Premio Camaiore 2026, Luca Giordano tra i finalisti. La cinquina completa

Campi assolati di Luca Giordano è tra i finalisti del Premio Camaiore 2026, insieme a Umano Fiorire di Antonietta Gnerre, Godzilla di Federico Italiano, La prima parola di Rita Pacilio ed Epiloghi di Evaristo Seghetta Andreoli. Le cinque opere finaliste della 38ª edizione del premio si contenderanno il riconoscimento finale a Villa Ariston il 19 settembre. La raccolta poetica di Giordano affronta il tema della guerra con una scrittura civile e riflessiva, mentre la lettura critica di Sandro Angelucci ne evidenzia la forza simbolica e la tensione verso la speranza.


La poesia torna al centro del panorama culturale italiano con uno dei riconoscimenti più significativi del settore. Nella 38ª edizione del Premio Letterario Camaiore – Francesco Belluomini, la raccolta Campi assolati di Luca Giordano (Studium Edizioni) entra nella cinquina dei finalisti.

L’annuncio è stato dato dalla Giuria Tecnica presieduta da Michele Brancale e composta da Cinzia Demi; Simone Gambacorta; Federico Migliorati; Renato Minore; Ottavio Rossani; Irene Marchegiani, insieme all’Assessore alla Cultura Claudia Larini.

A contendersi il premio finale sono: Luca Giordano, Campi assolati (Studium Edizioni); Antonietta Gnerre, Umano Fiorire (Passigli); Federico Italiano, Godzilla (Guanda); Rita Pacilio, La prima parola (Di Felice); Evaristo Seghetta Andreoli, Epiloghi (Interno Poesia).

Il vincitore sarà proclamato il 19 settembre a Villa Ariston, Lido di Camaiore, dalla Giuria Popolare composta da 50 lettori con voto segreto.

Il riconoscimento si affianca alla presentazione della silloge al Caffè Letterario Horafelix di Roma, nell’ambito della rassegna IPLAC.

Nel corso dell’incontro, Luca Giordano ha dichiarato: «Questo voleva essere un libro semplice, anche se ottenere la semplicità è la cosa più difficile. Ho concluso la silloge riferendomi a personaggi dei miti greci e romani. È stato un modo per dire che i miti antichi raccontano la condizione umana, che resta sempre la stessa perché le caratteristiche dell’umanità non cambiano nel tempo. Per questo la lettura del mito è estremamente efficace e profonda per comprendere la realtà. Il mito aiuta a capire molte cose e si presta naturalmente al linguaggio dell’arte».

La selezione conferma il valore dell’opera e la vitalità della poesia contemporanea, capace di leggere il presente con profondità e autenticità.

Campi assolati affronta il tema della guerra attraverso una scrittura essenziale che trasforma la poesia in spazio di riflessione, memoria e coscienza civile, senza indulgere nella retorica dell’invettiva. La parola poetica diventa così luogo di responsabilità e apertura alla speranza.

Il percorso dell’opera è stato approfondito nella lettura critica di Sandro Angelucci, che ha evidenziato il valore simbolico della raccolta e la tensione tra la luce evocata dal titolo e la realtà del conflitto. I “campi assolati” diventano così immagine delle conseguenze della violenza e delle esistenze spezzate.

Particolarmente significativa l’analisi della poesia Non alzate la voce, in cui emerge una visione etica della mitezza come forma superiore di forza interiore, contrapposta alla logica dello scontro.

Nel corso della lettura vengono attraversate le sezioni della raccolta – da Alla Luna (Fuga) ad Altre guerre, da Racconti di guerra fino alle Quartine urbane e ai Miti trasposti – che delineano un percorso coerente sul conflitto e sulla condizione umana contemporanea.

Fondamentale il riferimento all’introduzione di Francesca Romana De’ Angelis, secondo cui nell’opera di Giordano nulla è ridondante, ma ogni immagine contribuisce a un linguaggio poetico essenziale e incisivo.

La presenza di Campi assolati tra i finalisti del Premio Camaiore rappresenta la conferma di un lavoro poetico che affronta i temi del presente con sguardo lucido, trasformando la denuncia in riflessione.

Come osserva Sandro Angelucci nelle conclusioni della sua relazione: «Giordano conclude la sua denuncia richiamando sulla Terra il sogno. Ad esso – e non all’invettiva – concede l’ultima parola: la speranza».


Lettura critica integrale del poeta Sandro Angelucci sulla raccolta “Campi assolati”

CAMPI ASSOLATI (Contro la guerra) di LUCA GIORDANO

Luca Giordano dà alle stampe il suo ultimo lavoro in versi, titolando lo stesso, Campi assolati, cui fa seguire il sottotitolo Contro la guerra. Ho inteso iniziare dall’intestazione perché, già da qui, si può evincere quello che sarà il tema dominante dell’intera raccolta.

Si noti, anzitutto, il contrasto tra la visione aperta e vitale dei campi e quella cupa e ferale espressa dalla guerra. Dalla poesia eponima, che apre la raccolta: “Ogni giorno s’aggiunge rancore. / La scuola della violenza / porta i figli a morire” e il distico finale: “La vita è grano non colto, lasciato / a marcire nei campi assolati”.

Alla luce di questa citazione mi domando, tuttavia, se è corretto parlare di posizioni antitetiche o, piuttosto, non sia da rinvenire, tanto nell’uno come nell’altro punto di vista, una certa similarità. È vero, i campi soleggiati evocano d’acchito un’idea di distensione e di libertà; il conflitto, viceversa, suscita malessere e riprovazione nei confronti della cattiveria e della coercizione. Questo – come sostenevo – ad una prima sensazione, ossia prendendo in mano il libro e leggendo sulla copertina. Ma, sarà sufficiente l’incontro con i versi eponimi per aggiustare il tiro.

