Non hai idea di quanto sanno di te. Intervista ad Antonio Teti, esperto IA

In questa intervista Antonio Teti analizza le sfide della transizione digitale. Dal concetto di Spionaggio 6.0 ai rischi della profilazione dei dati, fino al ruolo insostituibile dell’empatia nell’era degli algoritmi.

Il confine tra sicurezza e controllo non è mai stato così sottile. In questa intervista Antonio Teti, docente universitario e membro del Comitato per la Strategia Nazionale sull’IA, traccia la mappa dei rischi legati allo Spionaggio 6.0 e alla profilazione invisibile dei dati, spiegando perché la vera sfida non sia fermare la tecnologia, ma impedire che cancelli ciò che ci rende umani.

Professore, la Sua carriera è caratterizzata da un percorso di altissimo profilo scientifico e istituzionale. Oggi è responsabile del Settore Innovazione Tecnologica, Cybersicurezza e Intelligenza Artificiale dell’Università “Gabriele d’Annunzio”, Responsabile della Transizione Digitale e docente di Cybersecurity. Quali responsabilità comportano oggi questi incarichi in una società sempre più guidata dagli algoritmi?

Oggi questi incarichi richiedono una duplice responsabilità. Da una parte occorre governare la trasformazione digitale, introducendo tecnologie innovative capaci di migliorare i servizi, la ricerca e la didattica; dall’altra è necessario garantire che questa innovazione sia sicura, trasparente ed eticamente sostenibile. Gli algoritmi stanno diventando protagonisti dei processi decisionali, ma non possono sostituire il giudizio umano. Il nostro compito è costruire un ecosistema nel quale intelligenza artificiale, cybersicurezza e competenze umane convivano in equilibrio, mantenendo sempre al centro la persona.

Nel Suo ultimo volume, “Spionaggio 6.0”, come sta cambiando il concetto stesso di intelligence nell’era dell’intelligenza artificiale?

L’intelligence non consiste più soltanto nella raccolta di informazioni, ma nella capacità di interpretare enormi quantità di dati in tempi rapidissimi. L’intelligenza artificiale consente di individuare correlazioni invisibili all’uomo, di anticipare scenari e di supportare il processo decisionale. Tuttavia il fattore umano rimane imprescindibile. Le macchine possono individuare schemi; solo l’intelligenza umana può comprenderne il significato strategico, politico e culturale. Per questo parlo di “Spionaggio 6.0”: una nuova fase nella quale l’IA diventa un moltiplicatore delle capacità dell’intelligence, non il suo sostituto.

Nel libro “Digital Profiling” affronta il tema della profilazione digitale. Quanto siamo realmente consapevoli delle tracce che lasciamo ogni giorno nel mondo digitale?

Molto meno di quanto immaginiamo. Ogni ricerca, ogni acquisto, ogni “like”, ogni spostamento contribuisce a costruire un’identità digitale estremamente dettagliata. Questi dati permettono di conoscere preferenze, abitudini, orientamenti e persino stati emotivi. La profilazione rappresenta oggi uno degli strumenti più potenti di influenza economica, politica e sociale. La vera sfida consiste nel rendere i cittadini consapevoli del valore delle proprie informazioni e del potere che esse conferiscono a chi le raccoglie.

Si parla spesso di intelligenza artificiale, ma molto meno di intelligenza emotiva narrativa. Quanto sarà importante educare le nuove generazioni all’empatia, all’ascolto e alla capacità di raccontarsi?

Sarà fondamentale. L’intelligenza artificiale produrrà contenuti sempre più convincenti, ma solo l’essere umano possiede la capacità di attribuire un significato autentico alle esperienze vissute. Educare all’empatia significa insegnare a comprendere gli altri, a dialogare e a riconoscere le emozioni. L’intelligenza emotiva rappresenterà il principale elemento distintivo della persona in un mondo sempre più automatizzato.

L’intelligenza artificiale può elaborare dati e generare testi. Può però comprendere davvero una storia umana, una poesia o il valore del silenzio?

L’intelligenza artificiale può riprodurre il linguaggio con risultati sorprendenti, ma non vive esperienze, non prova emozioni e non possiede memoria personale. Può descrivere il dolore, ma non soffrire; può scrivere una poesia, ma non emozionarsi leggendola. Il valore del silenzio, dell’attesa, del ricordo e dell’amore appartiene alla dimensione umana. È proprio questa distanza che continuerà a distinguere l’intelligenza biologica da quella artificiale.

