riuscita del concerto è stata favorita anche da un pubblico attento, presente, silenzioso, che ha saputo offrire quella concentrazione indispensabile a un’esperienza così esposta. Il Teatro Il Cantiere, in assetto teatrale, si è rivelato il luogo ideale, uno spazio in cui si ascolta, senza distrazioni, senza rumori, senza consumo, senza tutto ciò che distrae.

Quello a cui si è assistito non è stato un concerto da replicare, ma un momento irripetibile di esplorazione. Un dialogo destinato a cambiare ogni volta, perché fondato sull’ascolto, sulla fiducia e sull’accettazione dell’ignoto. Una musica che non cerca di fissarsi, ma di accadere.
A confermare la forza di questa esperienza è anche la reazione di chi era in sala. Un ascoltatore, Roberto Squillace, ha colto con lucidità la natura profonda del concerto:
A distanza di oltre dieci anni Marilena Paradisi si conferma una grande vocalist internazionale. Nel duo con il pianista, il suono sconosciuto di un linguaggio che potremmo definire primordiale si alternava, in spazi brevi, a una lingua riconoscibile, che subito si perdeva nuovamente in una dimensione non cosciente. Il dialogo assumeva sfumature che si rincorrevano in un gioco di intese quasi inaccessibili, lasciando allo spettatore solo la possibilità di abbandonarsi a tanta bellezza. Un grazie a Marilena per averci regalato ancora una volta qualcosa che assomiglia a un sogno, forse il più bello che avremmo potuto desiderare.
I due esploratori del suono hanno dato vita a un’esperienza musicale che vive solo nell’istante e si sottrae a ogni replica.
Lo sguardo, ora, è già rivolto ai progetti futuri. Kevin Harris tornerà protagonista oggi, 8 gennaio, all’Arciliuto, dove presenterà ufficialmente il Kevin Harris Project – Vitruvian Echoes, un concerto jazz d’eccezione che lo vedrà affiancato dal bassista Ameen Saleem e dal promettente batterista Alexey Kabakov.
Anche Marilena Paradisi guarda avanti con due progetti di grande respiro. Il primo è un percorso itinerante e sperimentale di ricerca sul canto di gola degli Inuit, il Katajjaq, le cui registrazioni sono iniziate in Groenlandia e che dovrebbero proseguire nel corso del 2026. Il secondo, più strettamente jazzistico, è il progetto Koete, un’esplorazione di nuove sonorità tra voce e fisarmonica in duo con il grande fisarmonicista Natalino Marchetti, che entrerà in studio di registrazione alla fine di gennaio.
Progetti diversi per forma e linguaggio, ma accomunati dalla stessa tensione verso la ricerca e l’esplorazione, la naturale prosecuzione di un percorso artistico che continua a muoversi lungo territori aperti, senza confini prestabiliti.

Foto di Fabrizio Sodani
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