A ben vedere i Campi assolati non sono in antitesi con la guerra, in quanto nulla vogliono opporre alla stessa, né sono lì per dichiararle guerra – scusate il bisticcio di parole -. Proprio così: se c’è una volontà in essi, è quella di testimoniare il marcire del grano non colto e schiacciato, come la vita, dagli scarponi dei soldati. Se c’è un bisogno in quei terreni, altro non è che di far crescere spighe dorate, cullate dal vento, come tante bandiere che ondeggiano in nome della sacralità di ogni esistenza.

Per ribadire il concetto, sfogliando un paio di pagine, ci s’imbatte in una brevissima lirica, che riporto per intero tanto la reputo essenziale al fine di comprendere al meglio la posizione del poeta:

NON ALZATE LA VOCE

Non alzate la voce,

non dite neanche – il nemico è folle.

La stessa follia giace

sotto le nostre case

o nell’animo nostro.

Qui – senza nessuna reticenza – Giordano enuncia il proprio credo, una fede sincera e convinta, un anelito cristiano che, anziché la violenza, esalta la mitezza, la moderazione.

L’evangelico porgi l’altra guancia, acquista allora un senso altro, che nulla ha a che vedere con la sottomissione o – peggio – con la codardia. La violenza genera violenza; alzare la voce – per contestualizzare – induce l’altro ad alzarla ancora di più. No, non è questa la strada che porta alla pace. Mostrando, invece, l’altra guancia, si lancia un messaggio forte e chiaro di sicurezza e di padronanza di sé che spiazza totalmente l’avversario indebolendone ogni velleità.

È la tattica del samurai nell’antico Giappone, è l’esortazione di Gesù, e – consentitemelo – è l’atteggiamento di ogni animale che voglia evitare il combattimento. In natura non esistono le guerre: vi siete mai chiesti il perché? Perché nessun essere vivente vuole sopraffare l’altro, e non mi venite a dire che non è vero; quando si nutre uccidendo, l’animale è al servizio dell’equilibrio universale. Così come il samurai è, etimologicamente, “al servizio di qualcuno” che altri non è che la sua stessa saggezza. E così come Cristo è al servizio dell’amore e di Dio.

Chiedo venia per la digressione, ma il libro va approfondito dalla prima all’ultima pagina. Dico dall’inizio alla fine, includendo nel giudizio anche la pregevole ed acuta introduzione di Francesca Romana De’ Angelis che, in questi termini, si esprime sull’opera: “Nulla è ridondante o retorico; i versi sono tutti di grande asciuttezza e costruiti intorno ad elementi minimi ma fortemente parlanti che si addizionano per successione o per incastro di immagini e nutrono in profondità il discorso poetico […]”.

E siamo entrati nello specifico dell’elaborazione testuale, non solo, ma nella costruzione stessa del viaggio, che il Nostro si propone di farci seguire. Il volume risulta, così, suddiviso in sezioni. Dopo le prime cinque poesie (caratterizzate dalla forte spinta coscienziale) si passa ai tre testi compresi ne ALLA LUNA (FUGA) dove spicca un’altra sinteticissima quartina:

LUNA

La guerra

attraversa la terra

e l’uomo

non sa volare ancora

Al poeta non interessa rivolgersi al satellite del nostro pianeta (che neppure viene citato) ma agli uomini, all’inabilità degli stessi al volo, lasciando implicitamente immaginare che averci messo piede non è servito a farci spuntare le ali, quelle ali che permetterebbero la fuga e che inesorabilmente la guerra recide.

Segue ALTRE GUERRE, frazione nella quale, accanto a Rebibbia (prigione in cui egli stesso si sente rinchiuso: “Cercheremo parole, / dimenticate o perse”), primeggia Il canto dei dispersi, per i quali l’ingenuità fu colpa. Come non vedere i poeti tra costoro? Il loro grido nel deserto, il loro desiderio di felicità incompreso, perché nel benessere è cupidigia mentre nel crogiolo rovente della sofferenza è amore: “forte come la morte è l’amore”.

È quindi la volta dei RACCONTI DI GUERRA, dove si fanno apprezzare poesie come All’ombra di Giano in cui il riferimento all’antica divinità bifronte diviene metafora del bene e del male che in tempi di guerra sono in antagonismo mentre tengono insieme il mondo quando regna la pace; come Conosce la guerra: angolazione che ce la fa percepire dal punto di osservazione di una madre: “Quanti bimbi dovranno morire / per decidere che non si farà / più guerra?” o come Sperare (la lirica che chiude in bellezza la sezione) intrecciando gli stati d’animo allo stesso modo in cui l’erba verde del prato (il futuro) si mescola alla polvere tossica (il presente e il passato).

Per QUARTINE URBANE (penultima frazione) – ispirate ad una forma di guerra dovuta al degrado metropolitano – prendo ad esempio la n. 5: “E’ mattina l’autobus assonnato / scuote i corpi al ritmo delle buche. / Come bestiame viene trasportato / il popolo che poco ha riposato.”. Non siamo più persone ma carichi di bestiame (senza nulla togliere al bestiame) che, stanco, è trasportato al macello.

La silloge termina con MITI TRASPOSTI: un’appendice formata da sei testi, ciascuno riferentesi ad una figura mitologica (Ercole, Tantalo, Narciso, Dafne, Persefone e i due amanti Orfeo ed Euridice). Interessante il trasferimento, quasi che l’allegoria venga trapiantata nella storia.

Ritengo voluto il traslato: Giordano conclude la sua denuncia richiamando sulla Terra il sogno. Ad esso – e non all’invettiva – concede l’ultima parola: la speranza.

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