Esiste un punto d’incontro tra l’intelligenza analitica dell’intelligence e l’intelligenza emotiva?

Assolutamente sì. Le migliori decisioni strategiche nascono dall’equilibrio tra razionalità e sensibilità. L’analisi fornisce i dati; l’intelligenza emotiva consente di comprendere le persone, le culture, le motivazioni e le dinamiche psicologiche. Anche nell’intelligence moderna il fattore umano rimane centrale perché ogni informazione acquista valore solo quando viene interpretata nel contesto corretto.

Quanto è importante sviluppare una cultura critica ed emotiva per difendersi dalla disinformazione e dalla manipolazione delle narrazioni?

È probabilmente la forma più importante di sicurezza nazionale del XXI secolo. Oggi le guerre si combattono anche influenzando percezioni, emozioni e comportamenti. Le campagne di disinformazione sfruttano algoritmi, social network e intelligenza artificiale per manipolare il consenso. La migliore difesa consiste nello sviluppare spirito critico, capacità di verificare le fonti ed equilibrio emotivo. Una società consapevole è molto più difficile da manipolare.

Che ruolo hanno avuto la cultura umanistica e la letteratura nel Suo percorso professionale?

Un ruolo fondamentale. La tecnologia offre strumenti, ma è la cultura che permette di comprenderne il significato. Ho sempre considerato la letteratura, la filosofia e la storia elementi indispensabili per interpretare la complessità del mondo contemporaneo. L’innovazione senza cultura rischia di produrre progresso tecnico privo di direzione etica.

Nei Suoi studi ritorna spesso il tema dell’etica. La tecnologia ha oggi bisogno soprattutto di innovazione oppure di una forte guida culturale e umanistica?

Le due dimensioni non possono essere separate. L’innovazione è indispensabile, ma senza una guida etica rischia di diventare un fattore di disuguaglianza, controllo o manipolazione. La tecnologia deve essere progettata per servire l’uomo e non per sostituirlo o condizionarlo. Per questo credo che il futuro appartenga agli innovatori capaci di coniugare competenze scientifiche e sensibilità umanistica.

Guardando al futuro, quale sarà la competenza più preziosa: saper usare l’intelligenza artificiale oppure conservare la capacità tutta umana di ascoltare, interpretare e raccontare?

Saper utilizzare l’intelligenza artificiale sarà una competenza necessaria, ma non sufficiente. La vera differenza continuerà a farla chi saprà ascoltare, comprendere, interpretare la realtà e costruire relazioni autentiche. Le competenze tecniche diventeranno rapidamente accessibili a tutti; le qualità profondamente umane resteranno invece il vero vantaggio competitivo.

Vorrei concludere con una domanda personale: che cosa significa oggi, per Antonio Teti, la parola “intelligenza”?

Per me l’intelligenza non coincide con la quantità di informazioni che possessiamo, ma con la capacità di trasformarle in conoscenza, saggezza e responsabilità. Essere intelligenti significa saper comprendere la complessità senza perdere l’umanità, innovare senza rinunciare all’etica, guardare al futuro senza dimenticare i valori che definiscono la nostra identità. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, la vera sfida non sarà costruire macchine sempre più intelligenti, ma diventare noi esseri umani sempre più consapevoli.

Chi è Antonio Teti

Antonio Teti è un esperto di livello internazionale nei settori della cybersicurezza, dell’intelligence e della transizione digitale. Docente universitario di Cyber Intelligence, IT Governance e Big Data Analytics presso l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara, ricopre inoltre il ruolo di Responsabile del Settore Sistemi Informativi e Flussi Documentali.

La sua competenza lo ha portato a essere nominato membro del Comitato di Coordinamento per la Strategia Nazionale sull’Intelligenza Artificiale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, ha firmato per Rubbettino Editore il libro «Spionaggio 6.0: Intelligence, intelligenza artificiale e nuove dinamiche del potere globale», in cui analizza la trasformazione dell’intelligence di fronte all’esplosione dei dati e agli algoritmi avanzati. Affianca da anni all’attività accademica quella di consulente per istituzioni pubbliche, organismi militari e aziende, studiando l’impatto geopolitico e sociale delle nuove tecnologie.

Leggi anche:

Spionaggio 6.0 – Rubbettino editore

L’attualità di Verga. Tra il mito della «Roba» e il destino dei nuovi vinti – IL GIORNALE PRESS

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